The Conjuring 2. Wan world, Wan life, Wan hell!


E rieccoli qua Mr. e Mrs. Warren, i nostri genitori in crocifisso e blue jeans, in missione per conto di Dio. In un’estate 2016 all’insegna del tempo instabile una delle poche certezze è il 23 giugno, data di uscita nei nostri cinema di The Conjuring 2. Proprio così amici, James Wan is back, again. Un ritorno al cinema il suo, e anche un ritorno al genere che lo ha giustamente consacrato – o sconsacrato, verrebbe da dire – nel firmamento dei migliori registi in circolazione. E tra i più amati dal pubblico, visto i roboanti incassi al botteghino delle sue opere. L’empatia tra spettatori e regista è dato largamente consolidato: hanno un bel dire le malelingue, che imputano il successo di Fast and Furious 7 al franchise e non all’autore; che guardino gli horror a marchio Wan e si ricredano, prima che sia troppo tardi. The Conjuring ad esempio, uscito nel 2013, ha incassato più di 450 milioni di dollari in giro per il mondo; mentre scriviamo, il secondo capitolo viaggia già verso i 150 milioni, forte anche di un buon consenso di critica.

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Questa volta i fatti narrati sono accaduti, veramente o verosimilmente, nel Vecchio Continente: anno 1977, London Calling, cantano i Clash. L’invocazione d’aiuto viene da Green Street, Enfield, municipalità londinese della working class. Janet Hodgson, figlia di madre separata, sorella di Billy Johnny e Maggie, pare posseduta da uno spirito assai intrusivo, che dichiara d’essere il vecchio proprietario della casa. I media ed i parapsichiatri accorrono avidi, la Chiesa Cattolica nicchia e manda in avanscoperta proprio i Warren, confidando, più che nei loro poteri, nella luce del loro vincolo matrimoniale: sono infatti una coppia affiatatissima, famiglia tradizionale e baluardo di valori coniugali, con una fede reciproca che nemmeno la visione più ancestrale e sinistra – un demone vestito da suora –  può scalfire. Fede, è quello che ci vuole in casa Hodgson, quando i crocifissi si capovolgono da soli, gli oggetti si animano e si schiantano, i coltelli volano come uccelli, Janet parla con voce da orco e si teletrasporta suo malgrado. Da sola la fede non basta, occorre vedere (in TV) per credere e provare, ma l’occhio di uno spycam antidiluviana coglie un inganno inatteso, pare che Janet ricorra consapevolmente a trucchi volgarissimi, che sia nel pieno possesso di sé, pare trattarsi di un falso allarme, invece no, è tutto uno scherzo del Diavolo, un espediente per liberarsi di medium e mass media e portare la piccola nell’Altrove più oscuro, così il redde rationem è uno scontro tra titani, i Warren vs the Devil, nel nome del Padre, e della Bestia, una sfida tremenda, dall’esito imprevedibile.

Conjuring 2

In The Conjuring 2, a differenza del primo capitolo, Wan è anche co-sceneggiatore ispiratissimo e guarda al padre di tutti i Poltergeist, al primo, seminale Steven Spielberg. Spielberghiana infatti è la vena di romanticismo familiare che irrora una storia di ordinaria possessione, spielberghiano l’uso di elementi iconografici infantili – la tenda indiana, l’albero, i giocattoli – in chiave orrorifica ed anche umoristica. Su queste radici, Wan innesta gemme craveniane, brandendo filastrocche come fossero salmi sacrileghi, giocando di ombre con la figura dell’Uomo Storto (the Crocked Man), boogeyman da scioglilingua sornione come Freddy Krueger. Non bastasse, mutua da Hitchcock la semantica degli oggetti da suspense e la immerge nel contesto ultravintage londinese, tra telecomandi e registratori a nastro grossi come meloni, telefoni a rotella color giallo mefitico, telecamere  pesanti come croci. Il suo cinema è felicemente derivativo, funzionale ad una visione del cinema viva e originale, che si concretizza in un uso proteiforme della macchina da presa, ora dalla parte delle vittime, ora dei carnefici, ora incapace di mettere a fuoco, ora preveggente, un vero e proprio agente nel contesto dello sviluppo della narrazione. Si resta ammirati e terrorizzati, storditi e stupiti per tutta la durata del film, che audacemente supera il tabu delle due ore (gli addetti ai lavori parlano di una Wan Version iniziale di 180 minuti!), e quando Patrick Wilson imbraccia la la chitarra, ammicca alla Elvis ed intona Can’t Help Falling in Love, Vera Farmiga non è l’unica a non saper trattenere le lacrime.  Imperdibile.

[Anche su Nocturno.it]

 

 

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