Mexico Barbaro. Tornano gli incubi della macelleria messicana


Alejandro è fuggito ad Hollywwod, così Guillermo, idem Alfonso, e tanti altre presto li seguiranno, saliranno sul Pick-up, una foto di Jessica sul parabrezza, alla radio un motivetto di Jennifer, saluteranno per l’ultima volta Tijuana e conquisteranno l’eldorado dei gringos, olè. Noi invece restiamo di qua del confine, con quelli che rimangono, e ne abbiamo ben donde, qui è tutto un mutilare, uno smaciullare, un triturare, un denudare. Metttevi comodi, tappatevi naso e bocca e seguiteci nella mattanza, questo è il nostro Easter Egg per tutti voi. Mexico Barbaro, premiato al Fright Nights Festival 2014.

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Che l’horror splatterone sia argomento per un film intiero, o solo per un corto, è questione lungamente dibattuta. Se della materia si privilegia l’oscenità della rappresentazione, la breve durata più che sufficiente è financo da auspicare. Se invece vogliamo porre l’accento sull’atmosfera, sull’humus horrorificus, allora gli autori possono prendersi tutto il tempo che vogliono. Nel caso in oggetto guardiamo un’antologia dei più truculenti registi messicani, otto registi per otto episodi, liberi di squartare seguendo un tenue filo conduttore e cioè le tradizioni e la cultura messicana. L’inizio è infatti assai promettente, il primo capitolo (Tzompantli, di Laurette Flores Born) è una sorta di Narcos Apocalypse, con i criminali dei cartelli trattati come diabolici santeros e cacciatori di teste. Takashi Miike aveva esplorato le potenzialità vampiresche del mondo yakuza, ora abbiamo i trafficanti slasher, un giorno forse avremo i camorristi o gli ‘ndranghetisti zombi, e quello sarà un giorno magnifico.

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Dall’attualità si passa alla cartolina (Jaral de Berrios, di Edgar Nito), una hacienda abbandonata nel deserto, impprovvido rifugio per due bandidos che incontreranno lo spirito di una strega, infoiata e mortifera. Atmosfere notevoli, ma soprattutto un cunnilingus al sangue che resterà impresso sui vostri palati.

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Il tempo corre, gli umori anche, andiamo a conoscere due sorelle procaci e devianti (Drena, di Aaron Soto), una è più deviata dell’altra, ne raccoglie il mestruo da offrire ad uno spiritello assatanato, ma l’imprevisto è in agguato, la pena per il fallimento è la suzione dell’anima. Da uno sfintere a caso.

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Scappiamo e arriviamo ad una cabin in the woods (La cosa mas preciada, di Isaac Ezban), dove due adolescenti vorrebbero consumare la loro prima notte d’amore, ma il boscehtto è popolato da diavoletti che rubano cose preziose, anche la verginità, e sul tema si vede tutto, ma proprio tutto, the rape, the no revenge, the evil cocks. Già.

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Lasciamo ora le ambientazioni isolate, i non luoghi del Messico, e spostiamoci nella non Città del Messico (Lo que importa es lo de adentro, di Lex Ortega), dove un homeless rasta è in realtà il più cannibalico dei babau, e anche il più pedofilo, un pedonecrofilo, e ho detto tutto, il resto guardatelo, se ancora avete stomaco e coraggio.

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Accettiamo un passaggio da uno sconosciuto, in barca, arriviamo all’Isola delle Bambole (Muñecas, di Jorge Michel Grau), dove un panzone mangia tortillas è pronto ad accogliere turiste per mutilarle e cuocerne le estremità in brodo di bambolotti di plastica, appunto.

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Si muore bellamente, si può anche resuscitare, per continuare ad essere uccisi biblicamente, nei secoli dei secoli: questo succede ad un assassino deceduto (Siete veces siete di Ulises Guzman), il cui cadavere viene trafugato dal padre delle sue giovani vittime, e restituito alla vita, e massacrato, e restituito alla vita, e massacrato, e ancora, e sempre.

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Chiudiamo in bellezza, tra maschere mortuarie e culi da avanspettacolo, festeggiamo la Candelaria con le ragazze cin-cin (Dia de los Muertos, di Gigi Saul Guerrero), in un topless bar che pare il Titty Twister, sgozziamo tutti insieme gli stupratori maldidos!

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Otto episodi, otto registi, due femminucce e sei maschietti, a stili alterni, tra l’arty ed il grindhouse. C’è il mestierante, c’è il dilettante, c’è anche il talento già in essere, che è il Jorge Michel Grau del grandissimo Somos lo Que Hai (We Are What We Are), e quello in erba, Ulises Guzman. Più in generale, c’è una visione eretica, dove le tre S dell’orrore, Satana, Sesso e Sangue, vengono apparecchiate in salsa chili e servite crude, crudissime. Buon appetito.

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