I Racconti dell’Orso. Do the children dream of electric monks?


Me la sono presa comoda, ai limiti dell’ignavia, ho fatto trascorrere ore, giorni, mesi. Non che il mio intervento dovesse essere provvidenziale, non era richiesto né tantomeno necessario, il punto è che aspettavo germogliasse un pensiero, un’intuizione, differente dai peana che hanno accompagnato il film e tuttora l’accompagnano nel suo ininterrotto cursus honorum, di qua e di là per lo Stivale e per l’universo mondo. Il momento al fin è giunto, la riflessione è questa: ma le bambine sognano monaci elettrici? La mia su I Racconti dell’Orso, di Samuele Sestieri e Olmo Amato.

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Che è una visione votata per natura – intesa in senso di madre natura – a stravolgere le aspettative dello spettatore, si parla di opera d’esordio e quindi si sarebbe propensi a concedere largo credito agli autori, o in alternativa attenuanti generiche, ma qui occorre laicità, non magnanimità. Un’auto in corsa, fuori città, dentro una bambina si addormenta e sogna, la mente corre impunemente a Chihiro nel prologo della Città Incantata. Lì il sonno generava spiriti, qui genera macchie umana, una macchia rossa, eclatante, prepotente. La sagoma animata si aggira in un dove che non è fuori luogo, un mondo suburbano prima, silvicolo poi, deserto, dove il linguaggio è altro dal convenzionale, e la segnaletica stradale reinterpretata lo testimonia. C’è luce, tantissima luce, emerge un’inquietudine che echeggia di new age, un surrealismo prescolare direttamente riportabile ai lisergici Teletubbies, o all’iberico Pocoyò, capace di plasmare il contesto (vuoto) che occupa in modo dinamico. Qui manca la parola, il logos è sostituito da rumori distorti, nessun voice over, paradossale e ardito questo in un’opera che è un racconto dichiarato. Una voce metallica da uno strano essere, un robot col saio da frate, powered by George Lucas, di intenzioni incerte capaci quindi di destare allarme. La dinamica dell’incontro tra i due elementi, Sagoma Rossa e Fra Meccano, nasce come inseguimento, si sviluppa come amicizia teleologica, la causa è il ritrovamento di un orsacchiotto di peluche, l’effetto è il tentativo congiunto di dargli vita. La dinamica è perturbante, perché si assiste ad un processo di reificazione inversa, un tentativo progressivo di animare l’inanimato. E’questa  la base magica, l’essenza etimologica del racconto di formazione in quanto creazione di vita nuova, che assume valore primigenio e sacrale nella contestualizzazione in luoghi mitici (la collina magica) o mistici (la chiesa nel bosco). Occorre tuttavia ricordare che l’ecosistema, per quanto reale (Finlandia e Norvegia), è rappresentato come onirico, e le leggi funzionano forse al contrario, quindi l’epilogo del viaggio non è il lieto fine, ma la lieta fine, di insospettabile, altissimo lirismo, quando le adorabili spoglie di pezza vengono deposte su una zatterina, e abbandonate alle acque placide del lago, per il passaggio – definitivo? – nell’altrove, o per il ritorno alla funzione d’uso prevalente, l’orso in quanto giocattolo nelle mani e nella mente della bambina addormentata.

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I Racconti dell’Orso stupisce per la capacità ambientale di immaginare, è disarmante nella schiettezza e nel coraggio della sua proposta di valore. Opera di indubbio pregio e indubbiamente perfettibile, seminale di un percorso autoriale da seguire nel suo sviluppo, che mi auguro libero di esprimersi in tutta la sua potente capacità di suggestione.

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