Mi Gran Noche, ci meritiamo Alex de la Iglesia


La televisione italiana è un cadavere eccellente, nemmeno l’estorsione del canone a mezzo bolletta elettrica – come un defibrillatore – serverà a rianimarla. Vuota di contenuti, svuotata di idee, resta in quanto incubatoio virale, fucina di situazioni più o meno scabrose, più o meno esilaranti, da riproporre pedissequamente nell’universo mondo social. Sembra un paradosso, ma proprio la viralità indotta è, oggi, l’artificio che la rende centrale, media tra i new media. Quando poi succede, come è successo 3 mesi fa, che l’intera nazione, o quella parte di essa collegata alla pubblica rete ammiraglia, festeggi un Capodanno con conto alla rovescia in indebito consapevole anticipo, ci si accorge del fatto che la televisione può anche agire sul tempo, non fermarlo, ma determinarlo. Mi Gran Noche, di Alex De La Iglesia.

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De La Iglesia es mi ermano, è notorio a tutti gli assidui frequentatori del blog: ai meno assidui, consiglio di recuperare il tributo dikotomiko ad Alex cliccando qui. Il suo cinema ha prerogative assolutamente peculiari, inventa mondi e cosmogonie governate da leggi loro proprie, con il bizzarro a scambiarsi di posto con il trucido, l’onirico a materializzarsi in groviglio di viscere e budella. Da sempre e per sempre l’interesse di Alex è rivolto alle dimensioni parallele nel mondo reale –  o verosimile -, quei contesti in cui il gioco dei ruoli sociali si fa duro, scevro di etica o bon ton, ed i più duri cominciano a giocare, divertendosi fino alla follia. Non sbaglio, pertanto, ad affermare che il suo cinema è un circo, un magic circus, una rappresentazione di rappresentazioni, una rappresentazione al quadrato.

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Mi Gran Noche afferisce la messa in scena del micromondo televisivo, territorio catodico si sarebbe detto un tempo, già esplorato dall’interno nell’inferno duale di Muertos de Risa, dall’esterno nel misconosciuto La Chispa de la Vida. Si è in uno studio tv, in ottobre, si va a pre-registrare lo show del Capodanno, tra lustrini, pailettes e sexy ballerine/i. L’oggetto della visione non è però la realizzazione dello spettacolo, nemmeno il suo dietro le quinte che sarebbe molto altmaniano, no, de la Iglesia inscena il suo avanti le quinte, ci porta tra il pubblico finto di un evento fintissimo, tra tavoli apparecchiati con polli e calici di plastica, in una dimensione temporale che vive nel loop delle riprese, tutti a ridere a comando e poi a ridere ancora, a ostentare euforia e a simulare baccanali in favore di telecamera, reiterandoli all’infinito. Questo avanti le quinte è una dimensione spaziale claustrofobica, ogni figurante ha il suo posto assegnato, il suo coperto assegnato. Persino la coppia di registe lesbiche, schizzate e contente, è racchiusa dentro una scatola cinese, un TIR container inespugnabile. La tv è un bunker,  un epicentro verso cui convergono gli eventi del mondo esterno. Succede infatti che al di là, all’esterno, sia guerra sociale, con lavoratori televisivi esodati che assediano il network e danno vita – inscenano? – una guerra civile con la polizia, i lacrimogeni vengono esplosi e si intrudono nei corridoi dello studio, implodono quindi. Qui entra anche una signora abbarbicata ad un crocifisso a grandezza naturale, la sua casa reale è esplosa, la polizia le dà rifugio nel non mondo che ha sempre visto dall’altra parte del divano.

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Nel mentre, dentro la fortezza,  le comparse stanno infoiate e schierate, uniche figure in movimento sono i presentatori dello show, moglie e marito promenanti, divorziati e agguerritissimi (lei è la musa Carolina Bang), in lotta per approdare ad uno show ben più seguito e richiesto, non a caso chiamato Surviventes. Ci sono anche due cantanti in attesa di esibizione (non è forse, questa attesa, esibizione?), l’uno è Alfonso, vecchia gloria presa dal mondo reale (Raphael lo pseudonimo), l’altro è Adanne, clone di milleuno talent show, cui due chicas senza scrupoli rubano il seme per inscenare una maternità rubata. Nell’incontro-scontro tra Alfonso e Adanne vive il climax del film,  un lunghissimo, estenuante trattamento di bellezza ad un solo occhio, derivato direttamente dal Chien Andalou del maestro Buñuel. La cifra espressiva è la satira sociale in guisa di farsa, si ride dei sentimenti delle persone – i figuranti a cottimo, le maschere – delle fobie (la jella), ci si perde nel gioco di emulazione e vendette trasversali, tra finti figli adottivi e veri figliastri, disposti ad uccidere pur di arrivare ai quindici minuti di notorietà, che poi sarebbero alcuni secondi, nel conto alla rovescia per l’arrivo del 2016 o di qualsiasi altro anno, ad esempio il citato 1974, l’inizio del post franchismo in Spagna.

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Il finale, che non sto a raccontarvi, è inverosimile in modo esplosivo, esorbitante, si resta con una sensazione di vuoto e di angoscia, ma è solo una stasi temporanea, la registrazione è terminata ma la tv continua, sopravvive anche a se stessa, un elicottero vola verso il prossimo show. Surviventes, appunto.

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3 pensieri su “Mi Gran Noche, ci meritiamo Alex de la Iglesia

  1. Pingback: MI GRAN NOCHE | in direzione ostinata e contraria

  2. Tantissimo amore per de la Iglesia. Solo lui riesce a mettere in scena una commedia delirante con una coerenza, una precisione, una serietà enormi.

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