Dossier Frankenstein. Born to be alive. Part I


Più di 400 film di ispirazione diretta, altrettanti apocrifi o non riconosciuti, per non parlare delle miriadi di derivati illegittimi dimenticati negli archivi delle più remote cinemateche. Tutte queste visioni a partire da un solo mostro, anzi, un mostro sacro, di più, il mostro sacro, il padre di tutte le cose senza nome, partorito dall’inchiostro seminale di una ragazzotta all’apice della sua pruderie intellettuale.

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Non starò qui a disquisire dell’uovo e delle galline, se sia meglio cioè il libercolo o i film, certo è che l’archetipo dell’orrido Redivivo, creato dal dottor Victor Frankenstein, è così popolare da far invidia al Faust, con il quale condivide alcune premesse di valore – la fiducia nella scienza, la sfida ai limiti della conoscenza, la dannazione della condizione umana –,  differenziandosene nella verticalità del percorso, ascensionale quello di Faust, discensionale quello del nostro voi-sapete-chi. Già, perché il mostro, etimologicamente “il segno divino, il prodigio”, di indole esizialmente vendicativa, sulla cellulosa nacque colto e dal forte sentire, incline alla logorrea e sempre pronto a discettare di filosofia, per poi trasformarsi, attraverso  un singolare processo di involuzionismo, nella creatura minus habens guardata e temuta dall’universo mondo, un post Neanderthal tutto grugniti e sbavate, con manone letali come anaconde, piedoni cingolati come carri armati. Non che alla nascita fosse d’aspetto michelangiolesco, era pur sempre carne morta, ma a suo modo mamma Shelley lo aveva fatto caruccio, ignara del processo lombrosiano che suo malgrado avrebbe subito.

the irish frankenstein

Ecco, individuare non la nascita del mito ma l’origine dell’icona popolare, questo mi ha stimolato, ed i risultati della ricerca, amici miei, sono strabilianti. Per prima cosa mi sono abbeverato alla fonte di Danse Macabre, il saggio sul cinema e la letteratura dell’orrore, scritto da Sua Maestà Stephen King in persona, e l’ho fatto con il massimo rispetto per la somma sua auctoritas. Il Re ascrive la mutazione al potere mitopoietico del cinema, nella fattispecie il creatore sarebbe il regista James Whale, attraverso l’attore inglese Boris Karloff, protagonista del Frankenstein del 1931 e della più parte della saga a marchio Universal. Era il periodo dei blockbuster horror, dopo la Grande Depressione il pubblico entusiasta sciamava al cinema con entusiasmo bimbo e fantasie circensi da nickelodeon, bramava la visione dell’abnorme, del deforme. Del freak. La Universal, dice King, era conscia di questo, e per spremere il Frankenstein franchise (Frankise) come una mucca da soldi aveva optato per l’estrema banalizzazione del mostro, incontrando così i gusti e le limitate capacità mentali degli spettatori americani. I risultati confermavano il buon occhio di quei produttori: dal 1931 il mostro di Frankenstein perdeva il patronimico, diventando per tutti Frankenstein lui medesimo, dopo la mutazione anagrafica spezzava le catene dei generi, entrava inesorabile nei cinema di altri Paesi, (El Superloco, 1936, è un film messicano), affrontava in singolar tenzone avversari tremendi (Dracula, l’uomo lupo, il mostro spaziale, mummie assortite) per conquistare lo scettro di Ultimate Babau, metteva su famiglia accendendosi di morbosa, galvanica sensualità. King dixit. Ma davvero è andata così? Davvero il cinema ha ricreato la creatura, a propria immagine e somiglianza? Ebbene, mi spiace deludervi, sono desolato di confutare il Re, ma la risposta è no.

russian frankenstein

Spulciando nei meandri della Frankensteinologia, o, come direbbe Victor, scoperchiando le tombe di cimiteri virtuali, ho appreso che già nel 1823 l’UrFrankenstein fu trasposto a teatro: alla Royal Opera House andò in scena Presumption; or, the Fate of Frankenstein di Richard Brinsley Peake, piece non autorizzata ufficialmente ma avallata da una divertita Mary Shelley. Già qui il Mostro perdeva pressochè del tutto la favella e le connotazioni da revenant, per apparire “a speechless, remorseless killer”, sul palco “His face was painted green, his lips were stained black, and he wore blue body paint”. Un killer silenzioso e senza rimorsi, praticamente un nemico, nella rappresentazione era insito il significato politico che la creatura avrebbe assunto nell’Inghilterra dalla seconda metà dell’800. Durante la guerra di Crimea, un vignettista britannico disegnò “il Frankenstein Russo ed il suo mostro”(1854), dove Victor era lo Zar, il mostro invece un orribile gigante assemblato con pezzi di cannone ed artiglieria pesante, un cyborg ante-litteram che rappresentava tutta la Russia guerrafondaia. “Irish Frankestein” fu il titolo di un’altra vignetta storica del 1882, stavolta Victor aveva le sembianze di Charles Stewart Parnell, nazionalista irlandese raffigurato come un domatore, il mostro – il movimento indipendentista irlandese – era una sorta di gorilla titano, subumano come da stereotipo razzista inglese. La tradizione proseguì e nel secolo successivo raggiunse il suo zenit: A Frankenstein of the East è una vignetta satirica del 1930, Victor è – incredibile dictu – il Mahatma Gandhi, in piena campagna per la disobbedienza civile, il mostro è un indianone colossale con turbante e sarong, occhi fissi da automa, che all’ammonimento di Gandhi riportato in didascalia (“remember, no violence, just disobedience) risponde minaccioso: “and what if I disobey you?”.

frankenstein of the east

Ricapitoliamo: fuori dalle pagine natìe, il mostro diventa subito speechless, remorseless killer, un soggetto borderline con una straordinaria forza fisica. fuori controllo oppure incontrollabile. E diverso, reietto, aborto perché non nato, creato da uno scienziato pazzo perchè sovversivo, smanioso di sgretolare i muri della morale e della conoscenza comune, di sfidare uomini e dei. Se questa cosa senza nome origina da un atto prometeico (The Modern Prometheus) di volontà, quello che unisce Victor e la sua creatura diventa allora il cervello, normal o ab-normal, inteso come sede preposta all’esercizio della volontà. Cervello pulsante, sotto stimolo elettrico artificialmente indotto. Intelligenza artificiale.

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