Codice 999. Cop Shoot Cop.


The Proposition, The Road, Lawless hanno parecchie cose in comune, ed una di queste è la musica di Nick Cave e Warren Ellis, che ne hanno composto tutte le colonne sonore, capaci di dare a ogni titolo energia e poesia, rafforzando l’universo filmico di John Hillcoat. Che è un universo spietato e inospitale, popolato da personaggi in eterno conflitto e dove c’è pochissimo spazio per la morale, l’etica e i sentimenti. In parole povere, la realtà. Nel caso di The Proposition, Cave ha anche scritto la sceneggiatura, semplicemente perchè il suo amico regista gliel’ha chiesto. Per la prima volta i nomi di Nick Cave e Warren Ellis non compaiono nei titoli di coda: Hillcoat ha voluto rassicurare tutti dichiarando che non ci sono stati litigi o chissà che altro. Stavolta la musica doveva essere necessariamente diversa, e diversa in un modo totalmente estraneo alle corde di Nick Cave.  Un’assenza preoccupante, quella dei due musicisti? Si. Ma soltanto prima che si spengano le luci in sala. Poi comincia la proiezione e le preoccupazioni svaniscono. Codice 999, ovvero: agente a terra.

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Atlanta, Georgia: la musica nelle strade è un miscuglio di rap, jazz ed elettronica, con ritmi sempre netti e ossessivi. Fisica, ben visibile e ingombrante, sempre presente ad ogni angolo di strada, proprio come il melting pot etnico che caratterizza la geografia urbana di Atlanta, oggi. Oggi, nell’era delle serie tv migliori di sempre, proprio mentre nella città si girano puntate di The Walking Dead: in un’inquadratura furba e geniale è ben visibile il cartello “zombies ahead”, che la produzione di TWD si preoccupa abitualmente di piazzare per le strade, onde evitare attacchi di panico. Se nel cast c’è anche Norman “Daryl” Reedus, poi, il gioco di omaggi e citazioni si complica, attorcigliandosi su se stesso. Incespicando anche, chè c’è anche Aaron Paul, Jesse in Breaking Bad, in un ruolo che è quasi quello di Jesse in Breaking Bad.

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Nato da uno script congelato per anni nella black list, Codice 999 è saturo e caotico, incompiuto e imperfetto: gli eventi si susseguono rapidi e molteplici, mentre si aprono spiragli su tanti subplot che restano suggeriti e poco approfonditi, come interferenze o rumori di fondo, tanto da far pensare che con il materiale narrativo a disposizione, una serie tv sarebbe stata più efficace. La storia, tesa e violenta, racconta di poliziotti criminali ed ex militari criminali che rapinano banche per ordine della mafia russa/ebrea ortodossa (al proposito è molto divertente leggere online le recensioni con la bava alla bocca di critici ultraortodossi che danno del nazista a Hillcoat) – ma anche di federali corrotti, ricatti, traffici e gang di quartiere.

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Dopo le scorribande nella storia oscura e in un futuro apocalittico, Hillcoat guarda al presente, ma lo fa  con uno sguardo vicinissimo al cinema di fine anni settanta, colorato come un exploitation, pulp come il (tutt’altro che true) detective incarnato da Woody Harrelson. Vicino a David Ayer, esteticamente lontanissimo dal Michael Mann di Heat, eccezion fatta per alcune inquadrature nel deserto della notte suburbana illuminate come ha insegnato a tutti Re Michael. E’ quindi heist-movie, è thriller, è noir, è crime, è poliziesco. E’ un casino, e a noi i casini piacciono un sacco.

 

 

 

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