High-Rise, di Ben Wheatley.


So when you’re near me, darling can’t you hear me, SOS. Da casa mia si vede il mare, quasi frontalmente. E’ un privilegio, derivato, presumo, da un abuso, il portone si trova infatti a meno di 50 metri dalla battigia. L’elemento naturale cui resto limitrofo non è però sufficiente a generare illusioni di libertà, il palazzo è un condominio, moleste, come da canovaccio, le persone che vi abitano, a parte me, si intende. Un esempio? L’appartamento accanto è abitato da un satiro, da un Cernobog, che ogni giorno rutta, rumorosamente e continuativamente, dalle ore 16.00 alle ore 19.00. Rutti come lamenti, lunghissimi, modulati, una sfida quotidiana alla capacità polmonare dell’essere umano, alla mia resistenza. Ma un giorno lo affronterò, o se lo farò! High-Rise, di Ben Wheatley.

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Il film che stavo aspettando, mentre molti tentavano di offuscarlo, riportando accoglienze tiepide da esclusive anteprime, cianciando mendacemente sul tradimento perpetrato ai danni dell’opera originale. Parlo ovviamente de Il Condominio, di James Ballard e potrei sprecare aggettivi per connotarlo a chi non lo ha già vissuto, potrei dire che è seminale, profetico, corrosivo, sovversivo, epocale, potrei dirlo e l’ho appena fatto. Aggiungo che è pietra miliare del ventesimo secolo e con la coscienza a posto proseguo. Ballard è canonicamnete scrittore sottovalutato in vita, confinato nella retroguardia della narrativa di genere (!), destinato ad un veloce oblio post mortem, non fosse che almeno Crash, grazie al maestro Cronemberg, continua a brillare come stella polare. Le sue opere hanno scorticato, irriso il sistema delle classi sociali britanniche, la borghesia rampante in primis, non risparmiando vetriolo ai falsi working class heroes ed agli imbalsamati Reali di Windsor. Ballard agiva e si incuneava sotto pelle, il suo obiettivo era mostrare la atrocità, e la Mostra delle Atrocità è il suo capolavoro, un’opera in grado di cambiare per sempre il modo di guardare il mondo: tutto, attorno a noi, è geometria di spazi pieni e vuoti, modellati geomorficamente come reti neurali, o paesaggi cerebrali. Leggete la Mostra delle Atrocità, mi ringrazierete, leggete anche Millennium People, potrete ritrovarci tanto dell’oggi, per esempio anche Houellebecq. Ben Wheatley conosce Ballard, lo ha letto da ragazzino, anzi, se lo è inoculato, ma conosce anche Anthony Burgess, altro grandissimo intellettuale sovversivo, e naturalmente non dimentica il lascito sempiterno di Aldous Huxley. Parte da queste coordinate e costruisce il suo personale condominio, che è una Tower Block alta fino al cielo, un grattacielo di cemento armato terminante in una successione di terrazzamenti, sembra un obelisco polposo con sopra una ziggurat.

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Architettura geometrica e pesante, claustrofobica e bauhaus, che incorpora una società in multilevel verticale, dai piani più bassi, con impiegati e aspiranti ricchi, ai piani più alti dei professionisti e degli anchorman televisivi, fino all’attico celestiale, giardinato, piscinato, occupato dall’Architetto,il divino paranoico ideatore del condominio, Mr. Royal, nomen omen, reale come i Reali appunto. Questa Tower Block, dice Royal, dovrebbe essere il dito indice, il primo di 5 edifici costruiti come una mano intorno ad un lago (“There will be five towers in all, encircling the lake. Something like an open hand.”). La mano sulla città, le mani sulla città, per meglio esplicitare l’allegoria. In questo edificio di spigoli e pilastri vive Laing, medico teorico, insegna all’università ma non esercita la professione: è il protagonista – Tom Hiddleston in straordinaria trance agonistica -, l’occhio asettico e distante, scientifico, attraverso il quale osserviamo il mondo scivolare nel delirio.

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1975. La lotta di classe, desublimata in necessità istintiva di prevaricazione, trova libero sfogo nella improvvida condivisione di spazi che si vorrebbero autosufficienti, il parcheggio antistante l’edificio, il supermercato nel palazzo per il palazzo, la palestra panoramica, la raccolta dei rifiuti, i corridoi e pianerottoli. Basta un blackout occasionale a scatenare la violenza del tutti contro tutti, many vs many, e dove c’è prevaricazione c’è violenza sessuale, bestiale, orgiastica, reiterata, kubrickiana, è lotta tra specie, generi, età diverse. E’ l’apocalisse, quindi una visione onirica, uno stato di allucinazione progressiva, nobilastri vestiti come alla Corte del Re Sole mentre gli archi intonano SOS degli Abba, buzzurri in mutandoni e canottiere e costine che saccheggiano e defenestrano, ballando gli Abba, drughi energumeni seminano il terrore, anche i Portishead cantano gli Abba. Laing assiste, impeccabile in camicia e cravattino, tinteggia di bianco le pareti del suo cubicolo, poi si lascia trasportare da un masaniello senza causa, tal Richard Wilder, aspirante documentarista con cinepresa scassata, occhio che non guarda, fino all’invasione dell’attico di Royal, dove sta la luce e il cuore di tenebra di tutto, per un controfinale che è di morte e di una strana, imprevedibile, matriarcale nuova vita.

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Il romanzo è di Ballard, il film è interamente di Ben Wheatley, fiero e audace nel suo stile feroce che passa dal punk al gore, dalla satira al simbolismo, da Schaffer, a Kubrick, a Gilliam, a Ken Russell Nicolas Roeg e John Boorman (“the holy trinity”, dice Wheatley), fino ad arrivare, per mezzo della scrittura della sceneggiatrice e moglie Amy Jump, alla condanna definitiva del tatcherismo e del suo lascito devastante, in un modo che nemmeno il Ken Loach più incazzato avrebbe immaginato. Perchè i problemi di Albione sono già lì, in Trafalgar Square, in quell’Orazio Nelson posto in cima all’obelisco, a guardare il caos sotto di lui, inerme come un bambino innanzi a alla barbarie del capitalismo occidentale. Ladies and Gentlemen, High-Rise è un capolavoro. Sia lodato il dio del cinema, sempre sia lodato

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