Anomalisa. I simulacri, secondo Kaufman


Ci sono voluti giorni e giorni di gestazione per questo post, per una volta ho aspettato che la pancia si quietasse e che la ragione elaborasse, senza nulla togliere agli occhi, ampiamente soddisfatti, anche se non estasiati dalla visione. E’ che stavolta il credo dikotomiko si è imbattuto nell’opera assai complessa di un autore amatissimo, nel film che segna la discontinuità di una carriera, da oggi divisa nel prima e nel dopo. Anomalisa, di Charlie Kaufman.

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La migliore definizione per Anomalisa è quella di un autorevole amico virtuale: è come un libro Adelphi, di quelli con un nome tedesco in copertina. Da subito infatti il film si posiziona ad un livello altissimo, non a caso il protagonista vola in aereo sopra e tra le nuvole, ascoltando musica classica negli auricolari. Si è nel territorio sfizioso della plastilina e della stop-motion (Claymation), ma questa non è un’attenuante dinamica ed espressiva, nella mente del maestro Kaufman e nelle mani creatrici di Duke Johnson i pupazzetti portano a compimento definitivo la famigerata sospensione dell’incredulità, in pochi secondi ci si dimentica del loro essere creature inanimate, al più si riflette sul fatto che anche gli attori in carne ed ossa, nella fissità del fotogramma, siano ontologicamente inanimati.  I pupazzi, dicevo, sono corpi rammolliti dalla mezza età inoltrata, hanno un pisello, capelli variamente pettinati, e occhi di una tristezza oceanica. Si narra la storia di Michael Stone, mentalist di successo, come fosse un simulacro di un Bill Murray coppoliano o jarmushiano. In viaggio per lavoro, Michael è in cerca di compagnia femminile, i suoi istinti sono bassissimi ma lui li camuffa di rimpianto e nostalgia, per poi travestirli di stupore e meraviglia nel fortuito incontro con Anomalisa.

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Lei, centralinista, pare una versione yiddish della Micaela Ramazzotti di Tutta La Vita Davanti (fa anche il suo stesso lavoro): permeata di insicurezza sin nel dna, svampita, sempliciotta più che ingenua, si presta all’amplesso – il più audace, non convenzionale amplesso filmico dell’anno, hanno scritto – come una vittima sacrificale, tra corteggiamenti affettati e sottomissioni incrociate.  Attorno ai due girano personaggi inquietanti, dalla voce maschia sinistramente unisex: replicanti moltiplicantisi, come il fattorino dell’albergo in cui si svolgono gli eventi, hotel come non luogo mutante (si chiama Fregoli) di chiara ispirazione autoreferenziale per Kaufman, ma ancora più indietro risalente alle visioni di Therry Gilliam. Gli eventi, dicevo, sono anch’essi un prima e un dopo, intorno all’amplesso. Prima è tutto un salire, una ricerca, una tensione all’incontro, un anelito di vita; dopo, è tutto un rifiuto, una chiusura, un sospiro esanime.

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Non pare esserci pietà in Anomalisa, questo l’aspetto che più perturba e confonde, non riesco ancora a capire se Kaufman mi stia dando in pasto la sua cattiveria, oppure la sua disperazione. Non che io sia particolarmente coinvolto del modello sociale rappresentato, si parla fuori tempo massimo di call center, di motivatori dell’upper class, si usano toni sfacciatamente maschilisti a fronte di una misoginia sferzante, così smaccata da essere forse, forse, inautentica. Il fatto è che questo film tutto intero è un simulacro, interpretato da simulacri, che cercano o si imbattono in ulteriori simulacri – come accade al vinto Michael nella desolante chiusura – ma tutti questi automi paiono come imbrigliati dalla ferrea volontà del demiurgo, le loro azioni, in fin dei conti sempre lucidamente razionali, sono collegate teleologicamente in maniera programmatica, manca la follia, la sovversione visionaria che pure si intravede per un attimo, quando Michael sta per perdere i connotati umanoidi del suo volto. E questa mancanza, per me che sono uscito da un romanzo di Philip Dick, è insopportabile.

 

 

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