Veloce Come il Vento. Ci meritiamo Matteo Rovere


La pubblicità attraversa tempi grami, all’oggi marchi e prodotti sono in profferta, seguono freneticamente le tendenze, la viralità impazzita di individui in crisi di coscienza e in uno stato di contraddizione continuato. L’identità, oggi, va nascosta, o subdolamente diffusa, ma c’era un tempo in cui l’identità si urlava a lettere cubitali, così pretenziosa, così parossistica da farsi aforisma. La potenza è nulla senza controllo. Si parlava di pneumatici, c’era un velocista ai blocchi di partenza, calzante tacchi a spillo rossi in guisa socialmente scorretta, però tutti capivano, tutti capivamo, senza fraintendimenti, era una questione di velocità, di brividi, di dettagli. Veloce Come il Vento, di Matteo Rovere.

veloce come il vento

Questo, prima che sulla velocità, è un film sulla normalità, sulla possibilità di rappresentare in altro modo l’italica provincia meccanica, di portare in pista e sullo schermo una passione nazionale, più specificamente regionale, trattandola vedendola e vendendola come universale. Ci sono le corse nelle supercar, nei bolidi GT fuoriserie preparate nelle officine tosco-emiliane, e alla guida c’è una ragazzina con i capelli blu, sarebbe la proiezione di una donna vera ma non importa, pare uscita da un cartone animato seriale, giapponese certo, dove il protagonista subisce un lutto, o una privazione, deve perciò affrontare il suo coming of age per giungere alla redenzione, in questo caso il riscatto della sua proprietà immobiliare, l’avito cascinale.

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La ragazzina corre a ostacoli, sulla sua strada intoppi di varia natura soprattutto parentale, un fratellino minore serafico fino alla pietrificazione ed un fratelloide tossicodipendente che è sudicio, eccessivo, insensibile, tanto quanto è cialtrone, simpatico, esuberante. La scimmia, la droga è considerata in modo venefico, certo, ma in questo film è anche normale riderne, con un ghigno che supera la compassione o il biasimo d’uopo, l’eroinomane come lo scemo del villaggio, con una collocazione sociale precisa, ma più che scemo è matto, in quanto capace di cambiare – in corsa – le regole del gioco e della fiaba, diventare l’assistente, il gregario, il coach, mosso da legami economici e di sangue per plasmare la donnina dai capelli blu. Questo però sembra non bastare per il lieto fine, la provincia meccanica è un mondo, perfettamente contestualizzato, dove la società è insieme di individui non comunicanti, dove il denaro è potere e chimera, allora il drogato è pronto ad assurgere a vittima sacrificale, a celebrare il rito dell’immolazione nella bara (mobile) per antonomasia, la Peugeot 205 supermega16valvole che negli anni qui rappresentati, oltre che primeggiare in eterogenee gare di velocità, dispensava morte e traumi ad almeno due generazioni di postadolescenti, usciti dalle disco, sballati forse, sbronzi forse, schiantatisi a parete su strade statali provinciali comunali della suddetta provincia meccanica.

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Veloce come il vento però non è un film sulla pesantezza del crescere, sulla gravità del morire, o sulla necessità del vincere, è un film lieve, di puro, disinteressato divertimento, si permette di attribuire pregnanza semantica a non essenze quali i cordoli di una pista, il brecciolino, le curve tagliate o arrotondate, guarda fuori e dento i motori rombanti, con visioni di pistoni ardenti che sono un chiaro omaggio all’epopea di Cars e a quel geniaccio di John Lasseter. Ecco, questo squarcio di Bassa Padana, che trascende fino a farsi circuito automobilistico per invisibili gare clandestine, diventa una rappresentazione verosimile di un mondo ideale, Radiator Springs, dove i protagonisti non hanno sangue nelle vene, ma benzina, non poggiano su due piedi, ma su 4 gomme, però hanno tutti un cuore immenso, semplice e grandissimo, che batte negli occhi di chi li guarda. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

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