Kung Fu Panda 3, cantiamo insieme Po Po Po PoPoPoo Po


Le vie del marketing cinematografico sono infinite, e  certune volte del tutto fortuite, forse. Nel caso in oggetto, un figuro crossmediaticamente attivo, tal Adinolfi – o Pandinolfi -, di attitudini tribunizie e intenzioni subdole, si è prodotto in stucchevole strascicato alterco con altro figuro pluripresenzialista, tal Volo, di dubbia capacità doppiatoria ma di riconosciuta indole banalizzatoria. I due hanno starnazzato sulla liceità di scorgere propaganda subliminale in questo film di animazione. Dibattito sterile, che aggiunge alla computer grafica i colori arcobaleno dell’ideologia, ma solo nel nostro strampalato Paese. Kung Fu Panda 3, di Alessandro Carloni, Jennifer Yuh Nelson.

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Si che questo è un film celebrante un’unione civile innovativa e vincente, quella tra la US Dreamworks e la Oriental Dreamworks, joint venture a scatola cinese includente China Media Capital, Shanghai Media Group, Shanghai Alliance Investment Limited e Hollywood’s DreamWorks Animation SKG. Tutti insieme a produrre un film sinoamericano, il primo film di animazione sinoamericana girato parlato e pensato per i due popoli, cioè no, per i due mercati, il tutto sotto il vigile sguardo esecutivo di Guillermo Del Toro, già tutore del Kung Fu Panda 2. Dopo una furtiva occhiata ai box office mandarino e yankee, che stanno rispondendo con tripudio di yen e biglietti verdi, passiamo alla sostanza dell’opera. Che è su un eroe guerriero, e ciò è altamente meritorio, in quanto l’animazione trionfante degli ultimi anni, sotto lo sguardo benevolo di John Lasseter in primis, ha preso le distanze dalla dicotomia tra bene e male, interessata non agli aspetti mitopietici ma a quelli sociopoietici. Macchine animate, animali urbanizzati, robot abbraccioni, cervelli sovrappopolati ci hanno conquistato, ma la nostalgia delle mazzate e degli scontri tra titani non ci ha mai abbandonato.

kung fu panda 3

A colmare la lacuna, almeno dal 2008, ci ha pensato Po, il panda panzone che è guerriero dragone, scorretto nei modi e nella sua pinguitudine ben prima che gli ordinari supereroi strizzassero l’occhio – e il dna – all’universo dei freaks e dei nerds. Vedere le arti marziali nell’animazione 2.0 riscalda il cuore a noi, figli degeneri degli anni 80, ma anche alle successive generazione di marca incognita, solo che i combattimenti non sono di sangue e arena, ma di giada ed ironia, fiumi di ironia, tsunami di ironia, con la velleità di sedare ogni neurone specchio ancora vigile, sia mai l’emulazione di una mossa ad opera di un bimbo di 5 anni porti scompiglio in questa società dell’oggi, tanto civile e pacificata. Il panda pertanto mena maneggia e mangia nel corso del viaggio di formazione a ritroso verso il villaggio natio, abitato dal suo padre naturale e dai suoi voracissimi simili. Le sue avventure però mostrano un aspetto quasi rivoluzionario, in quanto culminano con un’incursione fantasmagorica nel Regno dei Morti. L’Ade, il Cielo, l’Altrove, il Rimosso, l’Invisibile, il vero, grande tabù della odierna cultura liquida, o liquefatta, propugnata ai pargoli. Big Hero 6 vi si era avvicinato, collocando una bimba smarrita in una sorta di intermondo  interstellare, ma Kung Fu Panda 3 non dissimula o traveste, il Regno dei Morti è proprio il dopo vita. Precisamente un quartiere del dopo vita, abitato dai maestri d’arte delle epoche che furono, costruito oniricamente come un tripudio di pinnacoli rocciosi, pagode e simboli buddisti. Anche questo è bello, che la connotazione di un  film di animazione mainstream rispecchi  l’immaginario filosofico-religioso del suo specifico contesto, e non macchi tutto di salsa glocal. Bene contro male, dunque, il villain, dunque. Kai,uno Yak antromorfo,  orridamente simile al perfido capro dai piedi taurini: soprannaturale e sadico, armato di catene e mannaie, praticamente un boogeyman degno di uno slasher coi fiocchi, assetato di sangue tanto quanto Po è affamato di ravioli, da contrastare in casa ma da sconfiggere giocando in trasferta, cioè dove si è sopra detto.

kai

Kung Fu Panda 3 è un racconto edificante ma non buonista, di guerra e di pace, di coreografie marziali ed effetti mirabili, di personaggi vividi e suggestioni fantastiche, con la musica di Hans Zimmer. Sottraetelo alle egemonia sproloquiante degli influencers e fatelo vostro, non ve ne pentirete.

 

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