Valhalla Rising, di Nicholas Winding Refn. Una catastrofe psicocosmica


Una catastrofe psicocosmica mi sbatte contro le mura del tempo. Vigilo nel sonno,  Vigilo. Sentinella, sentinella, che vedi? Una catastrofe psicocosmica, contro le mura del tempo. Nella mitologia – o religione, che è lo stesso – norrena, il Valhalla non è un generico  aldilà, non è l’altrove per tutti i devoti al culto di Odino. No, il Valhalla è un palazzo colossale, che ospiterà per sempre gli eroi, i guerrieri morti in battaglia. Ai pugnaci caduti non spettano luculliane ricompense, bensì l’onore di supportare Odino nello scontro finale con i Giganti. Odino infatti, come una qualsiasi divinità di questo vecchio pazzo Continente, si nutre del sangue versato, dai suoi o dagli altri non importa, la sua è un’eternità di guerra permanente, nella sempiterna attesa del Big One, il Ragnarock. E Odino, amici miei, è guercio, avendo sacrificato un occhio per vedere il futuro, più chiaramente. Un occhio solo, One-Eye, come il proteiforme protagonista di Valhalla Rising, Mads Mikkelsen all’apice della sua muta brutalità.

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Come lui, millanta guerci nell’universo filmico hanno incarnato il medium, colui attraverso il quale si può guardare oltre, ad un futuro immanente nero come la pece: ha un occhio solo, ad esempio, la stregona sciamana di Roth nel suo Green Inferno, ma orbo è anche il broker paranormale Christian Bale nel recente The Big Short. Anche Kurt Russel in quanto Snake Plissken è cieco a metà, e Refn ha più volte dichiarato che Valhalla Rising nasce, a livello inconscio, come omaggio al carpenteriano 1997: Fuga da New York. One-Eye dicevamo, l’unico personaggio ad avere un nome, un soprannome, in questo Valhalla Rising. E’ l’uomo senza passato, a sua detta venuto dall’inferno, maschera che attraversa tutto il film in uno stato di mutazione continuativa. Si parte che è uno schiavo da combattimento, incatenato come una belva feroce e costretto a combattere per scommessa, così, carne per denaro, money for flesh, come Tarantino aveva già declamato in Django Unchained (part I: Wrath). Ma il destino di One-Eye non è la schiavitù, e allora presto spezza le catene e si affranca dal vile giogo, in un’orgia di sangue e di teste impalate e di gole tagliate e di viscere strappate a mani nude. Le viscere, il testo sacro degli aruspici, a testimoniarne le facoltà divinatorie, visioni di abluzioni nei laghi gelidi delle Highlands – come un battesimo pagano –, visioni di sé e del doppio di sè mentre il mondo si tinge di rosso color apocalisse. E’ un guerriero (Part II: Silent Warrior) solitario perchè non combatte per cause altrui, ma non è solo, lo accompagna un ragazzino che lui protegge, mutando da veggente in sentinella o guardia, e attraverso il quale interagisce con il resto (i resti) degli umani. Vichinghi cristiani ora, invece degli inziali schiavisti norvegesi, in partenza verso la terra promessa in cerca di ricchezze, dominio, possesso (Part III: Men of God).

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Il viaggio vorrebbe essere una crociata di mare, è in realtà una deriva per una zona d’ombra e di nebbia, puro Joseph Conrad, con il manipolo di derelitti a boccheggiare esanimi, in uno stato di bonaccia che pare interminabile, avvolti dalla più spessa delle coltri. Nessuno porta mai cibo alla bocca, sembra che tutte queste creature sciagurate esistano respirando, al più cercando invano di dissetarsi. One-Eye perfeziona un ulteriore stadio evolutivo, riempie un orcio d’acqua marina che dovrebbe essere venefica e d’improvviso essa è dolce, parrebbe un miracolo cristologico, di fatto segna l’arrivo dei superstiti nel Nuovo Mondo invece che a Sion (Part IV: the Holy Land). Lo sbarco è più propriamente un naufragio, tra gli abeti e i pini e le querce i segni di un altro culto dei morti, la promessa di una morte atroce viaggia veloce come una freccia, e i vichinghi cominciano a cadere, come foglie d’albero. E’l’inferno (Part V: Hell), ancora più straniante perché si manifesta nella quiete indifferente della natura e dei fiumi, nei cieli tersi, nell’erba lussureggiante, ma questo inferno è un altrove psichico, una catastrofe psicocosmica, una follia in cui ognuno dei Cristiani scivola, osando maledire lui, One-Eye, osando rinnegarlo, e lui per converso continua ad evolvere, adesso è un dio giustiziere non giusto, ne stermina 3, alla fine resta con il ragazzino e due dei vichinghi, i meno invasati, uomini morti che camminano ancora per poco. La fine è oramai prossima (Part VI: Sacrifice), si è partiti dalle Highlands e come in Highlander ne resterà soltanto uno, il ragazzino, One-Eye è l’agnello sacrificale, da Odino a Gesù il viaggio è compiuto, depone l’ascia di guerra, si immola senza combattere, muore sotto i colpi di clava dei pellerossa (trogloditi come nel Bone Tomahawk a venire), sparisce immergendosi nelle acque del fiume – il Thund, probabilmente -, torna a casa nel suo inferno, mentre sulla riva una specchia di pietre accatastate testimonia la vacuità di ogni credo umano.

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Valhalla Rising è un peana di marcia in 6 capitoli, un film di guerra nella misura in cui è un film sulla barbarie della condizione umana, una condizione letta in chiave naturalista, che trasfigura – trascolora – l’ambiente naturale, per poi trascendere nella metafisica della colpa e della vendetta. Il film è una visione eretica, la rappresentazione di un passato ucronico virato tutto al maschile, nessuna donna agente, nessuna anelito fecondatore, il sangue come sola igiene del mondo. Girato con la Red One Camera (come Antichrist di von Trier), pulsa di un’energia malsana, si ha come la sensazione di guardare “delle statue di cera che improvvisamente si animano e fanno cose orribili” (Refn dixit). In principio c’era solo l’uomo e la natura. Gli uomini arrivarono portando croci e attaccando i pagani. Ai confini del mondo.

[Da Dossier Nicholas Winding Refn in Nocturno num.163, ora in edicola)

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