Io, il Bif&st 2016, il pagellone delle nuove proposte


Sono stati giorni durissimi, al limite dell’umana sopportazione. Si che si era partiti con le migliori premesse, toccava infatti un’immersione piena –nel cinema italiano che non è ancora al cinema, bisognava visionare e giudicare, in tempi assai ristretti, otto lungometraggi otto non ancora editi in quanto non ancora distribuiti in sala. La mia posizione di partenza, lo sapete, era doverosamente laica ma alquanto pregna di aspettative, molti e disparati erano i segnali incoraggianti provenienti dal cinema autarchico più recente, tra opere prime, seconde o esordi memorabili. Invece. La. Catastrofe. Il. Tedio. Senza. Rimedio. Una tortura guantanamica per gli occhi la mente ed il cuore, una cura Ludovico che avrebbe spezzato chiunque, un crimine contro la mia umanità. Ho resistito, non temete, la scorza è incrinata ma ancora dura, e se oggi sono qui, a scrivervi queste parole di sangue, è per lasciarvi testimonianza di cosa non deve – o non dovrebbe – essere un film in quanto tale, ancor più in quanto nuova proposta: banale, pretenzioso, superficiale, prolisso, innocuo, qualunquista, pietista, ruffiano, trito, ritrito, autocompiaciuto, sovvenzionato. Dal novero escludo l’originalità, che è valore relativo e non assoluto. I voti e i giudizi dunque, agli otto lungometraggi otto:

bifest 2016

  • The Plastic Cardboard Sonata (E.Falcone- P.Persello) Voto: 5

Si vocifera abbia avuto un budget di 11.000 euro, non si capisce se ciò sia attenuante generica o motivo di merito. Una storia, l’ennesima, di alienazione e di periferia, con un agente immobiliare, clone del Servillo più manierato, a vendere immobili di pregio in nuova zona residenziale sen’anima e senza speme. Confezione anodina, lentezza, filosofia spicciola, ed un epilogo sospeso tra il reazionario e l’improponibile.

plastic cardboard

  • L’Universale (F. Micali) Voto: 5 

Unire Pieraccioni a Virzì è possibile, certamente, ma il risultato azzera anziché sommare le caratteristiche degli addendi. Mentre si vede tutto si prevede, le risate sono stentate e di grana grossa, non c’è empatia, né malinconia, solo antipatia per chi ancora usa Ultimo Tango a Parigi come la quintessenza della provocazione filmica. Ci sarebbe anche il cinema nel cinema, ma meglio spegnere il proiettore ed accendre le luci in sala.

l'universale

  • Il Traduttore (M.Natale) Voto: 5,5

Grande – si fa per dire – merito è l’esibizione del corpo di Claudia Gerini, che si accoppia variamente con un toy boy per circa il 30% della durata complessiva del film. Ci sarebbe anche una sceneggiatura, con quattro donne di varia etnia e professione a sfruttare a turno un povero apollineo ragazzo rumeno, ma tutto naufraga ab origine, il Garko de Bucarest infatti ha l’incarico di tradurre un diario dal tedesco all’italiano, a Roma, senza Google Translator.

il traduttore

  • La notte è piccola per noi (G. Lazotti) Voto: 5,5

Pare uno spin-off dei primi 20 minuti de La Grande Bellezza, l’umanità italica racchiusa in una balera, la musica dal vivo a segnare tempi e modi dell’azione, i balli di gruppo diuturni ad avvolgere protagonisti transeunti nel claustrofobico capannone. Peccato, davvero, che la texture finisca col prevalere sulle storie, che l’esibizione sociale non diventi mai satira di costume, che tutto si riduca ad un insieme di sketch più o meno edificanti, macchiettismo senza limitismo.

la notte è piccola per noi

  • Amo la tempesta (M.Losi) Voto: 4,5

I cervelli in fuga sono una leggenda metropolitana stucchevole, ancora più stucchevole è questa rappresentazione di surrealismo familista, con un gruppo di genitori come un’anonima sequestri a riportare a casa la titolata progenie emigrata in Germania, servendosi di uno stralunato autista di scuolabus in constante chat erotica con la moglie hot-telefonista. Straziante in quanto privo di ritmo, ma soprattutto senza una ragione che sia una.

amo la tempesta

 

  • Due euro l’ora (A. D’Ambrosio) Voto:5

Il vincitore della sezione, miglior film e migliore attrice, due premi per caso. Degno del prime time della tv di stato, nonperò della rete ammiraglia. Una storia sbiadita di cucitrici campane in nero, vessate da un kapò-rale pure usuraio, tenuta insieme da amorazzi e tradimenti, fughe e ritorni. Il titolo fa pensare all’impegno civile, invece è altro, è piccolo cabotaggio dei sentimenti e delle virtù, un contropaccotto tutto al femminile. Il film vorrebbe guardare a Matarazzo, resta accecato dalla fuliggine dell’incendio risolutore.

due euro lìora

  • Senza lasciare traccia (G.Cappai) Voto: 4,5

Il giovane Montalbano Riondino come un tremendo Signore delle Fornaci, a vendicarsi di torti e sevizie pedofile subite in età prescolare, sullo sfondo piatto e desolante della Bassa Padana. Metaforoni un tanto al chilo, con il passato che si si svela come un dipinto da restaurare, e riflessioni nebbiose sull’ereditarietà dei delitti e delle pene. Nella nebbia, l’assenza totale di supence fa pensare ad una generale crisi di amnesia, di regista e attori.

SENZA-LASCIARE-TRACCIA-Locandina-Poster-2016

  • L’età d’oro (E.Piovano) Voto: 3

Siamo nel 2016, e c’è chi ancora mostra scene della Pizzica Salentina, zippando tutta la Puglia eteogenea in una cartolina colrata a pastello, francobollata dall’Apulia Film Commission. Biografismo abortito e insincero, senza senso, senza visione, senza alcuna possibilità di approdare in sala, e meno male, visto che la protagonista è Laura Morante, all’apice della sua insostenibilità.

l'età d'oro

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