The Invitation, un Cult-Movie.


“Il dolore è soltanto un’opzione. Tutte le emozioni negative, la rabbia, la depressione, sono solo reazioni chimiche. Si tratta di fisica, siamo tutti in grado di espellerle dal nostro corpo e cominciare a vivere la vita che desideriamo. Noi stiamo benissimo, siamo felici. Non pensate a noi come a una di quelle sette religiose strambe, siamo solo un gruppo di persone unite, che si aiutano a vicenda. Siamo in tanti, siamo individui brillanti (ammirateci!), molti di noi vengono da Los Angeles. La nostra è comunione, connessione. Noi trascendiamo. Vi abbiamo invitati a cena, oggi, per comunicarvi il nostro benessere, per trasmettervi i nostri stati d’animo, la serenità, la sicurezza che non ci sia niente da temere.” Non fate caso alle finestre sbarrate e alle porte chiuse a chiave dall’interno, non lasciatevi insospettire dalla mancanza di campo per i telefonini. Non c’è niente di cui aver paura. This is The Invitation.

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Una cena tra amici in una casa accogliente. Ripenso a quella boiata di Perfetti Sconosciuti, uno dei film più irritanti della triste storia recente del cinema italiano. Irritante, si, perchè per due terzi si sforzava timidamente di mettere in scena qualcosa di decente, sembrava osare, uscire dai binari massificati e televisivi della marea di commedie ignobili, offriva spunti dignitosi, persino qualche briciola di cinismo e cattiveria. E poi un finale terrificante, dannoso e pericoloso quanto una retromarcia innescata nella corsia di sorpasso. The Invitation è tutt’altro, The Invitation è il cinema che vogliamo, pregno e pesantissimo, che inizia con un presagio malefico e termina con un finale horror perfetto, furbo e devoto al genere.

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Un grandissimo e barbutissimo Logan Marshall-Green è Will, il dolente protagonista, dalla psiche traballante, di questo thriller pauroso e insinuante. Ma quanto traballa la psiche di Will? Quanto di quello che vede è frutto di allucinazioni? Quante delle sue paure e sensazioni sono causate dal suo malessere? Le domande si moltiplicano durante la visione, amplificate dalla perfetta e tesissima colonna sonora, dalla luce tenue e calda quanto quella prodotta dal fuoco in un camino,  e dai dialoghi perfetti e realistici (che sottolineano l’atmosfera particolare che si crea spesso in questo tipo di reunions: l’abbiamo provata tutti, la tendenza a sdrammatizzare sempre e comunque qualunque spunto di discussione seria, grave, inquietante. A dispetto dell’evidenza, scoppiare all’unisono in una fragorosa risata, causata dalla più scema delle battute.) E questo film brucia lentamente, consuma l’aria poco a poco, risucchiandoci dentro la casa e dentro la testa di Will.

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Los Angeles, quindi: la California è da anni una sorta di alveare per sette e culti para-religiosi, ognuno con le proprie ridicole caratteristiche, ma tutti – e le religioni istituzionali e monoteiste non sono poi così differenti – accomunati da alcuni punti essenziali: l’annichilimento della personalità degli adepti e una tendenza banale e onnipresente al controllo sociale, non tanto conquistato dai leader di turno, quanto piuttosto ceduto dai membri, delegato, quasi. La costante presenza, nei racconti dei fuoriusciti, di storie oscure, truci e psicotiche. E sempre originate dal dolore, dalla perdita dei propri affetti. Tutti aspetti ben presenti nel film di Karyn Kusama, che è una gran lavoratrice, non legata maniacalmente ad una idea di cinema personale e monolitica; Karyn ama girare storie spiazzanti e che balzano tra i generi, e completamente differenti tra di loro. E’ la sua mano che ha diretto Jennifer’s Body, che sembra lontano anni luce da The Invitation sotto qualsiasi aspetto (Jennifer’s Body a noi, e quasi soltanto a noi, è piaciuto assai) Girlfight e anche Aeon Flux.

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Karyn è un’artigiana, insomma. Femminista, umanista, e bravissima. Sudore, non genio. E a noi va più che bene così.

 

 

 

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