…Continuavano a Chiamarlo Jeeg Robot: intervista a Menotti & Guaglianone


Menotti & Guaglianone, o Monetti & Gaglianone, o Moretti & Gagliardone, o Minotto & Guarguaglione? Loro sono gli sceneggiatori del film di Gabriele Mainetti (o Manetti? Manetti Brothers? E il fratello ‘ndo sta?) e sono al centro di un attacco incrociato, sulla carta stampata, sul web, nei bar, anche Amnesty si è espressa a riguardo. Il loro nome – il loro cognome – è stato infatti storpiato, troncato, apocopato, abusato, è diventato uno slogan automaticamente generato per #giacchettisindnacodenoantri, per colpa loro certamente, non avessero scritto il film non staremmo nemmeno a parlarne, ma intanto l’hanno scritto, e noi dobbiamo schierarci, si o no, l’astensione è reato! Si, loro hanno scritto Lo Chiamavano Jeeg Robot, pensateci quando gridate al miracolo, al nuovo cinema italiano, alla rivincita dei nerds, pensateci quando, per la prima volta in vita vostra, seguirete la premiazione dei David di Donatello manco fosse il Sanremo che avete sempre sognato. Perchè anche quella sera, potete giurarci, qualcuno infierirà su di loro, e sarà la volta che Minosse & Gagliolone si incazzeranno sul serio. Intanto, leggete cosa hanno risposto alle nostre ineffabili domande dikotomike.

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  • Sceneggiatura di Guaglianone e Menotti: per restare sul tema Jeeg, voi siete i componenti? Chi il braccio? Chi la mente?

M: Sceneggiare in coppia, più che con la robotica, ha a che vedere con la procreazione. Il pupo potrà avere gli occhi dell’uno e i capelli dell’altro, ma il DNA è quello di tutti e due.
NG: Siamo due piedi in una scarpa, ma corriamo veloci.

 

  • Perchè quel corteo posticcio a inizio film, a rovinare il quadro generale? Non si poteva riprendere un corteo vero, a Roma? Questo è l’unico punto di contatto con i film italiani che detestiamo, quelli dove si vedono partiti politici inesistenti, comizi finti e cortei posticci. perchè, perchè?

M:Perché tutte le cose che si vedono nei film sono finte: i cazzotti, le esplosioni, i morti ammazzati, persino i cortei. Sta al regista (e ai soldi che ha per girare la scena) far sembrare vero ciò che non lo è. Per fortuna, il film non parla della lotta sindacale nell’Italia del dopoguerra, ma di un supereroe – l’importante è che il pubblico creda a quello.

G: Le comparse nel corteo sono mille volte più credibili dell’ improbabile cameo mio e di Roberto.

 

  • La Roma del film è sconvolta da bombe e attentati: la vostra è nostalgia, o preveggenza?

M: In Italia le bombe sono come le scarpe con la zeppa: dopo un tot di anni tornano di moda. A metterle non si sbaglia mai.

G: Fin da subito avevamo capito che occorreva un clima di terrore. Inizialmente avevamo pensato a un terremoto, poi a una tremenda inondazione del Tevere, poi le cavallette e infine  ai nazisti dell’Illinois. Poi causa budget ridotto abbiamo optato per delle comuni bombe.

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  • Di Ilenia Pastorelli, bella e brava, si intravede una tetta o poco più, del grande Santamaria un mignolo di piede mozzato. Problemi con la psicoanalisi?

M: Da piccolo riempivo quaderni di disegni di gente squartata e/o sottoposta a orrende torture. I miei erano preoccupati ma tutto sommato non ho mai dato grosse grane. L’incontro con una terapeuta si è reso necessario solo nei primi anni 2000, dopo aver scritto una puntata di L’Onore il Rispetto.

G: Il mio manuale di sceneggiatura preferito è il DSM. Stasera controllo e ti dico.

 

  • La Roma pariolina e capranichettara è del tutto assente nel tuo film: è pudore, scelta politica, o è un caso?

M: E’ colpa del Neoliberismo. La Roma pariolina e capranichettara è una categoria dello spirito nota e apprezzata in tutta la provincia, pari a quasi un terzo dell’intero territorio laziale. Purtroppo, la scrittura del film ha dovuto mettere in conto anche i residenti oltre le frontiere dell’Umbria.

G: Inizialmente avevamo pensato di ambientare la vicenda a Vigna Stelluti. Enzo Ceccotti doveva chiamarsi Dodo Ciacci. Il problema era che un supereroe con le Hogan non s’era mai visto, allora optammo per la Magliana, ma c’è era già la banda. E quindi finimmo a Tor Bella Monaca.

 

  • Non ci accontentiamo di generici riferimenti e doverose citazioni, elencateci cinque film necessari per la vostra visione di cinema.

M: C’eravamo tanto amati, Un borghese piccolo piccolo, Westworld, Fargo, Eternal Sunhine and the Spottless Mind.

G: Il Buono, il Brutto, il Cattivo, Annah e le sue sorelle, Taxi Driver, Pulp Fiction, La Terrazza.

 

  • Qual è il vostro cinecomic preferito?

M: Trovo curioso che Lo chiamavano Jeeg Robot venga associato ai cinecomic. Prima di Lo chiamavano Jeeg Robot, non esistevano comic di Lo chiamavano Jeeg Robot.

G: Pippo Baudo.

jeeg

 

  • Penso agli ultimi cinecomics, a Nolan, Whedon , Raimi, J.J. Abrams a chi glie menereste di più?

M: A J. J. Abrams.

G: J.J. Abrams, ma le mie botte non sono nulla contro le sue supercazzole.

 

  • Santamaria che canta il tema di Jeeg, gli Zero Assoluto che a Sanremo ammorbano con una cover di Goldrake, Cristina D’Avena che fa il pienone all’Alcatraz: è colpa degli anni 80, o è colpa nostra?

M: Se il testo non facesse menzione di superpoteri e civiltà nemiche, starebbero tutti a parlare neanche di cover, ma di rivelazione musicale dell’anno.

G: è colpa della bella giovinezza che si fugge tuttavia!

 

  • Il lancio del film è davvero in grande stile, fumetti, interviste, anteprime, pubblicità sui giornaloni sportivi: è una strategia precisa rivolta d un target mirato, o un’azione improvvisata ala “do cojo cojo”?

M: Una combinazione di entrambi.

G: Non saprei. Ma se continuano a sbagliarmi il cognome, per dirla con lo Zingaro: “So’ cazzi!”

 

  • Avete finito con i cartoni animati giapponesi? E ora, cosa vi  piacerebbe fare?

M: Una commedia romantica ambientata nello spazio agli inizi degli anni Sessanta.

G: Non troverò pace fino a quando non scriverò quella commedia su Lady Oscar trotzchista.

 

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