Gomorra, la Serie. In morte della Stagione 2


I cadaveri sono ancora caldi, o forse caldi non sono mai stati. Sangue freddo, quello degli assassini, quello dei mortammazzati, freddo, freddo tutto, l’asfalto, il cemento, il vetro, il vuoto. La seconda stagione è terminata consegnandosi definitivamente alla letteratura televisiva, al logos virale, il racconto è suppurato, suburrato, esorbitato in milioni di rivoli miasmatici. Oggi l’Italia è Gomorra, tutti sanno Gomorra, il sapere sostituisce il vedere. Il sapere è conoscenza acquisita quindi posseduta, io so Gomorra quindi Gomorra è mia, provo sentimenti da senso di appartenenza, non mi riesce facile rimanere freddo. Come il sangue. Come i cadaveri.

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Raccolgo allora pensieri come bossoli da terra, e penso a quello che la seconda stagione ha rappresentato, nel senso di quello che è stato messo in scena. Sollima è uno e factory, ha condiviso un’ideologia – letteralmente, visione di un mondo – con tre registi che sono oramai altro da sé, funzionali ad un solo modo di guardare. Comencini, Cupellini, Giovannesi, si sono fusi nel crogiolo delle puntate, hanno abbracciato l’idea – dall’etimo greco, la visione – e performato secondo lo standard richiesto. Uno standard ad elevazione progressiva, sfidante si potrebbe dire, un tentativo di toccare il cielo con le mani, dove il cielo sarebbe, appunto, il cinema, e non la serialità televisiva. Sollima racconta che il Fukunaga di True Detective gli esprimeva ammirazione circa la sua capacità di dipanare e concludere sì tante linee narrative in sì brevi intervalli di durata.  E’ l’inversione del canone cioè, la definizione dei personaggi per sottrazione, laddove invece il mezzo utilizzato e le aspettative del pubblico pretenderebbero la bulimia dei caratteri, l’ipertrofia delle personalità. Ogni puntata è uno scippo allo spettatore, un’espropriazione violenta di qualcosa che credeva di controllare, prevedere se non proprio orientare. Così, ad esempio, la morte di don Salvatore Conte il mitopoietico, colui che suo malgrado ha determinato la mutazione di Gomorra in fenomeno linguistico nazional popolare, come non se ne vedevano (vedevano, o mai visti) da anni: la puntata tre, storica, altissima, in cui d’improvviso la figurina del boss si carica di sfumature, colori, addirittura desideri e passioni, simboli e sacralità, il tutto come preludio al sacrificio sovversivo, all’esecuzione capitale che è palesemente rituale.

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Conte è immolato come un vitello d’oro, Conte è sgozzato e così sia, che gli spettatori credano agli autori, non agli attori. Così l’assassinio secco del Principe, o quello sadico del Nano, la morte per Sollima è una livella che brutalizza l’empatia e costringe gli occhi a precipitare nell’altrove, o dall’altrove nell’abisso, in un inferno distopico che resta claustrofobico (Scampia, i quartieri ghetto, i vicoli, il rifugio di don Pietro, l’attico liquido di Genny, le macchine con la scorta, i recinti dei cimiteri)  ma diventa d’improvviso verticale. Su e giù fa la macchina da presa, dai terrazzi degli ecomostri viventi al selciato, su e giù, senza soluzione di continuità, la verticalità è la rivoluzione, è la cifra espressiva della serie, più ancora dell’alternanza di angoli esterni e interni, più della violenza neorealistica o noir-realistica. Relazioni verticali e non orizzontali, chè un’alleanza per interesse (gli scissionisti) o per cordone ombelicale non è possibile. Uno contro uno, uno contro tutti, questo il titanismo sollimiano, la condanna di ciascuno dei suoi antieroi. E, in fondo, il verticale esprime il suo giudizio morale altrimenti assente, il principio del caos di questo mondo che è distopico e ballardiano (La Mostra delle Atrocità), sono i diavoli gangster criminali a guardare il mondo dall’alto verso il basso, in senso inverso.

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Alcune mie considerazioni, affidate alle pagine di Nocturno, hanno scatenato la furia di taluni troll scorazzanti su tastiera come fossero in motorino senza casco. Mi hanno detto che Gomorra è particolare e non universale, che è il genius loci di Scampia a determinarla e che altrove Gomorra non è replicata nè replicabile. Accecati dalla nefasta ombra di un campanile, costoro ignorano che proprio nella verticalità è l’universalità del racconto, che il male umano è sempre e ovunque putrìo e plasma geomorficamente i contesti più disparati. Significativa in tal senso la puntata finale: nel suo essere cimiteriale (il cimitero, non luogo presente in ogni luogo), si approssima alla puntata finale di Profugos di Pablo Larrain, serie misconosciuta che racconta di gangster e droga e corrotti ed edlizia popolare in Cile, agli antipodi di Scampia quindi. La puntata dodici dicevo, che è gangster style e non western style perchè inscena un’esecuzione e non un duello. Al cospetto di Ciro, sotto il tiro della pistola di Ciro, don Pietro è disarmato, costretto all’inazione, scende i gradini che verticalmente lo ponevano sopra il suo destino e poi si toglie gli occhiali, perchè la fine è questo, quando non resta più niente da vedere. Per il momento.

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