David Bowie: watch the TV Freaky Show!


David Bowie. O Danny Boyle, nome e cognome di palese assonanza. Gira voce che il regista avesse in mente un musical definitivo su vita e opere del cantante, ma che abbia dovuto scontrarsi con l’embargo imposto dalla star, ancora nel pieno vigore del suo ego, circa l’utilizzo dei suoi brani. Poco male in fondo, visto che Danny ha ripiegato su un altro megalomane del nostro tempo, con grandissimi risultati. Potremmo partire da qui, oppure dalla prima puntata di American Horror Story Freak Show, dove una esorbitante Jessica Lange diventa immortale cantando, con accento teutonico alla Marlene Dietrich, la sua personalissima  Life on Mars, munita di regolare licenza. No al cinema, si alla televisione, c’è dell’ambiguo in questo, ma a ben guardare è solo un piccolo esempio dell’ambiguità che ha caratterizzato tutto il cursus honorum di Bowie, dagli esordi agli ultimi lasciti, una prova del suo amore corrisposto alla grandissima per il piccolo schermo. Sembra incredibile, ma la star che il senso comune vuole tra le più sovversive del nostro tempo è stata cresciuta e pasciuta dalla major cui primariamente apparteneva, la RCA, e dalla TV ufficiale inglese, la BBC, con la sua proverbiale potenza di fuoco. Chi vi scrive – che non è esegeta né critico, solo arditamente laico – ha contato almeno 6 documentari su David Bowie dal 1975 al 2012, nemmeno i Beatles o i Rolling Stones hanno avuto questo onore, e ciò è perlomeno sospetto, in quanto l’assenza di distacco storico, l’appiattimento sulla celebrazione in tempo reale induce a pensare che Bowie sia stato un fenomeno mediatico – di prima grandezza, certo – e non culturale e sociologico, che alla resa dei conti non sia stato latore di sovversione ma di normalizzazione globale, in nome della Regina Elisabetta. Analizzando – guardando, ascoltando – il materiale documentale, risulta evidente che proprio la prima produzione, semiartigianale, seminale, sia quella più feconda, anche indispensabile per capire la genesi dell’icona Bowie, o del brand Bowie come alcuni hanno malignamente insinuato, e che in seguito non ci sia più stata analisi o ricerca ma solo reinterpretazione, ri-proposizione, un loop televisivo avvitato in un circolo vizioso, che ha cancellato la favoletta dell’originalità con il pragmatismo della ripetizione, in ossequio alla lezione di Warhol e della pop-art.

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Back to the origin

Partiamo da Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, del 1973. Lo dirige l’americano D.A. Pennebaker, specialista in grandi divi della musica contemporanea, con al suo attivo Don’t Look Back su Bob Dylan e Sweet Toronto su John Lennon. Alla committenza per una volta la RCA, che lo incarica specificamente di seguire l’ultima tappa del tour inglese, il concerto all’Hammersmith Odeon di Londra, girando come se Bowie sia già una star di prima grandezza, come John, o Bob appunto. Pochi mezzi, una troupe sgangherata, e molta confusione sul progetto, tanto che molti anni più tardi Pennebacker affermerà: “RCA said, we have this guy and he’s going to do a concert, maybe the last one he’s going to do, and you’ve got to go make a film.” L’ambiguità dell’idea, maybe the last concert, si riferisce al fatto che quel tour segna la morte scenica dell’alter ego Ziggy Stardust, ma anche ai conclamati problemi di David con la cocaina ed i suoi derivati, e Pennebaker, non conoscendo assolutamente l’artista, o le sua maschere, o le sue condizioni psicofisiche, pensa bene di tenere la camera fissa su di lui, solo, titanico sotto i riflettori, padrone del palcoscenico, oscurando il pubblico quindi lasciando fuoricampo la dimensione massiva del concerto, il backstage, le reazioni dei fan (ad onor del vero, i fan appaiono flemmatici e composti, in ordinata coda ai botteghini: curiosi, non fanatici, non ancora Bowieligious), se non per pochi cenni. A sua insaputa, Pennebaker realizza un miracolo, consegna alla RCA ed ai posteri la Bowie vision più vera – verosimile –  e rivelatrice della sua strategia: è noto che il Duca fosse talmente auto consapevole da essere self-obsessed, o self possessed, che curasse minuziosamente ogni dettaglio delle sue interpretazioni, dalla band, ai vestiti, alle acconciature, alle coreografie, che mirasse al successo con ogni mezzo estetico possibile, e tutto questo emerge da Ziggy Stardust and the Spiders from Mars, attraverso una camera che semplicemente guarda fisso l’artista attraverso il suo alter-ego, senza mediazioni o compromessi, senza dare risposte nemmeno all’enigma primigenio, se sotto Ziggy Stardust si celi una popstar o una rockstar. Un domanda legittima, cui il successivo Cracked Actor, produzione BBC diretta da Alan Yentob, cerca a suo modo di rispondere. Yentob si muove sullo stessa cifra stilistica di Pennebaker: sguardo fisso sul rettile Bowie (I’m an alligator) alle prese con il tour degli USA nel 1974, in una realtà straniante perché all’epoca Bowie era misconosciuto oltreoceano ed era palesemente alla ricerca di una legittimazione, di un posizionamento vincente, per dirla con le parole dei guru del marketing. L’opera risulta minata da un moralismo inaccettabile in relazione alla conclamata tossicodipendenza di Bowie, Yentob cerca di evidenziarne la precarietà delle condizioni fisiche e psichiche senza riuscire a scorgere la persona dietro la maschera, allora ricorre ad artifici tecnici intollerabili, come la sovraimpressione di foto ed epitaffi di divi morti di overdose, Jimy Hendrix, Janis Joplin, sulle immagini di Bowie in concerto. Joplin e Hendrix, rockstar appunto, quale Bowie sarebbe per i suoi conterranei già dal 1974 (“But rock is just a medium”, diceva sornione il divo).

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Ogni posizione è legittima, resta che i documentari di Pennebaker e Yentob diventano sorgente mai esausta, repertorio sempre vitale per illustrare il fenomeno Bowie agli spettatori che sono nati o venuti dopo. Sui due si basa largamente Five Years (2013), produzione BBC diretta da Francis Whatley, che ricostruisce gli anni cruciali della carriera, 1971, 1975, 1977, 1980 and 1983, principalmente attraverso materiale footage, integrato con le preziose testimonianze di collaboratori e amici. L’opera scorre sulla musica di Bowie fino a Let’s Dance ed agli albori del decennio glitterato, esce dalla dicotomia tra rock e pop per enfatizzare l’aspetto concettuale dell’icona, il suo contributo alla trasformazione della controcultura in estabilshment. Da Wahrol a Camille Paglia, da Brian Eno ai Kraftwerk, Bowie è visto come la star che si reinventa pur rimanendo ontologicamente costante, suggellando le sue metamorfosi con passaggi nei principali tv show (The Dick Cavett Show negli USA, The Kenny Everett TV Show in Gran Bretagna). Si parla sempre e comunque di un periodo creativo precisamente delimitato nel tempo, la cui fine è sancita ulteriormente da Let’s Dance: Bowie Down Under (1983), documentario della regista BBC Rubika Shah, una via di mezzo tra un making of e la reinvenzione, l’ennesima, dell’uomo come attivista dei diritti degli indigeni australiani. Dello stesso anno è David Bowie: Serious Moonlight, diretto da David Mallet per il network HBO, girato nella tappa a Vancouver dell’omonimo tour mondiale. Dopo Let’s Dance ci sarebbe molto altro ancora, la carriera di Bowie ha avuto durata quarantennale, con una produzione musicale pressoché continuativa, ma mediaticamente sembra derubricato a vezzo, a detour, a deviazione dalla strada maestra di un artista oramai appagato. Il fatto è che Bowie è assurto a gloria imperitura in quanto storyteller, come carismatico cantastorie e creatore di maschere freak, su queste – su questi pianeti – è costruito il suo universo, la sua brand promise, non sull’attività di sperimentazione che ha portato avanti fino al suo ultimo album, ma che dubitiamo gli sopravviverà a lungo.

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“He sings wrong notes, and out of tunes”.

Sugli aspetti meno noti dell’artista-ricercatore cerca di fare luce Inspirations, documentario diretto dal cinematografico Michael Apted (Gorilla nella Nebbia, Nell, un epsodio della saga di Narnia), che esplora la creazione artistica attraverso interviste con grandi innovatori nelle diverse arti. E’ qui che Bowie mostra al mondo il Verbasizer, il software generatore di versi per canzoni, la versione multimediale di quanto fatto fin dagli inizi della sua carriera, e cioè assorbire parole, pensieri ed emozioni, mescolarli e restituirli in una forma assolutamente propria, e peculiare. Inspirations fa storia a sé, un anno prima la BBC produceva Hang Onto Yourself (1996), ancora un ritorno alle origini, all’epopea di Ziggy Biggy Stardust, con nuove chiose e ulteriori interviste al Duca ed agli addetti ai lavori. Qualcosa di più ambizioso, ma lungi dall’essere definitivo, è il documentario Sound and Vision, diretto da Rick Hull nel 2002, che analizza cronologicamente il fenomeno Bowie tra pubblico e privato, dimensioni sovrapponibili ed indefinibili, attraverso filmati ed interviste inedite, anche alla splendida ex moglie Imam. Anche qui si celebra la costanza e la pervicacia nel cambiamento, ma si enfatizza anche la visualità di questo cambiamento, che ha senso in quanto si può vedere, guardare, prima ancora che ascoltare, diventando perciò accessibile ed immediatamente popolare. Pop. Sound and Vision è anche il titolo di una sorta di blob tra documentari, messo in onda dalla BBC1 nel 2012 e poi replicato prontamente, a cadavere ancora caldo, l’11 gennaio del corrente anno, con uno share del 20% e 4,5 milioni di britannici compuntamente sintonizzati sul primo canale. Alla fine di questa estenuante maratona televisiva, corre l’obbligo di citare David Bowie – the Story of Ziggy Stardust (2012), diretto da James Hale ancora e sempre per la BBC. Pochissime aggiunte, nella sostanza e nella forma, alla agiografia del divo, tra tutte il footage della prima apparizione di Bowie alla celeberrima (e famigerata) trasmissione Top of the Pops, la scintilla che fece esplodere l’incendio della sua popolarità. Più rilevanti ancora sono le polemiche scatenate in patria dall’intervista ad Elton John, contenuta nel documentario: tra Elton John e David Bowie non sembrava correre buon sangue, almeno a sentire alcuni dei fan più informati, a cominciare da Neil Tennant, vocalist dei Pet Shop Boys, che nella sua autobiografia parla di odio reciproco e ricambiato. I Bowieligious sembrano effettivamente pensarla così, ed hanno protestato veementemente e viralmente per l’intervento inopportuno e non gradito, anche se benevolo, di Elton.

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Nell’attesa di una nuova. Ridondante autopsia televisiva di Ziggy Stardust, riproponiamo qui le improvvide parole con cui i talent scout della BBC, proprio loro, liquidarono sdegnosamente il puerulo Bowie alla sua prima audizione per una trasmissione musicale, nel 1965: “an amateur-sounding vocalist, who sings wrong notes and out of tune”. E chi ha orecchie e occhi per intendere…

[il nostro contributo alla memoria di Bowie, pubblicato su Nocturno, num.159, in edicola]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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