X-Men Apocalypse. Sempre sia lodato


Non ho la più pallida idea di come funzioni la gestione dei multisala, se hanno dei diktat ai quali obbedire, se scelgono di testa loro in quale sala proiettare i diversi titoli, se la sorpresa di trovare in programmazione X-Men Apocalypse in lingua originale sia solo mia. Certo è che mi aspettavo di entrare in una microsaletta da 50 posti, e invece il nuovo capitolo della saga dei mutanti – senza quella zavorra spaccapalle che è il doppiaggio in italiano – è proiettato in una delle sale più grandi. Che era ovviamente deserta, eravamo si e no in venti. Perchè? Serve forse a giustificare la futura decisione di non programmare più i film in v. o. chè tanto non li guarda nessuno? Boh. Finchè dura ne approfittiamo, comunque.

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Immagino che molti degli appassionati ultraquarantenni di cinecomics, alla domanda sul perchè non si perdano neanche un titolo delle avventure dei supereroi in tutina, risponderebbero cose tipo “mi piace staccare il cervello e godermi due ore di intrattenimento puro e spettacolare”. Io no, io voglio il cinema e il suo senso anche – e sopratutto – dai cinecomics. (Molte delle cose che penso le ho ritrovate sul post di una nostra amica, che vi consiglio di leggere, e cercherò quindi di non ripeterle.)

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Per questo ne evito molti – anche perchè, a differenza della mia metà dikotomika, non ho figli – e sono attratto soltanto o quasi dai “classici” più o meno emarginati, dropout, sfigati, problematici e oscuri. Batman (soltanto quello di Nolan) e Spider-man, e ovviamente gli X-Men. Perchè i mutanti sono, nel mio personale Universo Cinematico Fumettistico, partigiani senza una terra da difendere, sono ribelli come i membri del PKK, sono i Freaks di Tod Browning in versione figa e hi-tech.

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Faccio sempre il tifo per Magneto, e non solo perchè se mi trovassi di fronte Michael Fassbender potrei diventare gay. Magneto ha ragione da vendere ogni volta che si incazza con l’umanità, altrochè. E anche stavolta, è lui il protagonista del subplot più emozionante, con un paio di scene memorabili che valgono da sole il prezzo del biglietto. Due scene ambientate in un bosco e in una fonderia, che sono cariche di pathos e tensione a prescindere da superpoteri e esplosioni assortite.  Insomma, il senso che io cerco nel cinema è ben presente in X-Men Apocalypse. E si accoppia benissimo con un’altra scena madre che vede protagonista Quicksilver, esaltante come poche e che non ha rivali negli ultimi anni, eccezion fatta per il massacro nella chiesa di Kingsman Secret Service: e come allora fu per Free Bird dei Lynyrd Skynyrd, anche Sweet Dreams degli Eurythmics acquista un valore aggiuntivo. (Io però ci avrei messo la cover di Marylin Manson).

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Il resto è manuale Marvel: kolossal spettacolare, sceneggiatura ricchissima e priva della minima zona d’ombra, conflitto interiore dei mutanti, conflitto tra umani e mutanti, musica epica e strabordante. E al solito sottotesto antipotere, facile e universale, stavolta c’è anche una riflessione piacevolissima sulla religione, sulle preghiere, su Dio. Nightcrawler prega, Magneto si rivolge al cielo chiedendo “è questo che vuoi?” nel momento di massimo dolore, gli umani sospirano “le nostre preghiere sono state esaudite” a pericolo scampato. E il pericolo, invece, proveniva proprio da un tizio che si faceva chiamare in molti modi, a cominciare da Elohim.

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