La Pazza Gioia, di Paolo Virzì. Italia de profundis.


Sopravvivere indenni alla Seconda Repubblica, raccontare in punta di penna i nuovi mostri, il museo delle cere che è – stata, diventata – l’Italia nel ventennio a colori, stendere un velo pietoso sulle spoglie dell’orrore nazionale popolare. Soprattutto, comprendere in tempo reale la mutazione antropologica della sinistra italiana, la spoliazione dell’identità e della coscienza, la deriva cinica e l’omologazione verso il basso, verso l’infimo di una borghesia cancerosa. Questo è il cinema di Paolo Virzì, quello delle commedie, con la punta più alta in Tutta la Vita Davanti, non un “come eravamo” ma un “cosa siamo diventati” nella stolida meraviglia di Isabella Ragonese. Una rappresentazione tragicomica che si è interrotta proprio quando, da microcosmica, è divenuta didascalica, con l’insostenibile peso de Il Capitale Umano, le sentenze, le frasi ad effetto, tutto chiarissimo ma inefficace, un momento di cinema senza anima. L’anima, la ricerca dell’anima, è invece tutta qui, disperata, genuina, stratificata. La Pazza Gioia, di Paolo Virzì.

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Che è un one man show, anzi, un two-women-show, come dovrebbe esser noto all’universo mondo, una storia costruita su due Muse, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, ambientata nel passato prossimo del 2014. Donne italiane, donne di classe: agiatissima e paranobiliare la prima, subproletaria e suburbana la seconda. Due attrici in diuturno stato di grazia, in sincrona reciproca alchimia, chiamate a rappresentarsi nei territori sociali a loro più congeniali. La novità sarebbe che esse non sono sull’orlo della crisi di nervi, quel canovaccio è superato, qui l’orlo è oltrepassato da un pezzo, c’è il baratro consolidato del TSO, sindromi bipolari, tentato suicidio, raptus di violenza. Non più, o non solo, protagoniste nevrotiche ma socialmente utili, le mille Morante Buy Mezzogiorno sono cinema vecchio, qui ci sono due, esaurite – scioccate, schizzate –, esorbitate da ogni ruolo di una società che non è più, è già morta. L’incontro infatti avviene fuor di sesto, in un sanatorio femminile, metafora chiarissima ed anche un po’ grossolana, simbolo teatrale di finzione, di straniamento, di alienazione, un contesto bidimensionale di pazze e dottori da operetta che acuisce lo sguardo su Donatella e Beatrice, uniche alien(at)e vivide.

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La narrazione prosegue sulle loro disavventure picaresche, traiettorie ora casuali ora mirate sulle tracce di un passato osceno, comunque da ri-vedere. La Bruni, per contrappasso virziniano, parla in modo opposto ai protagonisti de Il capitale Umano, celebra il Presidente (fu Silvio) quale uomo buono e di classe, ostenta il suo lignaggio e le sue ricchezze: follemente consapevole della irrealtà del racconto, ripete stereotipi razzisti e luoghi comuni come ritornelli di morte, è tutto grottesco, tutto fintissimo, come fintissima è la storia alla base della sua pazzia, il sordido menage a trois tra lei, il lurido pregiudicato ed il marito riccastro e guardone. Per converso, Micaela è ciò che resta della apocalisse da cubo, l’armageddon inglorioso delle disco di fine ed inizio millennio, vodka e tonic consumate separatamente in rapida successione, i Billionaire, i Twiga, i Briatore de’noantri, cafoni e truzzi e misogini, i pierre al potere.

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Scorre il valium nelle vene, tanto valium, le due girano vorticose, di notte, di giorno, tra le macerie di una Toscana che è terra di defunti in maschera, un carnevale eterno – lo dicono loro stesse, tutto il sabato sera sembra un carnevale, poi ci sono le vere sfilate di Viareggio, la casa piena di cimeli di un generale moribondo, uno pseudocantante da balera con giacca stroboscopica alla Toto Cutugno, i casali storici dell’aristocrazia dolente travestiti da set di un improbabile “cinema italiano” in costume d’epoca. Tutto è morto, tutto è putrìo, e le due mirabilmente non cercano salvezza né redenzione, vogliono  rivedere il passato, riguardarlo per rivivere nell’attimo della fine. Questo loop, questa ricerca nevrotica del déjà vu è senza salvezza, non c’è possibilità di riscatto, unico rimedio è la compassione, la fratellanza, anzi, la sorellanza dolente, abbracciatevi Bea e Donatella, stringetevi ancora, al riparo dentro la vostra stanzetta imbottita, che questa maledetta notte dovrà pur finire. Forse.

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Fino qui La Pazza Gioia va, e anche molto bene. Poi però c’è l’analisi stratificata, appunto, i testi e i sottotesti di una sceneggiatura in cui compare Francesca Archibugi, per la prima volta, accanto a Paolo Virzì, ed allora affiorano vecchi vizi, un macchiettismo mummificato che devia lo sguardo inorridendolo (il brigadiere che dice “porcaputtena” come nemmeno Lino Banfi all’apice del suo sadomasochismo, la famiglia Cuore che adotta il bimbo di Donatella, una Anna Galiena tutta da commiserare come improbabile mamma badante), ancora il reiterato cacofonico uso delle canzoni di una volta, quelle abusatissime, consunte melodie del primo posticcio Miracolo Italiano (gli anni 60). E allora il film sembra schermirsi, Virzì stesso pare aver timore di proseguire con l’autopsia del cadavere Italia, ripiega su un’esibizione di sentimentazzi che non gli fa onore tanto è pacchiana, posticcia, ruffiana. Piangere però si piange. Di compassione, o di rabbia, dipende dalle aspettative di chi guarda.

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