Point Break. Oggi come ieri, #Jesuisjohnnyutah


We are in the belly of a wave. Light refracts in a constant collision of water. Slow Motion. The hallucinatory prisms like liquid diamonds taking flight. Siamo nel ventre di un’onda. La luce riverbera nel conflagrare costante dell’acqua. Slow Motion. I prismi allucinatori, come diamanti liquidi, prendono il volo. Traduzione nostra, parole e sogni vergati a quattro mani da Kathryn Bigelow, regista, e James Cameron, produttore esecutivo, è l’incipit della sceneggiatura di Point Break. Definitiva, secondo i siti – anche molto autorevoli – che la pubblicano, nonostante la palese difformità del film uscito nelle sale di tutto il mondo. La dicotomia tra lo scritto ed il girato andrebbe imputata ad un contenzioso con Peter Illif, sceneggiatore a contratto, con conseguente disputa autoriale. Questo non rileva, è invece importante notare che Point Break è una creatura onirica, bicefala e marina.

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L’acqua è elemento ed archetipo primario, riflesso proteiforme, il cinema da sempre si è adoperato per fissarne la sembianze nella stasi del fotogramma. Invano. Il Mistero dell’Acqua, traduzione travisata di The Weight of Water, il peso dell’acqua si chiama l’altro film duale di Bigelow, la profondità solcata dalla monade K19, mentre più giù l’abisso, The Abyss o Ghosts of the Abyss, è notorio territorio filmico di Cameron. Point Break non è un film di superficie, sulle onde, è un film in the belly of a wave, dentro un’onda, chiara e trasparente sineddoche dell’oceano che la contiene e da cui diuturnamente esorbita. Necessita quindi di una visione immersiva in cui lo spettatore sospenda, non la credulità, ma la gravità stessa del suo peso, fluttuando nella liquidità di un ambiente alieno (“It’s an environmental movie, ha dichiarato a più riprese Bigelow). Un ambiente è un sistema chiuso, al più selettivamente permeabile, con regole sue proprie, le dimensioni non contano: lo è l’oceano ad esempio, lo è anche un acquario, o un parco divertimenti acquatico, un Sea World  della California. Welcome to Sea World, dice infatti l’istrionico agente Angelo Pappas al puerulo Johnny Utah, montanaro all’apparenza idrorepellente.

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The Enlightning, versus the Innocent

Johnny Utah, nome improbabile, derivato secondo la vulgata da Joe Montana  leggenda del baseball. All’origine Johnny Utah doveva essere anche il titolo del film, vincitore al ballottaggio con l’improbabile Riders on the Storm – The Doors, Apocalypse Now, il surf sul Mekong? -,  poiché a detta della regista tutta la storia è rappresentata dal suo punto di vista, poi la scelta era caduta su un termine del surfabolario, indicante il punto in cui le onde si infrangono. Nel lettering dei titoli di testa, le parole Point e Break si scontrano e si incontrano, portando seco i nomi dei due protagonisti, lo yin e lo young, Patrick Schwayze e Keanu Reeves. Abbiamo detto che Point Break è una creatura bicefala, il tema della dualità ricorre quindi nel testo e nei sottotesti: due mondi, due sistemi, contrapposti o confluenti? L’anarchia dell’acqua contro l’ordine costituito della terra (“Environment versus penal system”, dice a chiare lettere la Bigelow), ma anche due poliziotti in assetto da buddy movie a braccare un gruppo di rapinatori mascherati, due fazioni di tribù  surfiste rivali, due modi, il surf e lo ski-diving, per essere no limits. Un universo  di maschi, un acquario di maschi di varie specie. Patrick è Bodhi, diminutivo di Bodhisattva, che in sanscrito significa Essere Illuminazione, non solo destinatario di luce ma irradiante luce sua propria quindi. Edonista, epicureo, attrattivo e repulsivo, ribelle con una causa estrema, la ricerca dell’onda perfetta come la danza col diavolo nel pallido plenilunio, la beffa alla morte. A capo della sua gang di surfisti, Bodhi rapina banche con l’unico scopo di garantirsi denaro liquido – liquido come l’acqua, o come carburante, come lui stesso dice – per inseguire le onde attraverso il mondo, in una condizione spirituale di estate perenne. Keanu è Johnny, efebo FBI, the Innocent secondo la Bigelow, nell’accezione di ingenuo e non di innocente perché le parole sono importanti: è il fanciullo che non ha ancora rotto l’imene del senso della vita, che non si è mai spinto oltre il limite del recinto, dell’acquario. Si parla di confronto tra modi differenti di essere giovani, e maschi, generation X sul finire dei glitteratissimi anni 80, da una parte un’esibizione muscolare di dionisiaca virilità, destinata consapevolmente all’autodistruzione, dall’altra un modello apollineo anch’esso sacrificale, che andrà in voga  di lì a la fin du siecle.

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100% Pure Adrenaline

La parabola dei maschi incrociati è il vero punto di rottura per il film, che nelle intenzioni di Bigelow voleva essere sovversivo e che invece si attirò gli strali della Santa Inquisizione. Filosofi e cinedicitori hanno scritto che Point Break non è un film di genere, ma un film sul genere, la celebrazione reazionaria del sesso maschile, dominante, come atmosfera di insieme (environment) prima ancora che come insieme di rituali sociali o linguistici. Luke Collins, dell’Università dell’Illinois, ha scritto: “Point Break, consapevole della propria forma culturale / commerciale di action movie, sviluppa intensi rapporti tra uomini e feticizza il corpo maschile. Mai cerca di superare, parodiare, ironizzare o riflettere sul suo genere. La pienezza che questo produce è una planarità, una superficie, che orienta la rete dei rapporti tra cinema, il pubblico e l’industria.” Superficie invece di profondità, come se Point Break fosse un film modaiolo, sulle onde, sulla cresta dell’onda, e non dentro l’onda. E’ che i farisei non perdonavano a Kathryn di essere nata femmina e di lavorare a Hollywood, non le perdonavano questa sfrontatezza clinica nel rappresentare il machismo deteriore anglosassone, la fratellanza, il cameratismo, manco credesse di essere Howard Hawks o Sam Peckinpah. A preoccupare era soprattutto la a-moralità del film, l’assenza di una posizione manichea su quali fossero i buoni e quali fossero i cattivi, il non detto che invece è la cifra autoriale di tutto il cinema della Bigelow, o di Peckinpah, o di Hawks. A ben guardare, esibire rapinatori mascherati da Presidenti degli Stati Uniti è tutt’altro che innocuo e stereotipato, è una profanazione bella e buona.Nel film che tutti abbiamo vissuto il travestimento opera sin da subito, con la prima rapina compiuta dai Bodhi Boys: nella sceneggiatura Cameron-Bigelow , la prima rapina è compiuta da rapinatori camuffati con nasi da maiale (pignose), solo le successive con maschere da ex-presidenti, e la transizione metaforica maiale-presidente rende ancora più chiaro in quali acque Point Break intenda navigare. Quanto alle accuse di eccesso di fallocrazia, quella prima rapina nelle intenzioni doveva essere compiuta da due uomini ed una donna, Tyler presumibilmente, colei che nel suo ventre contiene, unisce i mondi Bodhi e Johnny, già amante dell’uno poi innamorata dell’altro, maestra e madrina del suo battesimo dell’acqua. Tyler è protagonista, è la donna intesa come esperienza mistica ma sovversivamente necessaria e non sufficiente. Non è all’happy ending romantico – questo si canonico – che guarda Bigelow, non al sesso, ma all’adrenalina. 100% pure adrenaline, la tagline del film, continua stimolazione dei neuroni specchio generata da un montaggio ipercinetico, videoclipparo secondo alcuni invasati. “Enfasi sullo spettacolo dell’azione fisica e delle acrobazie , una struttura narrativa che coinvolge corpi, lotte, inseguimenti ed esplosioni”, un cinema di materia che resta incredibilmente fluida, liquida, come l’onda perfetta, femmina, che in Ring Komposition chiude i conti e riporta Bodhi dentro il sogno amniotico da cui è scaturito.

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Point Break Live!

Da subito film di culto, il più grande successo commerciale di Bigelow prima del controverso Zero Dark Thirty (l’acqua come waterboarding), 25 anni dopo Point Break continua ad essere un film illuminato, anche dalle luci della ribalta. Nel 2003 è infatti nato Point Break Live!, spettacolo itinerante scritto da tal Jaime Keeling e inscenato trionfalmente tra teatri e club di New York (Manhattan, Brooklyn), Minneapolis, Seattle e, ovviamente, in California. La tappa a Los Angeles è stata ospitata nelle sale dello storico Hotel Alexandria, location principale del film. All’inizio dello show, chiunque tra il pubblico può candidarsi ad interpretare Johnny Utah (“Johnny Utah è ciascuno di noi”, avevo detto Bigelow), sottoponendosi a votazione per applausometro. Il Johnny plebeo deve recitare i dialoghi topici, leggendoli, e riprodurre con il resto del cast le scene salienti del film, in chiave ridanciano-maccheronica. Una parodia quindi, che dimostra quanto a fondo sia entrata l’opera nella cultura popolare americana.

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Point Break 2015 3D 2.0

Il punto è questo: Pont Break ha marchiato l’action per sempre, i suoi lasciti sono diamanti liquidi sparsi ovunque, in Fight Club per esempio, ma anche nella corporeità di 300, e ovviamente nel franchise automotive dei Fast and Furious. Nel primo F&F direttore della fotografia era tale Ericson Core, a lui la Warner Bros, in joint venture con i colossi cinese DMG e Alcon Entertainment, ha affidato la regia del Point Break 2015 in 3D, una megaproduzione, budget stimato sui 100 milioni di dollari, armata per conquistare vecchi e nuovi mercati. La partenza non è una tavola da surf, è una tabula rasa, con Johnny Utah (Luke Bracey), biondo tatuato e con le ciglia depilate, star virale di sport estremi degni di Will Coyote. Se Utah è biondo, Bodhi (Edgar Ramirez), per contrappasso diventa bruno. Hipster barbuto per di più, come i suoi accoliti, un gruppo di riccastri in cerca di emozioni fortissime e con il disprezzo del denaro tipico di chi ne fa quotidiana indigestione. La California scompare, l’oceano diventa solo una tappa – un livello da adventure game – da conquistare o un epilogo cui sottostare, mentre il film vive i suoi momenti più alti nell’aere (ski diving et similia) e pegli italici monti alpini (snowboarding, free climbing, parapendio) provided by Val d’Aosta Film Commission. Gli ex presidenti sono un pallido ricordo accennato per bon ton autoriale, le rapine si compiono in sella a motocross e con il volto coperto da caschi integrali, ma questa è anche la riflessione più involontariamente politica dell’opera di Core, in quanto il potere oggi non ha più nome né volto, è anonimo come un casco integrale appunto, ubiquo come un tatuaggio tribale su pettorali scolpiti e depilati. Non c’è sovversione, c’è però tanta e varia esibizione di mascolinità, per lo più su due o quattro ruote, come da dna del regista. Come ha avuto modo di commentare Nicola Lucchi sulle pagine di Nocturno.it: “Point Break di Core non si veste solo di un non esaltante 3D, ma si distacca dall’originale riducendo ai minimi termini la trama e semplificando la psicologia dei personaggi a favore di una spettacolarità spinta agli estremi.” Actionismo estremo, in alternanza a momenti di riflessione solipsista e superomistica, mutuati alla meno peggio dall’estetica dei maestri di Hong Kong per meglio attecchire nelle sale di là della Muraglia, dove Point Break è stato lanciato agli inizi di Dicembre, prima del lancio natalizio negli USA e nell’Occidente tutto.  I riscontri del box office mandarino sono stati lusinghieri anche se non trionfali: 40 mln$ dollari già incassati in 3 settimane, molto meglio del floppone Transcendence  coprodotto da DNG, con soli 21 mln$ incassati, ma lontanissimo dagli incassi stellari dall’affine Fast and Furious 7 (390 mln$). E’ che a questo Point Break sembrano non bastare le GoPro più evolute della galassia, i figaccioni,le bambolone, gli stuntman che girano in presa diretta le ricerche di mercato, il presidio militare delle sale cinematografiche, a questo Point Break sarebbe servita una nuova anima, invece c’è solo un altro Bodhi, with no soul.

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