Fear X. Nicolas Winding Refn, l’uomo che guarda


John Turturro veste i panni del protagonista Harry Cain, un uomo che guarda. Di giorno guarda i clienti del centro commerciale dove lavora come vigilante, di notte i filmati in videocassetta del circuito di videosorveglianza. Perchè in quello stesso centro commerciale sua moglie è stata assassinata, e le notti di Cain sono completamente dedicate allo studio delle immagini, alla loro catalogazione e analisi maniacale alla ricerca di indizi. Quando riesce a posare gli occhi sul frammento di video che riprende proprio l’omicidio, qualcosa scatta nel suo cervello, scuotendolo dallo stato di torpore nel quale era precipitato, interrompendo il loop frustrato, e ritmato dalle sue insicurezze, che scandiva le sue giornate vuote e identiche (perfettamente messe in scena da subito, con Cain che guarda dalla finestra sua moglie allontanarsi verso la casa di fronte senza intervenire: ancora e soltanto, un uomo che guarda).

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O forse il loop non si interrompe trasformandosi invece in un labirinto, spingendolo in uno stato ancora più profondo di incoscienza. E’ l’inizio di un viaggio che procede strisciando lungo i rossi corridoi che delimitano, dall’interno, il suo mondo psichico violento e frustrato, gli stessi corridoi che anni dopo vedremo in Solo Dio Perdona. L’ossessiva e illusoria ricerca della verità – di una verità plausibile – passa attraverso le immagini delle telecamere di sorveglianza, i pixel rarefatti e incerti si incuneano nei suoi pensieri, deformando le domande ricorrenti (chi è stato? Perchè?), fino a scassinare il misterioso e indecifrabile (in quanto forse banale e casuale) reale svolgimento degli eventi e costruirci attorno una teoria (una storia, un plot), sulla quale lo sguardo allucinato di Cain possa (illudersi di) posarsi. L’ipotesi di complotto passa attraverso case sfitte che diventano luoghi da setacciare alla ricerca di indizi, fotografie nelle quali si annidano dettagli rivelatori (ancora l’ossessione dello sguardo insistito e ripetuto, come con i video, come con il suo lavoro di vigilante: guarda troppo Cain, e per questo viene anche ripreso dal suo capo, che gli rimprovera un “eccesso di vigilanza” che mette a disagio i clienti) ed ovviamente persone, personaggi: complici, mandanti, esecutori, fiancheggiatori.

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Tutti guardano Cain con sospetto, fanno domande strane e ostili, si comportano come in stato di trance, parlano poco e lentamente, ridotti a comparse, o poco più, del suo viaggio psichico: sono le versioni tridimensionali delle polaroid sfuocate che Cain ricava scattando foto ai fermo-immagine dei video. Le polaroid appiccicate al muro insieme ai ritagli di giornale, ovvero il maniacale sforzo di creare una storia in cui credere. Proprio come la storyboard di un film. Complicata dalla rappresentazione dell’assassino, un poliziotto che sembra – sono troppi gli indizi – l’alter ego di Cain stesso. La sua versione aldilà dello specchio, il senso di colpa che prende vita. E indossa la divisa che Cain avrebbe voluto indossare (l’ennesima frustrazione di un uomo quasi privo di personalità, evidente durante la scena quasi comica dell’”arresto” di un cliente colto in fragranza di reato, cioè un banale taccheggio), ha una moglie bionda e fedele – e sopratutto viva – e ha anche il figlio che Cain non ha potuto avere, visto che sua moglie è stata assassinata dopo che gli aveva confidato di essere incinta.

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Il poliziotto assassino sta per ricevere una medaglia come premio per la sua condotta professionale, ma conduce anche una doppia vita segreta, nella quale è membro di una associazione segreta di poliziotti e ammazza sbirri corrotti. Chè Cain è un idealista, e la sua proiezione – se di quello si tratta – ne tiene conto. Come ne tengono conto altri poliziotti, quelli che secondo la mente di Cain starebbero investigando sull’omicidio (che sarebbe un duplice omicidio, ma la seconda vittima è ignorata per quasi tutta la durata del film, ed è facile intuirne il motivo) e che gli rivolgono domande inquietanti e kafkiane sulle sue idee politiche.

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Anche Refn è un uomo che guarda, e il suo sguardo è infettato dal malessere di Cain, lo segue ciecamente perchè mosso da amore sincero, lo stesso amore smisurato per tutti i suoi personaggi riscontrabile nei film successivi. Gli si avvicina troppo, i ripetuti zoom sulla nuca del protagonista finiscono per penetrarne il cervello, il regista ci scivola dentro e diventa egli stesso Cain, in un’esperienza profonda e logorante, immaginiamo. Tanto profonda e logorante da lasciarlo esausto, oltre che squattrinato, il che spiegherebbe le sue dichiarazioni così spietate nei confronti della sua creatura più scomoda e faticosa. Era il suo primo film in lingua inglese, la sua prima collaborazione con Larry Smith (fotografo di Eyes Wide Shut, maestro nel trasfigurare la percezione della realtà), Turturro era la prima star affermata con la quale si trovava a lavorare. In tutta questa situazione scomoda e colma di responsabilità inedite, Refn e la sua volontà di sperimentare hanno faticato parecchio, l’ambiguità insita in ogni scena – in ogni inquadratura – deve avergli trasmesso uno stato di smarrimento pesantissimo.

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Un processo agevolato dalla scelta di girare il film in maniera cronologica, e progredire scena dopo scena nella costruzione (e decostruzione) dei personaggi, avanzando insieme ad essi e scoprendo elementi e dettagli, condividendo il tempo e lo spazio, in una simbiosi che paradossalmente culmina in uno smarrimento totale ed extracorporeo. E certo, l’ombra di David Lynch resta ben tangibile, non tanto per le affinità registiche e concettuali, quanto piuttosto per la tendenza di entrambi a generare in noi il magnifico dubbio: c’è un disegno dietro questi film, oscuro e indecifrabile per chiunque altro? Oppure Refn, come Lynch, non fa altro che aggiungere, sottrarre incasinare e improvvisare per tutta la durata del processo di creazione, fino a raggiungere una soddisfazione personale, estetica e pittorica, fottendosene del senso e della comprensione? Boh. Noi però proprio in questo dubbio vogliamo perderci.

[Da Dossier Nicholas Winding Refn in Nocturno num.163, ora in edicola)

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