I Milionari, di Alessandro Piva.


Vado al cinema da solo, è sabato pomeriggio, il posto è indicato sul biglietto ma mi piace pensare che sia un orientamento e non un ordine, quindi mi assesto audace in fila  cinque, la sala tanto è deserta, anzi no, una decina di spettatori, di più, una dozzina, in coppia, in gruppetto, di mezza  età. Compassati, sconosciuti, mi trastullo a pensare che siano lì per le mie stesse ragioni, le tre C, campanile curiosità e cinefilia, accorsi al capezzale del talentuoso conterraneo, per rallegrarsi e stupirsi della sua visione, oppure amareggiarsi e incupirsi, senza tuttavia inveire, o biasimare, perché comunque si fa il tifo per lui. Tifo all’inglese, non all’italiana. I Milionari, di Alessandro Piva.

Milionari (1)

Che è un film maieutico, capace di stimolare una riflessione feconda sul cinema di genere, nello specifico sui Camorra Movie. E’, il genere cinematografico, un palinsesto consolidato di affabulazione, luoghi comuni (topoi), contesti, oppure il genere è in primis lombrosiano, una questione di facce prima che di azioni? La domanda sorge effettivamente spontanea, perché I Milionari,  budget nemmeno troppo risicato (2 milioni di euro), produzione tutt’altro che clandestina (Rai Cinema tra gli altri), segue pedissequamente lo schema canonico, la curva gaussiana – nascita, evoluzione, maturità, declino – di un Tony Montana ‘e Napule, dagli esordi criminali all’alba del decennio glitterato, fino a o’pentimende nel nuovo millennio. E’ una storia vera? Si. C’è il voice over? Ci sta. I flashback? Presenti. E’ conforme allo schema Michael Cimino? Si snoda attraverso matrimoni/funerali, riti sacri/sacramentali? E’ conforme, snodarsi si snoda.

SET DEL FILM "I MILIONARI" DI ALESSANDRO PIVA. NELLA FOTO DANIELE BOCCARUSSO E DANIELE VICORITO. FOTO DI GIANNI FIORITO

Smetto con le domande retoriche, spunto dall’elenco del genere anche le mattanze, le vendette, il sesso coniugale, i tradimenti incrociati. Tutto, c’è quasi tutto dalla seconda riga in poi: a malincuore mi accorgo che è Tony, anzi Alendelòn, ad essere completamente, marchianamente, irrimediabilmente sbagliato. Perché non è un attore partenopeo, ed in mezzo a tanti caratteristi locali pare un baco nel sistema. Perché ha un’acconciatura che ne enfatizza la staticità del volto, un misto tra Rino Gaetano da repertorio Rai e Ninetto Davoli in selfie pasoliniano. Espressione fissa, asettica più che ieratica. Accanto a lui, anche Valentina Lodovini pare spaesata assai, ma ci mette il corpo – sorbole che corpo! – e regala nudità ferine, come già Carolina Crescentini fece per Piva in Henry, e questo lavoro scabroso sul corpo delle starlette nostrane è un merito per Piva, ma non basta. Scianna e Ludovini insieme sembrano Smith e Coby, quei due che facevano i Cazzotti Movie alla Bud Spencer e Terence Hill, senza essere nemmeno l’ombra di Bud Spencer e Terence Hill.

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Qui il confronto non è ovviamente con la coppia che altrimenti si arrabbiava, è con Ciro ‘o Immortale, Genny e Piero Savastano, Salvatore Conte, Donna Imma, il pantheon di Gomorra la Serie, i personaggi che hanno scolpito e aggiornato l’immaginario filmico sui New Italian Gangster, valicando gli angusti confini del piccolo schermo per raggiungere imperitura gloria social. Il totem si può adorare o ignorare, legittima libera scelta, mai si deve contraffare, perchè l’espediente denota mancanza di coraggio, anche di visione. Mi aspettavo tantissimo da Piva, di cui ho amato e vissuto La Capa Gira come ogni altro barese vivente, di cui ho amato e promosso Mio Cognato con entusiasmo e passione – e il film era, a sua insaputa, l’atto di nascita del vendolismo e dei vendolisti deteriori, oggi renziani anteriori -, di cui ho cercato di recuperare Henry con fiducia, di cui ho apprezzato persino la scelta liberal di girare un video elettorale non-per-i-soliti-dem. Sono rammaricato invece, ho trovato un regista forse inceppato, di certo dubbioso, che si è accostato alla materia – al genere – con indolenza , mi pare di vederne i lineamenti del volto insofferenti e un po’ schifati, come quelli di Antonio Cassano quando entra in campo, già stanco, a dieci minuti dalla (sua) fine.

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Non voglio infierire, continuo a tifare per Piva e gli consiglio le più interessanti deviazioni sul tema della Guapparìa: Song’e Napule, dei Manetti Bros, e Il Boss delle Cerimonie su Real Time TV. Mi fermo qui, che la capa aggire.

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