Gomorra 2, il Re è tornato.


Mica pochi, due anni. Eppure sono stati annullati in un baleno dal primo piano del volto tumefatto di Genny. Le prime due inquadrature, nette e insistite, hanno il duplice compito di riallacciare i fili narrativi con l’epilogo della prima stagione, e definire da subito l’ambizioso, altissimo livello stilistico della regia. E penso allo Scorsese di Al di là della vita (vabbè, meglio ricordarlo come Bring Out The Dead) e al Refn di Drive. I minuti volano, e i numerosi campi lunghi, i silenzi, la tensione fredda e la morte che aleggia su ogni immagine mi conducono all’universo di Pablo Larrain: non solo Profugos, la serie che non ci stancheremo mai di sponsorizzare. Anche i suoi lungometraggi. I minuti volano ancora, e paracadutati nel bel mezzo della giungla honduregna sniffiamo aromi di Narcos. L’elenco è lungo e sfaccettato, chè qui si parla di cinema. Anzi, di Cinema. E quando si parla di Cinema, la visione deve essere lunga e sfaccettata, maestosa, sicura di sè e capace di trasformare il mondo con una semplice angolazione di telecamera. E Sollima questo fa.

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Riprendendo in campo lungo un uomo che dissotterra qualcosa sotto un ponte, e sotto le fioche luci notturne urbane, trasforma Napoli in Naked City universale e cinematografica, la riprende con stile e luci perfette come nei polizieschi di Hong Kong, e la città diventa identica a Chicago, Medellin, Ciudad Juarez. La seconda stagione di Gomorra è partita meglio della prima, e Stefano Sollima è diventato ancora più grande. Non guarda in faccia nessuno e si piazza sulla corsia di sorpasso a 40 chilometri orari. Perchè comanda lui, al ritmo che decide lui, gli altri tutti dietro a strombazzare clacson idioti.

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Personaggi ottusi, piccoli e privi di qualsiasi orizzonte nella testa, che non sia la sete di potere per il potere, lanciatissimi verso il nulla, lo zero, il niente. Diretti con la magniloquenza universale del genere. E non solo il genere che inizia con la N e finisce con la R (quattro lettere). Deliziosi dettagli estremi fanno sbandare pericolosamente – splendidamente – la rotta verso il genere horror contemporaneo (ripensando alla giungla honduregna, lo sguardo compassato di Genny davanti al machete, al sangue, al corpo massacrato, ci ricorda la nonchalance dei cannibali di The Green Inferno, e il terrore delle vittime è lo stesso di quelle in attesa di essere smembrate in Bone Tomahawk. Le scintille che provoca lo scontro/incontro tra l’occhio di Stefano Sollima e la penna di Roberto Saviano, ancora una volta, ancora più che nella prima stagione, innescano il botto. E’ incendio, è tabula rasa, è neo-noir. E’ il cinema che amiamo, nero e macabro, moderno e ipnotico, solo dilatato (e non rimpicciolito) dalla serialità televisiva.

 

 

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