Carnage Park, stati di allucinazione californiana


L’amore per il sangue dà sempre buoni frutti, vero, così come è vero che sangue chiama sangue, o che la mamma dei Norman Bates è sempre incinta. Succede allora che tal Eric Fleischman, zelante collaboratore della Blumhouse, decida di mettersi in proprio e fondare con un amico leguleio la Diablo Entertainment, casa di produzione indipendente la cui mission, testuale, è “cambiare il modo in cui l’industria dell’intrattenimento vede le produzioni indipendenti, accoppiando idee commercialmente valide con budget non convenzionali, per consentire maggiori profitti e film di qualità”. In altre parole, scovare talenti pazzoidi capaci di creare un signor film con 2 misere lire, come nel caso di questo sorprendente Carnage Park.

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Dirige Mickey Keating, un indie senza la puzza mumblecore sotto il naso, che ha dichiarato più volte di essere ossessionato da Psycho, tanto che ogni suo film, da Pod a Ritual, da Darling ad Ultra Violence, sarebbe una variazione sul tema. Carnage Park è tanta roba: è uno slasher alla maniera dei gloriosi anni 70, un road movie con detour, un survival con risonanze refniane, è soprattutto, Keating dixit, un neo-western ultragore, figlio illegittimo di Badlands e di The Getaway. 1978: si è nel deserto della California, nella precisa sezione abitata recintata e militarizzata da un vet del Vietnam, flippatissimo, armato fino ai denti ed ovviamente molto, molto sadico. È Wyatt Moss (Pat Healy), American Sniper ante litteram, che protegge la sacra proprietà con un fucile di precisione, l’occhio nel mirino inquadra in campo lunghissimo, uccide da remoto o ferisce per poi dissezionare con calma.

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Tutto secondo follia, finché un giorno accoppa uno sprovveduto rapinatore di banche, Scorpion Joe, appropriandosi per usi successivi della di lui ostaggia, Vivian (Ashley Bell, scream queen in divenire, già in The Walking Dead: Webisodes e The Last Exorcism). La protagonista di Carnage Park è una cazzutissima donna del Sud, riesce a liberarsi delle catene e si precipita nella sua discesa agli inferi, il gioco del gatto col topo nella reclusione di uno spazio apparentemente sconfinato ma privo di punti di fuga e nascondigli sicuri, disseminato di altoparlanti che trasmettono deliranti discorsi politici o inquietanti motivetti del Sud-Est asiatico. Vivien esperisce il suo noviziato, si procura acqua ed armi bianche a spese di altre prede di Wyatt ed arriva all’ultimo livello del gioco al massacro, entra nella baracca al centro della proprietà, ma la sorte pare avversa quando si trova a sgozzare – per errore, certo – l’omertoso sceriffo che avrebbe potuto salvarla. È solo un intoppo, braccata prosegue la sua fuga in un labirinto sotterraneo con velleità antiatomiche, tormentata dal sonoro delle sirene d’allarme e dei bombardamenti dei Top Gun. È il delirio, nel buio pesto ad intermittenza, il serial killer pure ferito pare un immortal killer, poi di improvviso qualcosa balugina, c’è qualcosa in fondo al tunnel, che sia la salvezza, o semplicemente la fine?

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80 minuti di stati di allucinazione progressiva, la regia di Keating è imprevedibile, sembra appiattirsi sul già visto dell’avantpop (Natural Born Killers in primis) per poi innalzarsi a reinterpretare le vette dei suoi riferimenti (Stone e Tarantino ma anche Altman, Watkins, Aja) in un modo obliquo del tutto personale, quasi istintivo, facendosi notare anche per l’iperstimolazione diretta dello spettatore (Vivian, garrula e querula, spesso guarda direttamente in camera). Non bastasse la perizia stilistica – virtuosa per gli amici di Bloody Disgusting, virtuosistica per i nemici maliziosi –  Keating gioca pure al fare il sovversivo, con la grande idea del nowhere archetipico californiano come un segregante parco dei massacri, ed infarcisce i dialoghi con una massiccia dose di satira politica, parlata o suonata,  non risparmiando beffe nemmeno alla stolida barbara religiosità dei redneck sudisti. Carnage Park è il brivido disturbante che serviva in questa lunga estate calda. Cammeo diLarry Fessenden, guru dell’indie horror che piace a noi.

[anche su Nocturno.it]

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