Regression, del diabolico Alejandro Amenabar


L’ipnosi regressiva alla quale il titolo si riferisce (i significati del titolo sono però molteplici, e durante la visione saltano fuori ad uno ad uno) riguarda direttamente il panico satanico che ammorbò gli Stati Uniti – e non solo – a cavallo degli anni 80 e 90, quando grazie sopratutto al zelante lavoro dell’ultradestra religiosa mediatica e politica (praticamente una cosa sola), aiutata da avvocati senza scrupoli e analisti da ricoverare, si diffuse la convinzione che negli Usa fosse attivo un esercito di centinaia di migliaia di satanisti assassini. Le denunce di crimini sessuali e di sangue ai danni di minori si moltiplicarono all’infinito, spesso – quasi sempre – basate proprio su rivelazioni venute a galla durante sedute di ipnosi regressiva, condotte (si scoprì in seguito) tutte da un ristretto numero di psicanalisti, che annotavano entusiasti ogni dettaglio, dalle orge incappucciate agli stupri e alle ingestioni forzate di sperma, cacca e altre prelibatezze, fino agli infanticidi, magari evitando di trascrivere nei verbali gli accenni alle meno credibili ipotesi di gomblotto con alieni, Cia, governo e compagnia bella. Amenabar ambienta la sua storia in questo clima d’isteria, ponendo questioni impegnative a proposito di religione (e pseudoreligione) e scienza (e pseudoscienza), incastrandole in una scatola cambiaforma nella quale mentono tutti, spesso anche a se stessi.

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Aiuto la mia memoria malandata con Wikipedia, per confermare quello che è più di un sospetto, e la conferma arriva. Alejandro Amenabar non ha mai sbagliato un film. No, nemmeno con Agora, brontoloni che non siete altro. C’è riuscito Cameron Crowe a sbagliare un film di Amenabar, ma non Amenabar medesimo. Regression è il sesto film del regista cileno cresciuto in Spagna, e non è affatto un passo indietro, come avrebbero desiderato eserciti di criticoni che non aspettavano altro che la possibilità di riempire i loro scritti con il gioco di parole tra Regression e – appunto – il tanto agognato passo indietro. No, Regression è uno sgambetto spregiudicato e diabolico, che coinvolge, appassiona, spaventa, scompare e riappare, senza mai avvisare. Un giro a velocità contenuta sulle macchine da scontro al luna park, con il volante che però all’improvviso non risponde per qualche secondo, gettandovi nel panico, per poi d’un tratto riprendere a funzionare.

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Un film denso, saturo e stratificato, che procede piano e diritto per le sue molteplici strade; confonde lo spettatore quando le strade si incrociano, ma è una confusione seducente, o almeno lo è per le menti libere. Ethan Hawke è ormai  l’interprete ideale per ogni storia costruita su livelli multipli, che siano di tempo o di senso fa lo stesso. E’ lui, nei panni di un detective severo e segnato da chissà quale duro passato, a dover investigare su un caso di molestie sessuali avvenute all’interno di una famiglia devastatissima (padre ex-alcolizzato neo-fondamentalista cristiano, madre morta, figlio gay giustamente scappato di casa che vive in uno squat, e figlia – Emma Watson – adolescente che scappa dal prete a denunciare gli stupri subiti ad opera del padre. Uno psichiatra collabora con il detective, e lo fa proprio tramite sedute di ipnosi regressiva. E quindi preti e psichiatri strillano le loro inattaccabili verità, opposte ma accomunate dallo stesso livello di fondamentalismo, mentre la paura si infila nella testa di Ethan, e nella nostra, insieme agli incubi. O ai ricordi?

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Tornando a parlare di criticoni, le recensioni che circolano in rete sono perlopiù il risultato dei lividi causati dallo sgambetto di Amenabar. Non ha una natura ben definita, le intenzioni del regista non sono chiare, fa paura ma non è proprio horror, sembra un thriller ma scivola nel dramma, i frequenti accenni allo scontro religione/scienza non sono approfonditi a dovere, e bla bla bla. La realtà è che Regression è in grado di far stringere le chiappe a chiunque, e contemporaneamente di sfilargli la poltrona da sotto il culo.

 

 

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