Il figlio di Saul, di Laszlo Nemes. Auschwitz, fuori Campo.


Ho visitato Auschwitz in primavera. Era una splendida giornata di sole, ricordo che me ne crucciai perché Auschwitz è neve, gelo, e grigio morte. Pensavo che tutta quella luce, tutto quel verde così impudico attorno ai caseggiati potesse compromettere il mio sguardo, distoglierlo dall’osservazione immediata, non mediata, dell’orrore. Pensavo ancora al paradosso dello sguardo, se esso generi cioè impulso di conoscenza o reazione morale. Quando varcai la soglia del primo fabbricato, mi accorsi che io ero oggetto e non soggetto, dalle pareti dei corridoi migliaia di esseri che erano stati umani mi guardavano, alcuni minacciosi, i più sgomenti, nella fissità atroce delle foto segnaletiche. Ricordo tanto altro ancora, tutto potrei dire sulla stanza delle valigie, sulle tute dei neonati, sui capelli e sulle scarpe, ma non è questo il tempo né il luogo, solo un dettaglio mi sembra particolarmente significativo, e cioè la visione di uno spazio vuoto, dai bordi teutonicamente rettangolari, che si incontrava sulla destra non appena varcati i cancelli dell’inferno: lì, come recitava una didascalia multilingue, venivano sistemati i suonatori, orchestre improvvisate di musicanti ebrei costrette a suonare all’inizio dei turni di lavoro, alla fine dei turni di lavoro, alle adunate, all’arrivo dei treni dei deportati. L’abominio era invisibile, ed era ovunque. Saul Fia, di László Nemes.

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Saul Fia è un holocaust movie, appartenente ad un genere che è forse l’unico a forzare la lezione di Hitchcock sulla suspence. La suspence, la tensione generata dalla visione sinottica dello spettatore, quando guarda personaggi in prossimità di situazioni di estremo pericolo che lui sa, loro ignorano. Nel caso specifico degli holocaust movie, tutti i personaggi sono perfettamente consapevoli del destino cui vanno incontro, nondimeno pongono in essere un insieme di azioni che sembrano determinate non da volontà individuale, ma da un superiore, esiziale, stato di necessità, davanti agli occhi sbarrati di chi vede sentendosi vittima, o carnefice, comunque colpevole anche solo per la stolida aspettativa di un lieto fine, o di una fine diversa.

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Partiamo da qui per affrontare la rivoluzione dello sguardo posta in essere da questo regista ungherese, esordiente ma di ottima scuola, evidentemente toccato dalla mano benigna del dio del cinema. Sua è l’idea di un racconto embedded, attraverso un prigioniero partecipe e fautore diretto di azioni ed eventi, che è l’origine ed anche l’orizzonte, la causa ed il fine ultimo di ogni inquadratura. Saul Ausalnder si chiama, che significa straniero in tedesco, io tradurrei meglio come alieno in questo caso, perché precipitato da un altrove ignoto in una realtà impossibile da guardare, una non realtà. Portare i prigionieri alle docce, spogliarli, depredarli, trascinare via i corpi – i pezzi, li chiamano -, ramazzare e pulire alacremente come fosse un personaggio di Palahniuk, e ancora bruciare corpi – i grassi per primi, dicono -, spargere ceneri, trafficare, tramare, ribellarsi per sopravvivere un giorno ancora. Così, giorno e notte, stordito eppure sempre vigile, in moto continuato, grottesco quanto uno Statham di Neveldine e Taylor. C’è solo Saul nei 4:3 dello schermo, tutto il resto, tutti i resti sono fuori campo, o fuori fuoco, solo incidentalmente si mostrano nitidi, baluginanti epifanie dell’apocalisse. Come fosse l’origine del cinema agli inizi del 900, vengono a galla corpi, pezzi di corpo inerti, peli pubici, seni, mani, poi tornano ad essere sommersi, indistinti, indistinguibili. Al centro del gorgo che tutto occulta –  il gorgo, la pupilla, l’occhio, Hitchcock – resta fisso il cadavere di un bambino sconosciuto, soppresso, la cui sepoltura diventa per Saul estrema ancora di sanità mentale, o segno definitivo della sua follia.

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Tra il fumo e la fuliggine dei corpi bruciati, mentre in migliaia si affrettano vanno al macello, Saul cambia prospettiva, si muove alla ricerca di un rabbino che possa celebrare le esequie agognate, come un criceto che corre sulla ruota mentre tutto attorno scompare, tra stupore, tremori, fragori. Si ha la sensazione di non riuscire a capire, perché non si riesce bene a vedere, la morale resta sospesa dall’assenza di un punto di vista alto, ex machina, il livello è sempre la dimensione in-significante dell’individuo Saul, anche quando viene schernito atrocemente dei Kapò, ed ha l’unico impulso di prestare il braccio per la danza all’aguzzino che lo scimmiotta. La fine è nota, certo, ma atterrisce perché l’occhio si sposta in direzione opposta all’auspicato, ancora più in basso di Saul, all’altezza di un bambino vivo, attraverso cui l’assurdità del male continua a perpetrarsi.

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Saul Fia è un film sconvolgente, immenso, assoluto, merita le più ardite iperboli di giudizio. Una rappresentazione impossibile a raccontarsi perché indefinibile a guardarsi, che riesce a reprimere il deja vu di ogni approccio morale cristallizzato e consolatorio, per trasfigurarlo in una visione estrema,senza compromessi, verticale. Nemes va per la sua strada lastricata di piani sequenza, impone il suo stile virtuoso, con audacia o incoscienza da blasfemo permette alla forma di plasmare il residuo fisso del racconto. Quando il film finisce, e si riaccendono le luci, tutto è diverso, tutto è cambiato, anche la memoria. Questo è il cinema, per sempre.

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