Dossier Frankenstein. Born to be alive. Part III


Somewhere in Germany. Da Tarantino, che così ha aperto Inglorious Basterds, fino a Fritz Lang, che per primo usò la dizione in Duello Mortale, il viaggio è lunghissimo e passa attraverso il Giappone. E’ infatti l’incipit di Frankenstein Conquers The World, aka Frankenstein vs. Baragon, 1965, coproduzione UPA (americana) e Toho (giapponese). Stavolta non c’è un Victor prometeico a combinare guai, ma alle prese con il cuore del mostro c’è uno scienziato eugenetico nazista in coitus creativus, interruptus dalla ritirata dei suoi. Il muscolo rivelatore – non il cervello – viene inscatolato e spedito in sottomarino ad Hiroshima, qui arriva l’Enola Gay e tutto di botto finisce. O ricomincia, perché origina un pargoletto mutante, dotato di appetito insaziabile: dopo qualche anno lo ritroviamo cresciuto a dismisura sotto le cure della scienziata bona e di un pacioso luminare americano. Il giovane NippoFrankenstein è un gigante: più che Godzilla è un derivato di King Kong, con cui condivide la fuga dai flash di paparazzi spietati e l’innata, fraintesa filantropia.

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Non è un caso, il padre di questa coproduzione è Willis O’Brien, mago degli effetti speciali del King Kong diretto da Cooper e Schoedsack (1932), che emigra da Hollywood per realizzare il vagheggiato Kink Kong vs. Prometheus. Nelle mani dello sceneggiatore Sekizawa avviene la virata verso il kaju eiga, Kong lascia il posto a Big Frankie, reietto perché scambiato con Baragon, un mostro cannibale sotterraneo che appare, distrugge e scompare. Il regista Hishiro Honda, a sua volta papà del Godzilla mitico (1954), inscena un dramma psicologico, in cui i genitori putativi di Frankenstein si interrogano sulla reale indole del mostro e di tutto il genere umano. Honda escogita anche la Franken-talea da una mano recisa del mostro, decenni prima di Sam Raimi: nutrita ad acqua e proteine, la mano si sviluppa e cresce, cominciando anche a muovere i suoi primi passi verso l’autosufficienza! Tutto è funzionale allo scontro finale, Frankenstein esce dalla clandestinità cui si era votato per affrontare Baragon, spettatori l’esercito intero e gli scienziati: gli spezza il collo, come Kong con il rettile preistorico sull’isola che non c’era, e scompare. It’s alive? It’s immortal, dicono in chiusura del film: un anno dopo arriva infatti War of Gargantuas (Katango), Honda è sempre alla regia.

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Uno scontro epico tra un MegaFrankenstein di montagna, dolcissimo marrone come lo yeti, ed un SubFrankenstein di mare, verde e cattivissimo. Il plot prosegue sul solco del precedente, anche piuttosto stancamente, ma resta interessante il duello fratricida tra le due creature generate da brandelli del loro predecessore, due gemelli diversi che costituiscono il più strampalato ed originale contributo alla storia del Frankenstein cinematografico.

A riprova di quanto Mary Shelley abbia marchiato la cultura pop, il Frankenstein animato giapponese del 1981, Kyofu densetsu: Kaiki! Furankenshutain, grondante sangue e malinconia. Dirige Yugo Serikawa, padre tra gli altri di Mazinga Z, uno che di umanità istillata nel cervello di un automa se ne intende. Il mostro nasce bendato come una mummia, la creazione innesca sfortunati eventi e luttuosi nel villaggio.

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La polizia brancola nel buio, Victor scopre che è una messinscena del suo aiutante per estorcergli denaro e non svelare al mondo il suo segreto. Il mostro, creduto morto, è vivo e cerca vendetta, ferale come Raul in Ken il Guerriero, si aggira tra i boschi ma di incanto trova la pace, accolto dalla figlia di Victor, sorta di pseudo Heidi, e dal di lui padre. L’idillio è breve, i villici attaccano l’orco a colpi di fiamme e forconi, l’epilogo è di morte e riconciliazione. Da ricordare: il mostro che ripara in Chiesa, guarda il crocefisso e si accorge di avere ferite come le stigmate di Gesù, i suoi chiodi come gli elettrodi che lui ha nel collo.

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Agli esordi del mostro sul palcoscenico guarda invece Takeshi Kawamura, autore del post modernismo giapponese, noto per “his popular-culture-influenced, violent, highly physical plays” (wikipedia). Kawamura scrive e dirige Last Frankenstein (1992), suo unico film, trasponendo una sua piece del 1986, e fa un’opera seminale, ispiratrice per Sion Sono, Hitoshi Matsumoto, persino M. Night Shyamalan. Si parte dal Giappone dell’oggi, sconvolto da una sequela di suicidi inspiegabili, in tutte le classi sociali e generazionali. I soliti scienziati ipotizzano che esista un virus del suicidio, di incerta modalità di trasmissione, connaturato alla crisi etica della società. Pensano cioè che Il Giappone stia implodendo, per salvarlo chiedono ad uno di loro – padre di una figlia ribelle con poteri da Lucy bessoniana – di contattare un medico guru, Aleo, soprannominato dr.Frankestein, che studia la vita dalla morte. Costui è pazzo, sequestra padre e figlia e con i di lei poteri anima i suoi moderni Adamo ed Eva, due cadaveri nudi in perizoma rituale, dalla cui unione, spiega, potrà nascere il Salvatore. Peccato che i due non mostrino alcuna attrazione sessuale reciproca: il maschio è affascinato dalla natura e dall’arte, la femmina, più maliziosa, preferisce la carne viva del suo papà. Constatata la sterilità dell’esperimento, Aleo cerca di distruggere i due, così  il si compie la mattanza, con i mostri ad uccidere e poi a trafiggersi con asce e coltelli, finchè ne resta soltanto uno, il maschio. Dopo alcune brevi esperienze culturali a Tokyo, anche lui sceglie il suicidio rituale (per annegamento) mentre padre e figlia, riconciliatisi, si abbracciano per ripartire insieme. Japan rules.

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