Spotlight, di Tom McCarthy. Norimberga per la Chiesa Cattolica.


La Sala Nervi era gremita di porpore, ermellini, sai, tuniche. Tutti hanno assistito alla proiezione in religioso silenzio. Quando alla fine si sono accese le luci, 15 minuti di applausi e benedizioni hanno salutato il regista Tom McCarthy e due dei protagonisti, Michael Keaton e Mark Ruffalo. Ruffalo, in particolare, è stato preso d’assalto dai cardinali europei più giovani, alla ricerca di un selfie, un autografo o una palpatina. A riportare ordine e cordoglio ci ha pensato Papa Bergoglio, sobrio ed elegante nel suo completo della nazionale argentina campione del mondo dell’86. Benigni e Veltroni, ospiti a sorpresa, hanno chiuso la giornata leggendo alcuni passi del loro ultimo libro di orazioni, scritto a 4 mani giunte. Spotlight, di Tom McCarthy.

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Non ci sarà nessuna proiezione riservata in Vaticano, siamo anzi disposti a scommettere che il film avrà qualche problema per l’uscita in Italia, di distribuzione o di lancio, magari interverrà anche Adinolfi,  la Binetti,  Giovanardi, e chissà se le sentinelle in piedi o Forza Nuova avranno qualcosa da dire. Speriamo, aneliamo, invochiamo reazioni scomposte, il rumore dovrebbe essere assordante e sarebbe ancora troppo poco per un film che è già Storia, un atto d’accusa pesantissimo contro l’olocausto perpetrato negli anni passati e a venire dai preti pedofili di tutto il mondo, con l’avallo del Vaticano. Parliamo di avallo, badate bene, non di omertà, l’avallo indica consenso più o meno esplicito, altro che pudibonda o pragmatica reticenza a denunciare i fatti per amore di Santa Madre Chiesa.

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Avallo che comporta, non la denuncia, ma la rimozione dei fatti e la destinazione ad altra parrocchia del parroco violentatore, di modo che possa continuare ad esercitare altrove magno cum gaudio. Stupefacente è che questo clamoroso e onnicomprensivo atto d’accusa sia formulato in punta di stiletto anziché con sciabole e bombe a grappolo, attraverso un’opera tutta fatta di scrittura, di minuzie, di dettagli e non di scene madre, non di immagini forti o imperstimolazioni dei neuroni specchio. Vediamo un gruppo di giornalisti, lavoratori della carta stampata normali non eccezionali, che progressivamente affondano le mani nel fango della chiesa cattolica, nelle voragini di inferno che si spalancano naturalmente sotto le loro penne ed i loro occhi increduli. Attraverso i giornalisti cominciamo a fare luce sulla mellifluità delle parole che noi stessi usiamo per schermirci, leggete qui ad esempio:

  • Puoi dirmi cosa successe di preciso?
  • Di preciso…mi molesto’.
  • Joe, credo che il linguaggio sara’ molto importante per la storia. Non possiamo sintetizzare. ‘Molestare’ non e’ sufficiente La gente ha bisogno di sapere cos’e’ successo.

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Semplice ed agghiacciante, vero? Altrove, nel corso dell’opera, i preti pedofili vengono definiti predatori, le le loro vittime, (che sono bambini in quanto tali, non maschietti o femminucce) sono chiamate sopravvissuti quando effettivamente rimaste in vita, dettaglio non da poco, in quanto veniamo a sapere – sapere è doveroso, è un atto morale – che la violenza impunita di queste legioni di rinnegati è causa di morte per induzione al suicidio, o all’alcolismo, o alla tossicodipendenza.

Come fossero alle prese con un’indagine su una qualunque organizzazione criminale, i reporter del Boston Globe, squadra speciale Spotlight, si muovono alla scoperta ed all’attacco della Cupola, che in questo caso è ovviamente il Cupolone: non rileva il singolo spermatico crimine dell’anonimo infoiato curato, importa capire chi sia il boss, il mandante, chi permetta la perpetuazione dell’orrore nei secoli dei secoli. E’qui che le cose si complicano, che la distinzione tra bene e male perde ulteriormente di senso, perché i preti pedofili, come i mafiosi, come un tempo i nazisti, prosperano grazie ad un intero tessuto sociale disposto a tollerarli e proteggerli, per interesse politico o addirittura per tradizione, tanto sottesamente agisce la suggestione del potere costituito.

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Teatro delle vicende è Boston, la vera grande protagonista, con le sue cattedrali cattoliche che lugubri e maligne sormontano i palazzi, con le strade, le comunità, gli avvocati, gli sbirri, le fraternities, le charities. Tutti sanno, come tutti sapevano quando i compari di Hitler rastrellavano e gasavano, significativo è che la scintilla generante l’azione venga da un caporedattore ebreo, apolide non integrato tra i figli di italiani o di irlandesi, cattolicissimi a loro insaputa. Il movente della vicenda è però politico prima ancora che ideologico e anticlericale, la pedofilia  dei preti cattolici è considerata anche (non solo) come uno strumento di lotta di classe al contrario, di oppressione consolidata  verso gli strati più miserabili ed indifesi della popolazione, serbatoio sicuro ed inesauribile di prede da sotto-mettere. Si è detto da più parti che Spotlight è un film volenteroso e nulla più, che McCarthy voglia rifare il cinema politico degli anni 70 senza avere il guizzo magistrale di un Alan Pakula. Potrebbe essere vero, solo che è proprio McCarthy, non Pakula, a parlare dei preti pedofili, quindi il suo cinema va oltre, più avanti, più a fondo dei suoi maestri. All’apice della vicenda, quando la neve cade nelle strade, il Natale è vicino e la verità sta per essere disvelata, il regista rappresenta l’intera Boston come in una palla di vetro, come una Rosebud dannata, metafora di tutto un pianeta che continua ad essere infestato dalla peste dei preti pedofili, mentre un innocente coro di voci bianche canta una strugennte, sinistra, raccapricciante Silent Night. Qiuesto è Spotlight, amici miei, questo è grande cinema.

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Un’ultima doverosa annotazione storica da Wikipedia: Sebastian Law, nomen omen amen, arcivescovo di Boston, il Satana che era a capo di quella cosca pedofila per vece del Vaticano, nel 2002 fu costretto a dimettersi per le sue comprovate complicità nella scandalosa vicenda dei preti pedofili. Come punizione esemplare, l’adoratissimo santissimo Papa Wojtyla lo nominò arciprete della Papale Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore a Roma, una della basiliche più importanti dell’intera cristianità. Il 15 marzo 2013 alcuni giornali nazionali hanno riportato una notizia secondo la quale Papa Francesco avrebbe allontanato dalla Basilica di Santa Maria Maggiore il Cardinale Law, per le vecchie accuse nei suoi confronti. La notizia, stranamente, si è successivamente rivelata infondata.

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Come disse l’amica Sinead O’Connor: Fight the real enemy!

 

 

 

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