February, aka The Black Coat’s Daughter. Che freddo del Diavolo!


A ciascuno il suo destino, la libertà è questo, ognuno scelga il gonfalone sotto cui riconoscersi e prosegua senza indugio nelle sue battaglie, lancia in resta, a difendere l’onore dei Maestri, contro i lanzichenecchi del cinema commerciale. Noi siamo dicotomici, ovviamente, invero anche neutrali, in quanto l’unica professione che esercitiamo, a titolo tristemente non oneroso, è quella di laicità. Pertanto, nella veste più professionale possibile, ripudiamo un aggettivo di nuovo conio, stiloso, e diffidiamo chiunque dall’utilizzarlo in cose di cinema, perché le parole sono importanti, ma anche i film lo sono. The Black Coat’s Daughter, di Oz Perkins.

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Che è un regista dal nome astruso, Oz per Ozgood, sarebbe una variante gergale del vetusto Osgood, nel senso di infinitamente, divinamente buono. Ozgood l’infinitamente buono ha pure un fratello, Elvis, che è infinitamente ironico, in quanto con quel nome si permette di fare il musicista, di suonare in una band e poi di fare colonne sonore, manco fosse Cliff Martinez, Elvis suona, e Osgood imbraccia la camera, manco fosse Nicholas Winding Refn, e dal loro sincrono nasce questa cosa buona, che ha il nome suddetto ma prima si chiamava gelidamente February, evocando orrore bisesto. Considerazione ulteriore, e non pleonastica: Ozgood ed Elvis sono figli di Anthony Perkins, quindi sono letteralmente figli d’arte, o di genere, elevati alla N di Norman (Bates)

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February dicevamo. Siamo in un collegio cattolico femminile, il Bramford, che Google ci informa essere uno dei 12 collegi residenziali della prestigiosa Yale, qui da contestualizzare come non luogo; siamo alla vigilia del Winter Break, sentiamo l’inverno nell’anima per le dissonanze –  invasive, intrusive – che Elvis ci apparecchia. Katherine la bionda, in uno stato di evidente alienazione psichedelica o sociale, si prepara al saggio scolastico, intanto fa sogni premonitori di disastri automobilistici e montagne ghiacciate, il presagio preannuncia forse la dipartita dei genitori prossimi ad incontrarla. Nel mentre Rose la bruna, una di successo e di sorority, scopre di avere una pagnotta nel forno, è incinta di un bellimbusto di quelle periferie, e si interroga cupa sul suo futuro prossimo. I destini, o i deliri delle due, si incrociano e si sovrappongono in un precipitare di solipsistici eventi, fino a che l’attesa, o la mancanza in quanto privazione, assume contorni diabolici, demoniaci. Latore della presenza del Maligno è invero il tempo, in quanto metereologicamente avverso ed in quanto umanamente non prevedibile, ed ecco che negli stessi giorni, ma di molti anni dopo, una tale sedicente Joan fugge da un manicomio criminale ed incontra sulla sua strada un buon pastore, nella forma di un ottuso forse concupiscente reverendo, che in compagnia della sua gentile signora si appresta a commemorare l’anniversario della scomparsa di una cara figlia, eternata, questa, nello scatto – senza tempo – di una foto da annuario della Bramford School. Il Maligno, voi sapete chi, è dappertutto, come categoria dello spirito, come genius loci, come interferenza telefonica, ma non si mostra mai allo sguardo, nel bianco abbacinante della neve resta sempre un’ombra, come la traccia di un coniglio mannaro, o l’evocazione di uno strano amico immaginario, che necessita di doni sanguinolenti, rituali.

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Fuor di trama gordiana, February è un’opera mirabile, costruita con uno zelo maniacale sulla luce, le inquadrature significanti, i suoni, le alternanze di umori e di dolori, il naturalismo dei protagonisti. Sinistra come fosse di Refn abbiamo detto, straniante come fosse di Korine, programmatica di una visione eretica di cinema che si crogiola, a ragione, nel compiacimento e nella suggestione delle sua stessa visione. L’audacia blasfema di Perkins – è il diavolo la causa, o il prete pedofilo, o il preside sporcaccione? – non può passare inosservata, e dai più è stata appunto bollata come stilosa, perché il sarcasmo serve a mascherare ciò che non si riesce a vedere. Noi la pensiamo come Bloody Disgusting, i guru d’oltremanica, e diamo ai Perkins quello che è dei Perkins, un plauso convinto, ed anche un sentitissimo grazie.

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