The Hateful Eight, di Quentin Tarantino. What else?


Fiocchi di neve baluginano senza soluzione di continuità in ogni inquadratura, come nella casa gotica di Crimson Peak, una palla di vetro con dentro la neve, una Rosebud archetipica e temporalmente opportuna: siamo a Natale, come in The Revenant, dove Inarritu chiude la tenzone tra il 25 dicembre e Capodanno. E’ il western corpuscolare, più che crepuscolare, di Quentin Tarantino.

Hateful-Eight-movie-poster

Se Inarritu entra nei corpi, Tarantino se ne allontana sempre di più. Gli attori perdono progressivamente peso, non contano quasi più nulla, al punto che la presenza di Samuel Jackson e Michael Madsen diventa troppo ingombrante, a rischio di un effetto-Favino difficile da digerire. Sorprendentemente affine a Lars Von Trier, ma un Von Trier senza necessità di psicanalisi: quello che resta nel cinema di Tarantino sono allora i personaggi, privi di qualsiasi legame con gli attori chiamati a interpretarli. Ed è quindi possibile guardare Tim Roth che gioca a fare Christoph Waltz, e scommettiamo che i criticoni storceranno il naso davanti a questa e altre scelte, e saranno gli stessi criticoni che lo storcevano davanti alla inverosimile scelta di Von Trier, per il quale Joe e Jerome avevano entrambi, in Nymphomaniac, due interpreti fisicamente diversissimi.

hateful_eight_twc_2.0

Quasi tre ore di parole, in un’impalcatura polanskiana nella quale spargimenti di sangue e mutilazioni non mancano, anzi. Esplodono, deflagrano, tingono di rosso la neve, schizzano sugli spettatori in maniera ancora più disturbante ed esaltante che in passato, grazie anche agli effetti speciali di Greg Walking Dead Nicotero, scelta non casuale: i corpi non sono più fondamentali, non muoiono perchè già morti, anche se non tornano, chè non sono Revenants. All the ones you tell your troubles to, they don’t really care for you. Non manca l’ironia, al solito tagliente e sprezzante di ogni political correctness, anche se ridere al cospetto dell’accolita degli otto rancorosi è praticamente impossibile.

The Hateful Eight3

Un abisso separa in tal senso The Hateful Eight da Django Unchained: qui le derive avant-pop e caciarone, le secchiate di canzoni splendide sono quasi del tutto assenti, e nelle sale non si celebrerà alcun rito collettivo. Sono le parole a strapazzare i sensi del pubblico, a tempestarlo di discorsi nudi e crudi sulla differenza tra giustizia e giustizia di frontiera (“è il boia a distinguere la giustizia, perchè ammazza senza coinvolgimento emotivo: oggi ne impicco uno a Red Rock, domani un altro a Laramie. It’s my job”), sul razzismo inciso a fuoco nel dna statunitense (“quando i negri hanno paura, i bianchi sono al sicuro”, ma il pamphlet Tarantiniano non risparmia nessuno: l’accogliente e sempliciotta locandiera nera ha appeso un cartello fuori dalla porta: no dogs or mexicans allowed), sulla guerra civile appena conclusa che ha scosso le vite di tutti i presenti, pronti a commuoversi per una lettera di Lincoln, e ancora più pronti ad accompagnare uomini e donne alla forca senza battere ciglio. Sono o dicono di essere cacciatori di taglie, uno sceriffo, un boia, un vecchio generale.

The_Hateful_Eight4

E una donna che deve essere impiccata, l’unica che se ne sbatte di lettere e istituzioni, e che riceve un discreto numero di cazzotti in faccia a causa della sua bocca irriverente. E’ Inarritu il conservatore di queste festività, nel suo film la donna è solo un corpo rapito e abusato, anche se capace di provocare agguati e massacri. Ed è Tarantino a risultare sperimentale, avanguardistico e radicale come mai prima; anche con Daisy Domergue, perchè piazzare una donna (Jennifer Jason Leigh, ma insistiamo: avrebbe potuto essere un’attrice qualsiasi, anche sconosciuta, e non perdere un’oncia della sua importanza) in quel ruolo e in quel contesto è un atto rivoluzionario e dirompente. And you’re asking for someone to show they care. Someone who’s really there. Someone who understands.

eighttt

Curiose coincidenze gestuali contribuiscono a saldare un legame implicito tra i due film: le lingue che si sporgono per afferrare e inghiottire i fiocchi di neve, e gli ammiccamenti che servono a comunicare. Se gli spazi aperti e sconfinati di The Revenant appaiono per quello che sono, l’interno del rifugio gestito da Minnie – nonostante sia trappola, palla di vetro, set teatrale circoscritto come quello di Dogville – si allarga a vista d’occhio col passare del tempo, diventa grande come il territorio degli States, eppure, proprio come negli States, lo spazio a disposizione non basta ad evitare l’impellente necessità di mentire, tramare, massacrare. Nel 1870 come nel 2015. Uscendo dalla sala dove sarà proiettato The Revenant, sarà un piacere ascoltare il disagio nei commenti del pubblico radical-chic abituato ad osannare l’Inarritu di Babel e Birdman.

eighhhttt

Ma la curiosità più forte riguarda la reazione dei presunti Tarantiniani dopo la visione di The Hateful Eight. Sempre che i picchetti dei poliziotti americani li lascino passare. No, there won’t be many coming home. Oh, there won’t be many. Maybe five out of twenty. But there won’t be many coming home.

 

(questa rece la trovate tra le pagine del numero di Nocturno in edicola adesso, oltre che su Nocturno.it)

Advertisements

4 pensieri su “The Hateful Eight, di Quentin Tarantino. What else?

  1. Non sono tra quelli che reputa Tarantino infallibile, per me Jackie Brown e A prova di morte sono film deboli (rispetto agli standard dell’autore, naturalmente). Questo ottavo film mi ha però deluso. Tralasciando le qualità tecnico-registiche, mi pare la sceneggiatura a mostrare la tela in più di un’occasione. Di solito, le sceneggiature di Tarantino sono meccanismi sofisticati eppure ben funzionanti. In The Hateful Eight ho avvertito un certo compiacimento nel passaggio dalla prima alla seconda metà (non so, ma non ho trovato per niente stimolante l’innervatura da giallo che compare da lì in poi) e anche un fastidioso autocitazionismo. Fastidioso perché fine a se stesso.
    Credo che ci sia uno spreco anche di attori. Bellissimo comunque il personaggio di Daisy, che da solo vale mezzo film.

    • Ciao, non condivido per i motivi già eviscerati in rete, in particolare trovo ci sia un uso totemico, sacrale degli attori, più che uno spreco. E il finale è, semplicemente, un’esplosione di genio. Grazie mille prr il contributo comunque!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...