Veteran. Pagherete caro, pagherete tutto, anche in Corea


Alcuni giorni fa discutevo con un’amica virtuale, una delle più care, sul contenuto di un post de Il Post, che riportava considerazioni relative al marketing cinematografico dell’oggi, quello via social, fatto di contenuti ammiccati, suggeriti, rubati, di anticipazioni, di rumors, di recensioni incontinenti vergate da addetti ai lavori privilegiati, ben prima dell’uscita ufficiale dei film. Il post de Il Post faceva propria una tesi alquanto reazionaria, che cioè questi schizzi precoci di parole fossero un nocumento per la fascinazione del film sugli spettatori, io sostenevo invece la tesi opposta, che chiunque fosse capace di preservarsi selettivamente dalle fughe in avanti di notizie, e potesse scegliere il proprio livello di esposizione alla cagnara. Ragionavo come parte in causa, certo, e in quanto parte in causa, oggi, non posso esimermi dall’anticiparvi il mio entusiasmo per un titolo ancora ignoto ai più, che nel resto del mondo ha già compiuto il suo cursus honorum. Veteran, di Seung-wan Ryoo.

Veteran fronte DVD

Dovere e amore di verità mi impongono di plaudire all’opera struggente del formidabile Florence Korea Film Fest, che ogni anno porta in Italia il meglio del cinema coreano più recente – quindi quest’anno anche Veteran -, restando in una condizione pionieristica perenne unitamente al Far East Film Festival di Udine, anche se alcuni segnali, come la rassegna organizzata dalla pugliese La Scatola Blu con il nostro verboso supporto, fanno ben sperare.  Il fatto di rilievo è che il cinema sudcoreano, per quanto si cerchi di parlarne con frequenza e  tempestività, non solletica gli occhi o i commenti della più parte dei cinefili da social, notoriamente tradizionalisti, più attratti dalle notti in cui Hollywood si celebra innanzi al mondo che dalla meraviglia delle nuove scoperte. Eppure la Corea del Sud ha tantissimo da offrire, e non sto parlando di cinema autoriale, quanto di cinema commerciale, di industria cinematografica nazionale. Il box office coreano, ad esempio, è annualmente dominato da prodotti nazionali: i campioni di incassi negli ultimi 10 anni sono made in Korea, solo Avatar e Transformers 3 hanno infranto la regola. In Cina, ad esempio, l’ultimo campione nazionale risale al 2013, dopo quell’anno i blockbuster hanno dominato e glocalizzato, e lo stesso vale anche per il Giappone. Se Seul resiste non è tanto per un ultimo rigurgito di sciovinismo, che pure sarebbe meritorio e legittimo in quanto – come si afferma nel film in oggetto – è forse l’ultimo Paese del mondo a non aver superato la Guerra Fredda contro il suo Nord comunista, quanto per la passione e la professionalità nel produrre film di genere, in questo caso action movie, contaminandoli di schegge impazzite di commedia o di dramma familiare.

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Veteran, dal regista di The Berlin File, è primo classificato al box office 2015, 100 milioni di dollari incassati. Tratto da una storia vera, anzi, da più storie vere, storie di ordinaria corruzione, costruite sull’abuso di potere delle multinazionali coreane, vere e proprie organizzazioni paramilitari eversive, in grado di orientare le leggi, le pene, i comportamenti sociali. Nel dettaglio, i buoni sono una squadra di poliziotti molto speciali e fin troppo gigioni, mutuati dalla tradizione aurea di Arma Letale, perché il cinema bello è sempre crossgender e transnazionale. L’allegra combriccola di piedipiatti deve vedersela con un apparente tentato suicidio, che in realtà è un caso di mobbing 2.0, alla coreana appunto, in cui un Lapoelkannide, cocainato, top manager per grazia di famiglia ricevuta, fa scontrare fisicamente i suoi dipendenti a calci e mazzate, mettendo in palio un grumo di stipendio arretrato. Money for Flesh, Flesh for Money.  Si ragiona con levità sul potere del denaro e sulla dignità degli uomini, sul capitalismo familiare alla coreana e sul controllo dell’opinione pubblica, ed il più probo – e combinaguai – degli sbirri  ne fa una questione di etica personale, si inimica famiglia e colleghi corrotti, schiva agguati all’arma bianca di mercenari filippini (!) pur di assicurare alla giustizia lo spregevole rampollo. Il redde rationem è il climax del film, tra inseguimenti e auto distrutte senza l’ausilio di stuntmen o effetti speciali, girato percorrendo e devastando in lungo e in largo mercati negozi e zone pedonali di Seul.  La spettacolarità dell’azione basterebbe a giustificare la visione del film , in più c’è un’attenzione maniacale – coreana – allo spessore dei personaggi di contorno, primo tra tutti il Crisis Manager della multinazionale, eminenza grigia ingrigita, anche lui figlio corporativo di genitore esercente la medesima professione, che viene corporalmente corporativamente flagellato e si autoflagella ogni qualvolta non riesce nello svio delle indagini.

veteran

Tra i premi conquistati da Veteran, spicca il Casa Asia Award del Sitges film Festival, che per i prodotti mainstream orientali è forse la miglior vetrina del nostro Vecchissimo Continente. Ora tocca a voi, scegliete se approfondire la vostra conoscenza o aspettare il clamore del sequel già programmato, nel mentre Eagle Pictures ha giocato d’anticipo e lo ha editato così, direttamente in home video, chè le sale de noantri sono troppo piene di film migliori di questo. Vero?

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