10 Cloverfield Lane, John is a (not so) good man


Si dice che la convivenza, cercata o forzata, uccida il desiderio. Stare insieme in uno spazio ristretto scatenerebbe  meccanismi istintuali che paiono collegati ad una inconscia difesa della proprietà privata individuale, per cui l’altro, il convivente, il coinquilino, il vicino vicinissimo, diventa una presenza ostile, fisicamente ingombrante, che quindi va rimossa, o confinata, al più soggiogata. Tanti sono i film sul tema, tante le variazioni, e il pubblico sembra generalmente gradire, vedasi anche il recente successo di Room, o il plauso dei critici per Hidden. Quando poi in cabina di produzione si siede J.J. Abrams, gli incassi al botteghino si impennano, ed ecco che questa stanza non ha più pareti, ma dollari, milioni di dollari. 10 Cloverfield Lane, di Dan Trachtenberg.

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Che è un piccolo film ambientato nel ventre di un bunker antiatomico, di mutata funzione d’uso per resistere ad una guerra batteriologica scatenata dagli alieni. Bello il melting pot su ossessioni e manie segregazioniste americane, bello anche che il rifugio sia in realtà la tana – la caverna platonica? – dell’orco, il panzonissimo John Goodman attore sempre formidabile e redivivo. Il nostro big fat top player dà ospitalità ad un suo subordinato e ad una ragazza in bretelline, rapita allo scoppio dell’apocalisse allo scopo di farne uso proficuo, specificamente casalingo e sessuale. Succede però che costei non sia remissiva e si voti da subito a spezzare le catene, della prigione e delle porte che la separano da un mondo esterno  mutato, presumibilmente assai ostile, alieno, solo che la lotta per la liberazione ha i suoi tempi e le sue necessarie pantomime,  prima che venga il giorno  occorre immergersi in uno strambo menage a trois fatto di bon ton familare, giochi da tavolo, alleanze e tradimenti. Il sesso non c’è ma serpeggia, il desiderio e la paura restano confinati dietro una tenda da doccia dai colori infantili, che cela il corpo della ragassa durante le frequenti indotte abluzioni ma che sarà anche un veicolo per proteggersi dai (presunti) agenti batterici del nuovo mondo.  Se una claustro-storia non compie la deriva eros, facile che derapi verso l’horror, e così avviene qui in due fasi successive, nella lotta muriatica con l’orco (ed il sacrificio del terzo incomodo, capro espiatorio) ed in quella titanica contro gli alieni, esemplari biomeccanici apparentemente votati alla suzione, alla abduzione della poveretta che da una abduzione scappava, emergendo dal bunker come neo-neonata.

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Il problema, il mio problema, è che ci sia Damien Chazelle tra gli autori di questo 10 Cloverfield Lane, nelle vesti di sceneggiatore e regista mancato. Già ai tempi di Whiplash avevo avuto modo di scontrarmici, salvo rivedere le mie posizioni grazie alla lectio magistralis dei 400 Calci, con Nanni Cobretti che ne individuava la chiave di lettura in quel “Not my fucking tempo”, alla base di tutto il resto. Chazelle infatti è un integralista, lui stesso pare dire “Not my fucking tempo” a chi lo guarda all’opera e non riesce a stargli dietro: il suo è un cinema uniformemente e bruscamente accelerato, dove lo spettatore non viene condotto per mano, ma spinto a guardare senza il tempo per immaginare, quello che conta infatti sarebbero le conseguenze pavloviane della visione. Accade così anche in Cloverfield Lane, dove i registri cambiano repentinamente – troppo repentinamente, secondo me -, e i dettagli vengono sacrificati alla resa d’insieme, alla personale idea di cinema di Chazelle. Che non è balzana, è anche teorica, ma a me non piace che qualcuno cmi scuota come un burattino, preferisco qualcuno capace di stuzzicarmi e coccolarmi, blandirmi e atterrirmi, fino a che i miei occhi coincidano con i suoi. E’ che il cinema è come una casa, può essere uno spazio opprimente o sconfinato, dipende tutto da chi ci vive.

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