The Deal. Corea vuol dire fiducia


Memories Of Murder will never fade. Ancora nel 2016, è l’inarrivabile versione definitiva del film sui serial killers. Merito del genio di Bong Joon-Ho, delle sue intenzioni politiche, della fotografia livida, del genere usato come arma di opposizione sociale, della pioggia pesante e catartica. E della coppia di (true) detective, i due sbirri malandati e sofferenti: Park e Seo. Il volto di Seo – il poliziotto fedele al regolamento che arrivava da Seoul – apparteneva a Kim Sang-kyung. Lo ritroviamo dodici anni dopo, in un ruolo che presenta moltissime analogie con il detective Seo, co-protagonista dell’esordio cinematografico di Son Yong-ho: The Deal. La differenza più significativa con Memories Of Murder è evidente dopo mezzo minuto di pellicola: è subito ben visibile, sotto la pioggia battente e accanto al primo cadavere massacrato a bastonate e ancora caldo, la faccia del serial killer. Un serial killer dal ghigno di ghiaccio, che gli resta stampato sul volto nonostante i proiettili e le lame che a più riprese affondano nella sua carne, più simile ad un androide che ad un umano. E si tratta del volto perfetto e luciferino di Park Sung-woong.

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La pioggia, quindi. Ancora e sempre la pioggia battente. E ancora le vittime donne, massacrate a bastonate e sepolte, dieci anche stavolta. Siamo onesti, la lista degli “ancora” è lunga: inseguimenti a piedi, picchi emotivi e lacrime, la svolta familiare verso il revenge-movie, scontri spettacolari tra automobili. E un magistrale combattimento (ancora!) all’arma bianca tra corpi nudi, violentissimo e grondante sangue, sotto le docce del carcere, che ci costringe ad aggiungere La Promessa Dell’Assassino alla lista dei film dai quali il regista trae ispirazione. Una scena che ha richiesto la bellezza di diciassette ore di riprese. Rispettoso dei suoi predecessori, The Deal non aggiunge e non inventa, si limita ad inserirsi nella lista dei degnissimi thriller/revenge-movies coreani, che rispetto agli standard occidentali è già moltissimo. Ancora più moltissimo, per la fame atavica che noi abbiamo di tali pellicole.

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La violenza è tanta, bestiale e capace di trasmettere lo stesso malessere che irradiava da I Saw The Devil, con le dovute proporzioni. Diciamo uno a dieci. Park Sung-woong, nonostante il ghigno, ha confessato la sua natura di tenerone, e durante le riprese non riusciva a dormire: girare le diverse scene violente gli è costato molto, ha dichiarato addirittura di non aver più molta voglia di vestire i panni del cattivo. Ovviamente ci auguriamo che cambi idea. Anche la prova di Kim Sang-kyung è stata complessa, per esigenze di copione: è si un (true) detective, ma suo malgrado si ritrova a diventare contemporaneamente il tormentato fratello di una delle vittime; ha anche dovuto perdere dieci chili in dieci giorni. Ha insomma investito molto nel ruolo, e come Park ha manifestato l’intenzione di non voler più vestire i panni del detective. E a proposito di ruoli difficili, possiamo chiudere il triangolo dei protagonisti con Kim Sung-kyun, capace di rendere benissimo nel ruolo del maritino innocuo, trasformato in macchina da guerra dal dolore e dalla sete di vendetta, convincente al punto di lasciarci una punta di amaro in bocca perchè avrebbe meritato più spazio.

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Per essere un giovane esordiente, il regista Son Yong-ho ci è andato giù pesante, spremendo gli attori al massimo e firmando una regia stilosa e impeccabile, capace di inserire The Deal nel nobile e sempre più affollato solco della tradizione crime-thriller-noir coreana. Mancano invece quasi del tutto, rispetto ai capolavori del genere, i sottotesti politici e le riflessioni sociali, che si limitano ad interrogativi abbastanza “facili” sulla pena di morte. Ben venga l’inflazione, se i prodotti minori sono di tale levatura.

 

 

 

 

 

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