Vinyl Expo. Organizzano Mick Jagger e Martin Scorsese


Le fiere del disco, o i mercatini del vinile, o le mostre mercato di LP e 45 giri, sono tutte uguali: un numero variabile di espositori dietro i loro banchi carichi di dischi, e una folla indistinta che spulcia le migliaia di 33 giri esposti. Chiostri di chiese sconsacrate, sale ricevimento di alberghi, sedi di associazioni culturali, si trasformano per accogliere questa comunità sempre numerosa e attenta.  Ho fatto parte per anni della squadra degli appassionati – quelli che arrivano con una cifra definita in tasca e vanno via frustrati, senza una lira e con un numero di dischi acquistati che non è mai abbastanza. I miei obiettivi erano il punk, la psichedelia di ogni epoca, i dischi italiani underground, e qualche classico. Attorno a me c’era chi cercava le sigle dei cartoni animati, chi De Andrè, chi – tanti – Rino Gaetano, chi l’hardcore più estremo e chi – tanti, troppi – il progressive.

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Come gli hacker che diventano agenti dell’FBI, da qualche anno sono passato dall’altra parte della barricata, una postazione privilegiata per lo studio dei clienti vecchi e nuovi, dellle loro domande, degli oggetti che attirano o meno la loro attenzione. Succedono cose bellissime che restano impresse nella memoria: una ragazza affascinante, giovane (20 anni circa), dal look moderno e senza evidenti problemi psichici, che compra con la massima naturalezza un 45 giri di Bob Seger and The Silver Bullet Band. O una 14enne che acquista entusiasta un doppio LP di Paul Weller. Non più memorabile perchè ormai fenomeno acquisito e massificato, è invece il ritorno al passato più o meno remoto, ma classico ed enciclopedico: i giovani e giovanissimi iniziano in età sempre più verde a interessarsi di dischi rock. Comprano Pink Floyd, Led Zeppelin, Black Sabbath, Metallica, Genesis, Doors, Lou Reed, David Bowie (e Nirvana, per fortuna).

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Ogni loro acquisto fortifica la convinzione (di noi vecchietti) che la musica prodotta negli ultimi vent’anni sia prevalentemente inutile, plasticosa, stanca e priva di quello slancio iconoclasta e genuino che straripava dai dischi della golden age del rock. Da quei nomi dovrebbero prima o poi arrivare a New York Dolls, Television, Ramones. Blue Cheer, Stiff Little Fingers, chissà, qualcuno magari arriverà ai Fugazi. Questi ragazzi costituiscono un target vergine ed appetibile per una serie tv ambientata nei primi anni settanta  a New York, che racconta di quella scena musicale, e anche di come i grandi supergruppi hanno intrapreso la strada del declino, spinti giù a spallate dai teppisti del proto-punk e del rap. Un prodotto di sicuro successo proprio adesso, nel 2016, più che dieci o venti anni fa. Un prodotto che si chiama Vinyl, guardacaso. #Daunideadimickjaggeremartinscorsese, tra l’altro. Un’idea nata appunto venti anni fa.

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Una storia che nasce dalle macerie, dalle nuvole di polvere, da una piccola tragedia  che avrebbe potuto essere una strage. Una ground zero più simbolica e meno sanguinosa. Il Mercer Arts Center viene giù, collassa, si schianta su se stesso, il pomeriggio del 9 agosto 1973. Edificio più che centenario, ospitava le esibizioni distruttive (ehm…) di New York Dolls, Suicide, Modern Lovers: erano i primi vagiti del punk. Il crollo fu il primo responsabile della futura fortuna del CBGB, nato per ospitare concerti country e destinato, a sua insaputa, a diventare luogo simbolo del punk e della new wave di New York. E uno dei locali rock più famosi al mondo. Senza il crollo del Mercer, tutto ciò non sarebbe successo. E il CBGB sarà sicuramente al centro della seconda stagione di Vinyl, che arriverà puntuale dopo l’inevitabile successo della prima.

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La storia, come i tre accordi tre che servono per creare una rocksong memorabile, è sempre la stessa: da un parte l’industria discografica cinica e corrotta, dall’altra i musicisti stonati e genuini. E in mezzo, Ricky Finestra, il protagonista della serie, uno che ama la musica ma anche gli affari. Cocaina, musica a tonnellate, sesso, crimine e ingenuità: l’operazione nostalgia è totale, ogni minuto di ogni puntata saprà di già visto e sentito, ma questo non toglierà un grammo al godimento per chi, nel 2016, mette sul giradischi un LP dei Velvet Underground o di Alice Cooper. L’unico vero problema sarà rispondere al primo che mi chiederà, al prossimo mercatino del disco: “avete niente dei Nasty Bits?”.

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