Dossier Frankenstein. Born to be alive. Part 2


Frankenstein ed intelligenza artificiale, un ossimoro da un punto di vista prettamente cognitivo, non invece da un punto di vista emotivo, in quanto l’impulso ad agire su base istintuale si esplicita in una volontà di ribellarsi, di vendicarsi, di accoppiarsi, di soppravvivere (It’s alive? It will survive!”), di annullarsi. Ecco allora che la Creatura esorbita, e diventa padre di tutte le creature cinematografiche concepite da uno scienziato maschio, perché la vera origine dell’empietà non è la sfida alla legge di dio, ma alla legge di natura. Prendete Ex-Machina di Garland: c’è un cervello bionico binario in un simulacro di donna, c’è la ribellione verso il demiurgo, la beffa atroce al genere umano.

FRANKENSTEIN

There is nothing more human than the will to survive, recita la tagline del film. Frankenstein fecit. Come già nel misconosciuto Uncanny (2014), sci-fi thriller da camera cui Garland ha rubato moltissimo, Ex-Machina accentua sapientemente l’elemento sessuale, incestuoso e traslatamente pedofilo (la creatura ha, o dovrebbe avere, percezioni virginali da adolescente), una versione da camera della Maria ribelle di Metropolis, e proprio il capolavoro di Fritz Lang fu dichiarato fonte di ispirazione per il Frankenstein di Whale.  A spasso nel tempo, penso a Blade Runner: quando a Batty, il leader dei replicanti rinnegati, non viene esaudito il desiderio di avere più vita – simile al desiderio di una sposa per Frankestein- il replicante distrugge Tyrell,  “il suo Victor Frankenstein “. Le creature possono essere infoiate come in Frankenhooker di  Frank Henenlotter, plurime, come le Sigourney Weaver clonate in Alien Resurrection, manipolate, come in Splice di Natali o Species di Donaldson. Frankenstein meets the clone wars, è invece  lo slogan ufficioso utilizzato per promuovere Closer to God di Billy Senese, premiato al Fantasia Festival di Montreal nel 2014. In Closer To God, una bambina clonata e segregata da un moderno Victor è in realtà una baby killer, contenente un cuore rivelatore detonatore.

FRANKENSTEIN 3

Oppure, le Cose Senza Nome possono essere di carne e di metallo urlante: il mostro è Robocop, killer punisher, giudice dei suoi stessi creatori. Supereroe, come il ribelle Ultron, una sorta di robot Frankenstein al quadrato in quanto derivato da un altro simil Frankenstein (Dragon Down) e a sua volta creatore di un Frankenstein simmetrico, la Visione, che annulla il circolo vizioso della ribellione e della vendetta. Tutti possono lanciare al cielo l’urlo maieutico di sfida (“It’s alive! It’s alive! It’s alive”), anche un adolescente genialoide che resuscita la sua ex innestandole un cervello artificiale, come nel caso di The Deadly Friend di Wes Craven. Ad una replica di livello più squisitamente organico si ispira l’immenso Stuart Gordon per il suo Re-Animator, tratto dal racconto breve “Herbert West – Reanimator” di Lovecraft, nato come parodia dell’opera di Shelley per esplicita ammissione del suo autore. Dici Gordon e dici anche Brian Yuzna, con i suoi Bride of Re-Animator e Beyond Re-Animator. L’accento sulle componenti organiche del patchwork umano non è di poco conto, oltre il cervello c’è di più, ci può essere il cuore per esempio, come nella traslazione giapponese del mito, avvenuta con Frankenstein Conquers The World di Ishirō Honda, dove tutto nasce da un cuore manipolato da uno scienziato nazista, con la creatura – dalle sembianze di un Karloff con gli occhi a mandorla – che diventa un kaju ejga a seguito delle radiazioni della bomba di Hiroshima, restando dentro di sé attaccato, non al papà, ma ad una pseudomamma scienzata bonissima. Nazisti ed eugenetica, un connubio in cui la realtà ha sterminato ogni più archetipica fantasia: a questo si ispira una delle trasposizione più recenti, il Frankenstein Army di Richard Raaphorst (2013), con i soldati dell’Armata Rossa che irrompono nelle segrete di un laboratorio tedesco dove un folle, pronipote di Victor Frankenstein, sta creando un kommando di mostruosi invincibili crucchi.

FrankensteinvsBaragon

Già, l’eugenetica, oggi. Mentre il dibattito su uteri in affitto e intelligenze surrogate sconvolge i social, al cinema è in arrivo una nuova rilettura del mito, Frankenstein di Bernard Rose. Stavolta un papà e una mamma, sposati naturali e legittimi, generano il mostro 2.0, bimbo, servendosi di una stampante 3D. Il noviziato del giovane Frankenstein è traumatico, alla crescita della forza non corrisponde uno sviluppo dei neuroni, cellule tumorali fioriscono su tutto il corpo. Il film scorre tra schizzi magistrali di gore e attenzione filologica ai dialoghi del libro, ma il tributo più affettuoso a Mother Mary è l’aspetto fisico del mostro adulto: Xavier Samuel aggiorna in chiave modern romantic l’originale del 1816: “His yellow skin scarcely covered the work of muscles and arteries beneath; (…); his teeth of a pearly whiteness; but these luxuriances only formed a more horrid contrast with his watery eyes, that seemed almost of the same colour as the dun-white sockets (…)”. Frankenstein, punto e a capo.

 

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...