Zootropolis, where the streets have zoo names


Viviamo tempi di implosione urbana, il mondo consegnatoci dai palazzinari è un oltraggio al decoro, il putrìo canceroso delle periferie suppura i centri storici, restiamo chiusi nei nostri cubicoli, ammorbati da deiezioni canine, coperti da sudari di polveri sottili, rintronati da decibel intollerabili. Città come prigioni, metropoli come discariche, poi arriva la Disney, segnatamente quel gran genio di John Lasseter, e ritorna Utopia, la madre di tutte le città invisibili. Zootropolis, di Howard-Moore-Bush.

zootropolis 1

Compito dell’animazione è infatti di concretizzare l’immaginazione, di sviluppare infiniti mondi plausibili, dove perdersi, o nel caso in oggetto ritrovarsi. Il transfert avviene mediante identificazione in personaggi marcatamente connotati, per cui noi siamo loro, oppure mediante la contestualizzazione degli stessi, per cui noi viviamo dove vivono loro. Già in Big Hero 6, a suo tempo celebrato su questo blog, protagonista naturale della vicenda era San Fransokio, una città sincretistica nippoamericana che riproduceva futuristicamente i connotati specifici di San Francisco e di Tokio. Diverso era stato il caso di Tomorrowland, altro lavoro di immaginazione – con attori di carne – Disney qui recensito, in cui la costruzione dell’ambiente urbano aveva pregnanza minore, limitandosi ad una sorta di rendering di pinnacoli da Expo di Seattle e immaginifici tracciati da monorotaia elettrica. Zootropolis invece no, è una città realistica, un contenitore stratificato di realtà diverse, ispirato ad una visione ideale del melting pot newyorkese. Non ci sono i quartieri etnici caratteristici – Little Italy, Chinatown -, non c’è Manhattan né Downtown, in loro vece compare un vero e proprio Biodome, un insieme di habitat naturali eterogenei e diversissimi ma intercomunicanti, Sahara Square, Tundra Town, The Rainforest District, Little Rodencha, Bunny Burrow, definito e circoscritto come lo è appunto lo straordinario Biodome, attrazione di Montreal.

zootropolis 2

Tutto il film è una favola metropolitana (non una leggenda metropolitana) si sviluppa come coming of age di una coniglietta che dalla campagna va in città e per diventare diversa da quello che è – per diventare ciò che potrebbe essere –, e per farlo deve diventare cittadina di quella città. Comincia dal basso come ausiliare del traffico, poi la sua conoscenza delle strade cresce e  diventa segugia, con lei evolve anche la narrazione, nella città si intessono relazioni sociali, si passa al buddy movie per l’incontro fortuito con una volpe picaresca, per approdare poi al noir, genere cinematografico fedelmente omaggiato e che vive proprio in funzione della dimensione urbana. I generi cambiano con il mutare degli scenari raffigurati, per convergere addirittura verso il thriller politico: indagando sulla scomparsa di alcuni cittadini animali, gradualmente si disvela un complotto ordito da alcune insospettabili bestiole  per il rovesciamento del potere e dell’ordine costituito. La città di Zootropolis sorge nel territorio dei racconti edificanti, quindi la morale della storia non manca, solo che ci si arriva in un unconventional way, attraverso una sceneggiatura costruita sul rovesciamento sistematico dei sessi, dei ruoli, delle azioni e delle aspettative. We are not what we are, we have to immagine what we could be, dice Lasseter, non esistono predisposizioni lombrosiane al delitto, esistono solo pregiudizi da abbattere, questo compito spetta a ciascun individuo, a ciascun cittadino del mondo, perché una pecorella può essere più feroce di un leone, un bradipo può essere amante della velocità, un toporagno può essere il capo della mala locale.

zootropolis 3

Già, c’è la mala a Zootropolis, come nelle città reali dell’universo mondo, ci sono taccheggiatori, ricettatori e poco di buono, e continuano ad esserci anche dopo che è calato il sipario, perché questa città non è il migliore dei mondi possibili, è solo quello cui aspiriamo tutti, piano piano, sottovoce: a nice place to live.

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