Lo Chiamavano Jeeg Robot. Ci meritiamo Gabriele Mainetti


Vista dall’alto, Roma, volo imprevedibile, discesa velocissima, i vicoli del Centro. Un brivido mi corre lungo la schiena, è il nervo del dejà-vu, spontaneo, impudico, che comincia a fremere e mi riporta ad un moto opposto, dal chiuso di un appartamento su fino all’Urbe vista da Google Earth. Quello era Muccino, cribbio, ho davvero paura, qui invece ecco Santamaria, bolso e taurino come e più di Max Flamini di Diaz – Don’t Clean Up This Blood, che corre  a perdifiato braccato dai poliziotti, la vista si fa particolare, va giù, ancora più giù, e arriva dentro il Tevere, dove tutto nacque, da cui tutto origina ed esorbita. Lo Chiamavano Jeeg robot, di Gabriele Mainetti.

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Un eroe è la sua città, questa la lezione universale dei comics americani. Come per un attore il palcoscenico, così l’eroe necessita del suo peculiare contesto metropolitano, che lui legittima e da cui è legittimato, fonte – diretta o indiretta – di ciò che sa fare. Il lascito della mitopoiesi novecentesca, inoltre, rovescia in suggestioni le peggiori fobie popolari, tal che la radioattività – o il veleno – diventa fluido benigno che crea e rinvigorisce. Unire questa lezione a quella ancestrale dell’epos, il battesimo del fiume con le radiazioni mutanti, questo è il primo colpo messo a segno dalla coppia di sceneggiatori, Guaglianone e Menotti, ed è già un colpo da KO. Si è davanti ad un film imprevisto, quindi perturbante. Il Tevere è una fogna, è il naturale scolo dei liquami della Suburra, seguiamo il flusso mefitico, dalla Suburra alla Suburbia. Tor Bella Monaca,  oscena, il nulla più che il non luogo.

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È la realtà ad essere oscena, l’oscenità pullula di balordi isomorfi, qui è naturale incontrare un ladruncolo biascicante, solo, solipsista, larva umana pasciuta di yogurt e pornazzi, è plausibile che una forza sovraumana sia usata per sradicare un bancomat e portarselo a casa. Sopravvivere ad un colpo di pistola è miracoloso, rubare soldi da un ATM è impresa vana, i soldi esplodono macchiandosi indelebilmente. L’agire è casuale e fisiologico,  non c’è nobiltà né espiazione, questo è il nostro oggi, la programmatica cancellazione di prospettiva costringe superuomini e topi a razzolare come meglio, o peggio, sanno. In mezzo a questo putrìo il lucore di una ragazzetta labile, innocenza e malizia, lascivia e ingenuità, pare Michaela Ramazzotti di Tutta la Vita Davanti. Tutta la sua vita è davanti ad un sette pollici, lettore dvd, e Jeeg Robot che va in loop, la stessa puntata, tutti i giorni, tutti gli anni da che la madre è morta.

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Sembra una dissonanza, la visione statica del manga deserializzato, invece è un altro botto di scrittura, l’accento sulla genesi di un’icona pop, che diventa universale quando si scorpora dal particolare del suo epos. Altri balordi strisciano nell’ombra e cercano la luce delle TV, o dei like virali, ecco una banda di picari disonesti in cerca di gloria. Li comanda lo Zingaro, glitterato, promiscuo, animale braccato dai Gomorristi, un personaggio che è Rocky Transexual Transilvania, Brandon Lee, Heath Ledger, Danny De Vito messi insieme e catapultati fuori dal Grande Raccordo Anulare e Animale, come canta Appino.  Il sangue scorre per un’imprevedibile piega di eventi efferatissimi, falangi amputate, sgozzamenti, c’è tutto e si vede tutto. Si pensa ad Hong Kong alla Corea al Giappone, ma è Roma, Roma, esplodente di terrore e di bombe come fosse 1992 #daunideadistefanoaccorsi. Si vive come topi, si fa sesso come topi, la ferrea teleologia dello scontro tra bene e male viene inguaiata dalla casualità dei conflitti, dagli scontri tra nemici occasionali.

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E’una storia privata, non di redenzione, al più di vendetta, puro cinismo capitolino, all’apice del suo masochismo. La consacrazione di Jeeg Ceccotti passa attraverso una radicale dissacrazione di Stan Lee, si usano i poteri per sviare un tram e riprendersi  l’amata laddove uno Spider-Man poteva fermare mezzi pubblici e metrò per salvare il mondo intero. Scrittura ferrea, macchina da presa spregiudicata e sagace tra interni vorticosi ed esterni ambiziosissimi, di culto è già il redde rationem allo stadio Olimpico, il primo Scontro tra Titani ambientato dentro – e sotto – la Curva Sud. Sofferenza, commozione, e dopo stordimento, esaltazione.

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Mainetti e i suoi compari l’hanno fatta grossa, davvero grossa,  Lo chiamavano Jeeg Robot è grande cinema, e nuovo, italiano come quando italiani erano i film avulsi da compromessi, film che esibivano, raccontavano, incantavano. Mainetti è riuscito, sta riuscendo, riuscirà (ne siamo certi) a far accettare come cinema popolare quella che fino all’altroieri era la visione blindata e respinta (dal sistema cinema, dal pensiero unico, dalla miopia nazionale) di Claudio Caligari, vede e riprende le periferie romane alla stessa maniera, le piazza su grande schermo per quello che sono davvero, cioè non-luoghi distopici, teatri perfetti per una storia come questa. Lo chiamavano e continueranno a chiamarlo Jeeg Robot. E poi Jeeg Robot Colpisce Ancora, e poi Jeeg Robot e Il Ragazzo Invisibile contro i Vampiri Dallo Spazio. Sogniamo seguiti e franchise a valanga, esaltati e commossi. Mainetti una via da percorrere, lui si che può,  e noi lo seguiremo. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

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