Hail, Caesar! aka Hail, Mel Brooks! di Joel ed Ethan Coen


Il cinema è prima di tutto intrattenimento, per chi vi scrive. Ciò non va preso alla lettera, il cinema non è un modo generico per ingannare il tempo, perché altrimenti avrebbero ragione quei soggetti, e sono tantissimi, che asseriscono di andarci per spegnere il cervello e non pensare, quasi cercassero un break comatoso al tedio insostenibile delle loro vite. No. Intrattenimento vuol dire un modo piacevole per occupare il proprio tempo, con interesse e soddisfazione. Una dizione più ampia, onnicomprensiva del cinema più propriamente commerciale ed anche di quello autoriale, relativizzata al gusto di ciascuno. Vero è anche che Hollywood, prima ancora che fabbrica dei sogni, sia stata e sia ancora industria del cinema come intrattenimento, mirata ad un pubblico di massa dalla scolarità incerta, così come innegabile è che i Coen, alle prese con la Hollywood degli anni 50, abbiano realizzato un grande film di intrattenimento popolare. Hail, Caesar!

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Qualcuno prima di me ha già fatto notare la singolare affinità tra Tarantino ed i fratelli, dal momento che gli uni e l’altro aprono la loro ultima fatica con l’immagine di un crocifisso ligneo, pur diversamente contestualizzato. La similitudine non è casuale, ma di semantica pregnante rilevanza, in quanto quel Cristo vale come raffigurazione metaumana che determina senso e orienta la visione in una prospettiva storicizzata. Hail, Caesar! È infatti un film precisamente ambientato nel 1954, anno cruciale nello sviluppo del ventesimo secolo, già oggetto di un formidabile romanzo dei Wu Ming, ed è in una piccolissima porzione di quell’anno, 27 ore per l’esattezza, che gli eventi descritti trovano il loro compimento. Dalla notte, al giorno, di nuovo alla notte fino all’alba, l’intervallo temporale così delimitato  è caratteristico di uno specifico genere cinematografico, il noir, e così parte tutto.Una stellina del cinema in corto circuito, che fuori dal set fa foto scabrose manco fosse nel Lungo Addio di Chandler: il soggetto di una rappresentazione filmica che gioca a rappresentarsi diversamente, dico al modo di Enrico Ghezzi.

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Prontamente interviene Eddie Mannix, eminenza grigia della produzione e protagonista del film, che fisicamente e materialmente, con due  schiaffoni, riporta la starlette a più ragionevoli pretese, annullando i suoi insani aneliti di vita privata per precipitarla nella grande illusione del fotogramma. [Notevole che il deus ex machina, tratto da una persona vera, abbia lo stesso cognome di uno degli Hateful Eight, Chris Mannix è infatti il nome del personaggio che asserisce di essere il nuovo sceriffo di Red Rock: solo un caso? ] Lo stesso gesto manesco si ripete, mutatis mutandis, a fine film, quando il babbione Clooney, divo del peplum, osa pensare politicamente: l’eventuale, aleatoria sovversione del subordinato è rinculata da Mannix a suon di sganassoni, l’unica politica possibile è quella del box office. I personaggi di fatto vengono svegliati a mazzate dall’ipnosi del reale contingente, e riportati, ricontestualizzati, all’unico reale rilevante, quello filmico, che però è un sogno ad occhi aperti, eyes wide shut, di durata circoscritta e localizzato nei capannoni della capitol Pictures. Il dove e il quando di questo metacinema è chiaro, abbagliante invece è il modo con cui i Cohen rigenerano l’Arcadia hollywoodiana che non smettono mai di vagheggiare: strepitoso Channing Tatum ed il suo tip tap tra omomarinaretti, caleidoscopica persino è Scarlett Johansson, sirenetta nel tripudio del nuoto sincronizzato: visioni autentiche – vero cinema come si faceva a quell’epoca, in mezzo a tanta parodia didascalica del cinema dell’epoca  – nel continuo gioco delle parti che si sviluppa intorno a Mannix, tra gang di spie e sceneggiatori comunisti, proposte di lavoro al ristorante cinese, incontri doppi con giornaliste gemelle.

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Davanti a questa stentata esegesi ed alle mille altre che vorrete leggere in ogni dove, amore di giustizia mi impone di considerare Hail, Caesar! come figlio illegittimo del cinema di Mel Brooks, da Per favore Non Toccate le Vecchiette, a Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco, alla Pazza Storia del Mondo. Di Brooks è l’incursione devota e ristrutturante nei generi cinematografici, di Brooks l’ammiccamento all’omosessualità clandestina nell’age d’or degli studios, di Brooks i siparietti sui monoteismi e i ciak interrotti sotto la croce. Anzi no, quelli sono dei Monty Python, ma anche del trio ZAZ (Zucker-Abrahams-Zucker), che facevano irresistibile cinema di intrattenimento. Ecco allora che per apprezzare questi Coen non c’è bisogno di sentirsi infinitamente piccoli innanzi alla grandiosità filologica del loro cinema, basta liberarsi dai sensi di colpa e guardare, nel modo più innocente e illetterato possibile.

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Un’ultima sfiziosa curiosità: Hail Sid Caesar! The Golden Age of Comedy è un documentario del 2001, con la voce narrante di Rob Reiner e Mel Brooks e Woody Allen tra i protagonisti. Sapevatelo!

 

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