He never died: Henry Rollins presente, anche nella Bibbia


L’immortalità è la causa prima della depressione, e non ridete: vorrei vedere voi sprofondati nella poltrona davanti a ore ed ore di televisione random, interrotte solo per fare una capatina alla sala bingo, e seguite da lunghissime session di sonno. Che poi non è nemmeno sonno vero e proprio, si tratta più che altro di buttarsi sul letto e chiudere gli occhi, annoiati a morte dalle cose umane e terrene per le quali l’immortale non ha il minimo interesse. Immortale e cannibale. O cannibale e vampiro? Certo è che sgranocchia pezzi di corpi con la stessa naturalezza con la quale svuota sacche di sangue umano, e con la stessa apatia con la quale consuma pasti regolari nel bar sotto casa. Classificarne la natura mostruosa importa davvero poco. Annoiato, solo, schivo e taciturno: è questa la vera dannazione. Parente alla lontana del Peter Mullan di Tyrannosaur, e cugino di terzo grado del Ryan Gosling autista di Drive, il protagonista di He Never Died si fa chiamare Jack. Signore e signori, ecco a voi il primo ruolo da protagonista di Henry Rollins. Si, proprio quel Henry Rollins.

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La faccia di Henry bazzica il cinema da un bel po’; l’abbiamo vista in Heat, Lost Highway. E’ una faccia che non si dimentica, nel 2016 una specie di versione psycho-killer di Jeremy Irons. Il suo corpo, le sue larghe spalle, portano addosso il peso dell’intero film. Il regista Jason Krawczyk lo immaginava protagonista già nel 2006, quando iniziò a scrivere il film. Quando ha timidamente provato a contattarlo, Rollins gli ha risposto, entusiasta del progetto, dopo poche ore. E, racconta Krawczyk, è stato sbalorditivo scoprire la dedizione al lavoro di quest’uomo. Una dedizione che i suoi fan conoscono bene, riassumibile con la parolina magica hardcore. Henry non vive secondo le regole Straight-Edge, ma non si droga e non beve per motivi più pratici: l’alcool non lo regge, e le droghe offuscherebbero le sue armi segrete che sono sempre state la disciplina e la tenacia, e che – parole sue – nel corso della sua vita hanno sempre sopperito alla mancanza di talento.

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Henry Rollins ha rischiato due volte di essere assassinato. Non vede suo padre da una vita, non ha neanche il suo numero di telefono, perchè suo padre è razzista, omofobo e misogino.  Dopo la gloriosa militanza punk-hardcore nei Black Flag, continua a produrre dischi potenti con la sua Rollins Band. Rifiuta più volte di partecipare ad una reunion dei Black Flag perchè non avrebbe nessun senso: le canzoni dei BF erano e sono inni di battaglia e i tour della band erano guerre. Riformare la band per gli applausi e gli abbracci sarebbe ridicolo. L’unica eccezione è stata la pubblicazione nel 2002 di Rise Above, un tributo ai Black Flag realizzato da Rollins con tanti ospiti: tutti i proventi ricavati dalle vendite del disco furono destinati alla difesa dei West Memphis Three.

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La sua lunga e ricca storia pesa come un macigno, ed è un peso evidente in ogni inquadratura di una pellicola costruita intorno alla sua figura minacciosa. Krawczyk dimostra di avere le idee chiare, evita le molteplici scorciatoie a sua disposizione e realizza un ibrido che riesce a stare in piedi da solo, e senza barcollare. Gli scatti di violenza horror, uno strisciante humour freddissimo e una costante malinconia vicina – ma non troppo – all’estetica indie SundanceStyle, convivono senza litigare.

Insomma la Guerra Civile… com’è stata?

Non lo so, ero in Cina.

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Il plot attinge dai classici del crimine, ma – proprio come per le componenti sovrannaturali della storia – tutto diventa secondario, cornice, sfondo. A fuoco è sempre e solo lui, e nonostante tutto quello che gli succede attorno (e tutto quello che succede a chi gli si para davanti), sono le sue sensazioni a intrigarci, i suoi pensieri, la sua apatia sanguinaria.

La serie tv è ovviamente in pre-produzione. (Senza saperlo, ci avevo pensato a metà film. Ma non vale come profezia, ormai penso “dovrebbero farci una serie tv” anche fissando uno zerbino).

 

 

 

 

 

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