Gomorra, noir a metà?


UNO. Unindentified Narrative Objects, oggetto narrativo – letterario? – non identificato. Al tempo dell’uscita del libro di Saviano svariati furono i tentativi di inquadramento, il più azzeccato è senza dubbio questo, a firma Wu Ming 1, che indica nell’opera una convergenza di generi, di stili, di modi di raccontare. C’è che Gomorra, forse suo malgrado, ha portato a sintesi le pulsioni intellettuali di quell’epoca così vicina eppure così immaginificamente trapassata, il tardo impero berlusconiano, tracciando una via per storicizzare il presente, il nostro specifico italiano, e per costruirci sopra un’affabulazione condivisa, distaccata eppure partecipata perché vissuta da dentro, da complici in quanto spettatori più o meno consapevoli. Che quella via fosse senza uscita, è materia dell’oggi. Il dato interessante è che da una materia così complessa ne sia derivato un film ed una storia seriale televisiva, prossima alla seconda stagione: entrambi, film e serie, sono UNO, oggetti narrativi non identificati.

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Noir a metà
Troviamo infatti difficoltà a inquadrare il film di Garrone nel genere noir propriamente detto, quello classico, e anche nel post noir, o neo-noir, affermatosi nell’ultimo ventennio. Manca infatti una centralità narrante, sia pure nello sviluppo e declino di una figura di antieroe, nessuna femme fatale, gli eventi sono centrifughi. Soprattutto, la mancanza è della legge, della morale in tutte le sue forme, poliziotto, investigatore privato, occhio del regista. Gomorra film è rappresentazione di una dimensione più distorta che parallela, dove sono sospese le categorie tradizionali di valutazione e giudizio, dove un genius loci maligno crea degrado ambientale e mentale. Se di noir si tratta, lo è secondo la definizione del genere coniata da Paul Schrader:“una non facile, esilarante combinazione di realismo ed espressionismo”. Verrebbe da dire che Gomorra è un film noir-realista, in altre parole un esempio cinematografico – il più calzante – di New Italian Epic, che i Wu Ming già citati hanno codificato intorno alle loro opere, a quelle di De Cataldo, Saviano, Lucarelli, Carlotto. Nella definizione filmica di questo manifesto letterario ci soccorre Girolamo Di Michele, il quale individua l’opera di Garrone come NIE e figlia diretta del neorealismo addirittura, in quanto in essa sono simultaneamente presenti le 5 caratteristiche codificate del genere dei generi: situazione dispersiva; relazioni volutamente deboli tra personaggi; uso della passeggiata (protagonisti in movimento costante); denuncia di un complotto, un potere occulto che si confonde con i suoi effetti, i suoi mezzi; per finire, uso dei clichès, “veicolo d’una proiezione dell’interiorità sul mondo, e dell’interiorizzazione soggettiva di una condizione sociale”. Analisi complessa e non priva di punti contradditori, analisi che ha lasciato il posto a nuove letture semplificatorie ad usum televisionis, in coincidenza dell’avvento deflagrante di Gomorra la Serie, di Stefano Sollima.

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Welcome to Zombieland
“Gomorra, Exceptionelle Série Noire”, ha titolato Daniel Psenny sull’autorevole Le Monde, in occasione della messa in onda del primo episodio in Francia. A differenza del film di Garrone, che avrebbe utilizzato una narrazione un pò più classica (!), dice Psenny, la serie di Sollima è “un’immersione nell’ultra realismo, come un documentario ritmato da un rap corrosivo in salsa napoletana”. Una visione miope, che fraintende l’essenza del suo oggetto. Gomorra la Serie sarebbe in realtà Gomorra la Saga, intesa non in senso strettamente familiare – per quanto le gesta dei Savastanos siano filo conduttore – quanto in senso popolare, un gruppo etnico, un insieme di individui antropologicamente e culturalmente affini osservati nella dinamica delle relazioni sociali, di governo, lotta, commercio, famiglia, in un determinato intervallo di tempo. In questo senso l’esigenza narrativa parrebbe documentaria, ma il mezzo usato, cioè la televisione, cioè l’arco temporale dilatato per la rappresentazione degli eventi, genera personaggi lirici dai colori saturi, maschere, catalizzatori emotivi che perdono di oggettività nel momento in cui creano empatia e fidelizzazione nel (tele)spettatore. Il mondo straordinario di questa Gomorra è più vicino ad una messa in scena che ad una rappresentazione, ed i fenomeni virali, linguistici e di costume che ne sono derivati sono chiaro indice della svolta nazional popolare rispetto al film ed al libro sorgente . Sollima ha detto: “«La difficoltà è stata portare in un formato seriale un romanzo complesso come quello di Saviano. Abbiamo deciso di adottare un punto di vista diverso in ogni episodio. Questa differenziazione degli sguardi ci ha aiutato a rendere il racconto più oggettivo. Il primo arco narrativo è quello di Pietro, il capo clan, che ho curato io. Si passa poi alla successione con la moglie e ci sembrava giusto un punto di vista femminile, ed è stato diretto dalla Comencini. L’ultimo tratto è il regno di Genny il figlio del boss, di cui si é occupato Claudio Cupellini. Con un’unica linea narrativa non avremmo rispettato il romanzo di Saviano». Anche Sollima parla di oggettività del racconto, per noi un ossimoro, e pare alla terza delle 10 regole codificate da Raymond Chandler per la riuscita di una storia noir: “Deve essere realistica in fatto di personaggi, atmosfera e ambientazioni. Deve parlare di gente vera in un mondo vero.”(1949, Appunti sul Noir). Realistico, quindi oggettivo, quindi intrinsecamente noir? Non proprio: la serie, come il film, è del tutto priva di una delle forze in gioco del genere, la legge, la polizia; il livello politico, pur in nuce, è decontestualizzato. E allora ve la si conta noi com’è che è andata: Gomorra film è un instant movie, Gomorra la Serie una instant tv serie. Instant come riferimento ad un passato prossimo che è presente continuato. Alcuni film di Damiano Damiani sono instant movie, così anche opere di Giuseppe Ferrara, vieppiù è difficile negare che Rosi abbia fatto instant cinema – la famosa sempiterna attualità del cinema politico – , ma se accettiamo il tempo vettoriale come categoria discriminante anche Fernando Di Leo è della compagnia, anche Umberto Lenzi, Petri, Bellocchio, Enzo Castellari. Ecco che le Gomorra si inseriscono naturalmente in questo filone aureo, istantanee scattate sull’Italia, sull’ordine (de)costituito, non ci sono commissari, niente ispettori, nemmeno l’ombra di un prode brigadiere nè di un poliziotto superpiù, si racconta la sopravvivenza, nel regno degli zombies.

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Napoli Naked City
L’”oggetto narrativo non identificato” di Roberto Saviano non l’ennesimo atto di denuncia dello strapotere camorristico, Gomorra è enorme. Enorme come i palazzi sventrati e svuotati per contenere più robe possibile, nerissimo come la notte al porto che attende le navi enormi che trasportano altre tonnellate di robe. E’ Gotham City nella Terra dei Fuochi, è la Morte Nera, non cronaca di ordinaria delinquenza. E’ lo stato dell’economia occidentale, non il losco traffico di una banda. L’Io onnipotente e onnipresente, che nelle pagine di Gomorra arriva sempre per primo sulla scena del crimine, a cadaveri ancora caldi, è una figura che rimanda al cinema del genere, che introdusse la voce narrante intorno agli anni 40/50. E’ una voce letteraria, che si assegna il grande potere della narrazione e si fa beffe del tempo lineare, che sa sempre più cose rispetto ai personaggi che vivono on screen, ed è in grado anche di continuare a raccontare post mortem: mentre sullo schermo il corpo crivellato di proiettili giace immobile sotto la pioggia battente, possiamo sentirlo dire: “mi ammazzarono di notte, sparandomi alla schiena”. Il potere dell’Io di Saviano è devastante, irrompe in molti brani del libro come un twist, agguanta il lettore per il collo e lo trascina nelle strade insanguinate, lo scuote come lo sguardo dell’attore che all’improvviso fissa l’obiettivo e quindi i nostri occhi. Neorealista nel senso più etimologico che Rosselliniano. Se è onnipotente e onnipresente, è anche invisibile. Come invisibile diventa, nelle intenzioni di Matteo Garrone, la regia del film che da Gomorra origina, priva provvidenzialmente anche di qualsiasi commento. Garrone sceglie il silenzio, affidandosi unicamente alla potenza delle immagini. A differenza di Saviano – sopratutto del Saviano post-Gomorra – il regista non ha urgenze politiche o morali, tantomeno moralistiche, la sua unica urgenza è quella filmica. L’apocalisse distopica – nonostante sia più reale del reale – palpabile e agghiacciante nelle prime pagine del libro, assume toni e colori della fantascienza nei primi minuti del film, durante i quali avviene immediatamente la metamorfosi di Napoli, da città del sole a metropoli dark, come Los Angeles in Blade Runner. Luce blu. Neon. Neon-noir. Immagini che sembrano girate da Refn, con la stessa luce alogena utilizzata da Harmony Korine in Spring Break. Le piccole astronavi-solarium, all’interno delle quali i gangster si abbronzano somigliando ai corpi in crioconservazione durante un viaggio interstellare, ronzano come ne L’uomo Che Fuggì Dal Futuro. I corpi da subito sotto il microscopio di Garrone, quindi, come era già successo nell’Imbalsamatore e in Primo Amore. E i volti in primo piano, volti deformi, viziati, deviati, e indimenticabili. I corpi maschi identici a quelli di milioni di connazionali, abbronzati, depilati, esteticamente omologati al modello unico italiano. Ecco riassunta, in chiave puramente antropologica, tutta la corposa mole di parole utilizzate da Saviano per rappresentare la penetrazione camorristica nel tessuto socioeconomico nazionale e internazionale, talmente profonda e violenta da modificarne gli organi interni, pur adattandosi – Zelig criminale – ai canoni estetici mainstream. Il processo ipnotico e ronzante è interrotto dal piombo di un’assalto a mano armata, che suggella col sangue il maestoso inizio del film. Un film essenziale e scarno come le sue opere precedenti, che però fa il botto per merito del tema trattato, e sopratutto per il come tale tema è trattato. Garrone è un regista assolutamente devoto alla realtà – tanto da intitolare il suo film successivo Reality. quasi autoironia, verrebbe da pensare – e non si sognerebbe mai di modificarla a suo piacimento per motivazioni puramente stilistiche.

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No Man’s Land
Storie e protagonisti multipli, quasi scelti a caso, impossibile ricavarne personaggi chiave – chè personaggi chiave nel Sistema non esistono – nascono nell’universo descritto da Saviano ma vivono di vita propria, sotto una campana che non è di vetro ma di cemento, inafferrabile come l’aria malsana e letale, ingombrante come le architetture violente di Scampia (fissata e studiata da Garrone come fosse un altro corpo, un altro volto, anch’esso deviato, viziato, e deforme, perennemente risuonante di urla e bisbigli alternati). Marco e Ciro, i giovani emulatori di Tony Montana – in mutande sul bagnasciuga a sparare raffiche assordanti contro il nulla del loro futuro e il tutto che è il mare sconfinato e invulnerabile, si rendono protagonisti di una scena immortale quanto quella di Montana che affonda la faccia nella cocaina – per i quali rubare sparare uccidere sono gli unici sinonimi di vita e successo. Il giovanissimo Totò, che mentre aiuta a portare la spesa a domicilio nell’inferno di cemento di Scampia è mosso dalla stessa smania cieca e ignara. Franco, l’uomo d’affari, il trafficante di rifiuti tossici che si comporta come un informatore scientifico, e Roberto, che lo affianca perchè è stato raccomandato. Don Ciro, il contabile che porta i soldi alle famiglie dei carcerati. Pasquale, l’abilissimo sarto clandestino, le cui creazioni provengono da umidi e buii scantinati stracolmi di lavoratori sfruttati e reclusi e vanno a finire addosso alle stelle di Hollywood.

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Sei Storie Brevi
Off-screen, in quella parte di messinscena quotidiana che va in onda nella realtà, abbiamo il boss camorristico che si fa costruire una casa identica a quella di Tony Montana, ma anche la baby-gang milanese che dopo ogni colpo si riprendeva in pose e situazioni che “citano” proprio il film Gomorra. La troupe è stata accolta a Scampia, seguita con attenzione in ogni passo e movimento durante le riprese. Per evitare di essere scambiati per poliziotti, portavano tutti appuntato sul petto un pass sul quale era leggibile il titolo provvisorio del film: “Sei Storie Brevi”. Dopo il casting effettuato proprio a Scampia, a Garrone capitava di rivedere una scena al monitor, con venti trenta persone attorno, a guardare attenti e a dare consigli. Ai camorristi il cinema piace eccome, è risaputo. Interrogati a tal proposito – ricorda Saviano in un’intervista – citano i film che preferiscono: “quelli che parlano di noi”. Quindi Il Padrino, Quei Bravi Ragazzi, Scarface? “No, no. Il Gladiatore!” La guerra in testa, non i soldi. Quelli stanno sempre nelle tasche, arrotolati in fasci di banconote corposi e rassicuranti, automatica e inesauribile conseguenza della guerra perpetua.

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Gli effetti di Gomorra sulla gente
Gli elementi noir del film di Garrone sono piccoli fiumiciattoli provvidenziali, capaci di irrigare un film sfuggente e memorabile e renderlo più forte e più efficace. I fiumiciattoli, qualche anno dopo, crescono ed esondano travolgendo tutto e tutti nella serie tv omonima al cui timone c’è Stefano Sollima. Uno che il genere ce l’ha nel dna e nel cognome, responsabile dell’evento televisivo dell’anno – era l’anno 2014 – realizzato con lo stesso complice di Garrone, che è ancora Roberto Saviano, lui e la sua ossessione (benedetta dagli dei del cinema) per il realismo: la sua insistenza è stata decisiva, è proprio grazie ad essa che la serie è diventata quel capolavoro di genere – noir, gangster, action – che non arretra dinanzi agli orrori senza limiti, che non risparmia su sangue e torture, che fa degli eccessi una regola ferrea, e tiene provvidenzialmente lontana qualsiasi forma di ironia. Sia Sollima che Saviano, inoltre, sono grandi appassionati di serie tv contemporanee, e come noi hanno amato True Detective e Breaking Bad. E crediamo che siano consapevoli di aver creato un prodotto che è sullo stesso livello di True Detective, il livello più alto, pensato high-concept per il mercato internazionale: 12 puntate, 30 settimane di riprese, 156 location d’interni, 225 attori, centinaia di comparse, 2300 tra collaboratori e fornitori, location a Napoli, Milano, Barcellona, Roma, Ferrara e Ventimiglia. Sollima apparecchia il suo romanzo criminale partenopeo per Sky Atlantic, poi la sua creatura esorbita e approda anche sulla tv di stato – in seconda serta su Rai3, portando la moribonda rete ad ascolti in doppia cifra, dato epocale, ed addittura al cinema, in 200 sale The Space, a suon di tre puntate (150 minuti) a sera e per quattro lunedì consecutivi. Transmedialità inedita per una serie che, da essere derivativa di un fenomeno letterario, diventa essa stessa, autonomamente, generatrice di franchise e prima ancora di viralità social, tutti a parlare come Ciro, Genny, Don Pietro, Salvatore Conte, Zecchinetta, Massimo, Danielino: un dream team di personaggi grandissimi, un Olimpo di dannati intorno a Donna Imma, immensa, mantide e mamma, sesso e sangue.

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Song’e Napule
Lo sguardo di Sollima è geneticamente differente da quello di Garrone, e allora Le Vele nella serie cambiano di senso, diventano uno scenario steampunk distopico, oltre che luogo dello spirito, e relitto arrugginito di un vascello dell’orrore capace di arrivare in ogni angolo del pianeta. La macchina da presa si insinua nelle viscere di Scampia e sale e scende, rivelando geometrie impossibili in un incessante moto verticale che percepiamo identico in molti noir coreani, dentro quella che è edilizia popolare ma pare design neurale progettato da Ballard per La Mostra Delle Atrocità. La saga del clan Savastano è raccontata seguendo i punti chiave del suo dna: cibo, santi, famiglia, droga, sangue. Il codice genetico sorgente, da Napoli ai clan di Medellin, Ciudad Juarez, Manila, Hong Kong, Parigi, Boston. Avete traccheggiato con Narcos? Avete recuperato The Wire? Ora potete rilassarvi, la seconda stagione di Gomorra la Serie è partita. State senza penzièr, e state cuntènd.

[Su Nocturno 162 Nero Criminale – Guida al neo noir italiano]

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