13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi. Medaglia al valore per Michael Bay


La guerra è finita. Al cinema intendo, come genere specifico, è sempre più raro imbattersi in un film di guerra, almeno in senso classico, più probabile incontrare titoli evolutisi al passo con gli armamenti 2.0, non convenzionali questi, non convenzionali quelli. Le ragioni sono molteplici, la prima è prettamente cinematografica: viviamo l’età aurea del fantasy che tutto ha fagocitato, l’epos ha mutato registro e coinvolge nella pugna specie diversissime di guerrieri, ora umani, ora alieni, ora orchi, ora draghi, ora elfi, e chi ne più ha più ne inventi. Lo spostamento dell’agone in territorio fantastico è stato altresì determinato da fatti reali e contingenti, oggi infatti i conflitti non sono più visibili, il che non significa che non siano fruibili in multimedia, no, significa che il racconto, il logos, tende ad oscurarne le dinamiche anziché a descriverne gli eventi, a farne fatto privato, se non psichico, omettendo o sedando la colpa collettiva, l’idea di nazione, di popolo, di esercito che va alla guerra. Poi  arriva Michael Bay, e il revisionismo storico in tempo reale si interrompe. 13 Hours: the Secret Soldiers of Benghazi.

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Per amor di verità, ci aveva già pensato David Ayer con Fury a resettare il sistema, il suo Fury resta come opera mirabile, classica eppure contaminata da influssi differenti – lo sci-fi, il western, l’horror. Fury è tuttavia un’opera rassicurante, ambientata in un conflitto mondiale già passato in giudicato, con il Bene a stelle e strisce trionfatore sul Male, vissuta sotto l’alone protettivo e rassicurante del jet set hollywoodiano, con Brad Pitt a troneggiare come un John Wayne o un Kirk Douglas d’antan. E poi, Fury parla di soldati, di eserciti regolari, di guerre di liberazione. Ecco, Michael Bay nega tutto questo. Al centro della sua attenzione ci sono i contractor, che si qualificano in negativo, non sono più marine ma ex, non soldati ma reduci, sono mercenari, lavoratori a cottimo e incognito potremmo dire, che si spaccano la schiena a proteggere politici o lobbisti in territorio nemico, solo per pagare il patrio mutuo, per garantire alle mogli ed alla numerosa prole i diritti occidentali inalienabili, la casa, il McDonald, Disneyland, Quasi anacronistico il McDonald, ma il riferimento è voluto, a denotare l’estrazione piccolo borghese, paraproletaria, di questi combattenti. Che non hanno volti conosciuti o a primo acchito conoscibili, provengono dalle retrovie dello star system, e non per problemi di budget di produzione ma per precisa scelta autoriale, nessuna empatia o soggezione deve condizionare lo spettatore nella visione tragica dei fatti di Bengasi.

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Sono, questi fatti, in certa misura realmente accaduti nella Libia post Gheddafi, i cui ultimi miserabili attimi di vita sono mostrati a squarciare il film nelle battute iniziali. Si parte da lì, da un passato prossimo che resta sommerso a pochi chilometri dalle nostre coste, e si va verso un ignoto folle, ma non bipolare come mirabilmente ci ha raccontato Homeland. Metafisico, ma non filosofico come ci ha raccontato, tra gli altri, Bigelow, o il De Palma più recente. Qui si guarda in modo differente, si cita e si omaggia Tropic Thunder, nel parossismo della rappresentazione metafilmica di un conflitto che diventa reale malgrado, non attraverso, i suoi protagonisti. Il primo cuore di 13 Hours è infatti l’assalto al compound dell’ambasciatore americano, il compound è un non luogo in quanto non riconosciuto ufficialmente, “classified” dovremmo dire con proprietà di linguaggio, quindi fuori dai normali protocolli dell’esercito americano. Una assurda oasi di palazzi sfarzosissimi, di giochi d’acqua e piscine al centro di una citta divorata da deserto e distruzione, un epicentro dove convergono le forze del caos, militari regolari, milizie,  criminali, vigilantes, mariuoli, capibastone, libici, americani, stranieri.

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Una sorta di infernale Hollywood Party attorno ad ogni membro del commando di contractor, che interviene senza autorizzazione, violando le regole di ingaggio – e con esse uno dei canovacci del war movie, con i militi ad agire o a sacrificarsi in quanto eterodiretti – e fallendo in  quanto fuor di sesto, incapace di arrivare in tempo, di orientarsi, di riconoscere nemici, anche di capire la lingua del posto o di fuggire. La guerra raccontata da Bay, sotto i droni che assistono imbelli dall’alto come dei indolenti, è lotta di sopravvivenza e non di conquista, il nuovo ordine mondiale porta seco continenti balcanizzati e tribalizzati, invece dei confini politici ci sono 10 100 1.000 Fort Apache. In uno di questi, la base dei contractor e di una certa parte di CIA, il film di Bay ha il suo secondo cuore, il suo straordinario Fosso di Elm, uno scontro lungo quanto una notte, un assedio in 3 fasi progressive con un epilogo di morte e distruzione, eroico, titanico, solipsistico. Vinti e vincitori non hanno bandiera. Cadono tutti o quasi e senza una causa, le bandiere sono sostituite dai miseri drappi che sventolano sui cadaveri di giovani e di vecchi, pare John Woo nella Battaglia dei 3 Regni,donne strette dentro scialli neri piangono chi soccombe e chi c’è ancora per poco.

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Il finale arriva quasi pleonasticamnete, si sa che è necessario ma non può e non deve aggiungere altro a quanto di significante e tonitruante è già stato rappresentato in circa 160 minuti di tempo, quanto un episodio dei Transfomers o degli Avengers. Si resta così, come in autunno sugli alberi le foglie, con le lacrime agli occhi, rintanati sotto una coperta di retorica e propaganda che è sottile come un velo, illusoria come il trucco di un mago. Onore a Michael Bay, questo è grandissimo cinema, finalmente.

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