Tarzan Unauthorized, i figli illegittimi di un mito razzista


2016. America, giungla metropolitana 2.0, bianchi a caccia di neri, neri affamati di bianchi. Serve un nuovo patto sociale, tutti al cinema, serve un Tarzan Unchained! In realtà si chiama The Legend of Tarzan, ma per l’ambientazione storica e per l’uso impunito di due icone quali Cristoph Waltz – nel ruolo di Leon lo schiavista – e Samuel Jackson – nel ruolo di George il gregario si presta al nostro sarcasmo. Dirige David Yates, in cerca di franchise aurei i suoi 4 Harry Potter, ma il box office mondiale, ad oggi, sembra castigarlo, tanto che il film dovrebbe incassare poco di più del cospicuo budget di produzione (190 milioni di dollaroni). Sarebbe già tanto per questo caravanserraglio del patinato e del politicamente corretto, che nulla al mito dell’Uomo Scimmia, anzi, qualcosa sottrae pure:un rivoluzionario bacio gay tra Tarzan e Leon, tagliato dopo le critiche indignate nei panel test delle anteprime. Ci sarebbe stato bene invece, visto che questo Tarzan appare come un depilatissimo metrosexual londinese. Occhio per occhio, omo per omo, ecco allora che Men.com, in contemporanea, sforna l’esilarante Tarzan: a Gay XXXParody, attentando a colpi di verga all’ultimo pennone della cultura pop americana.

Left to right are Cheetah the Chimp, Johnny Sheffield as Boy, Johnny Weismuller as Tarzan, and Maureen O'Sullivan, in an undated publicity still. The three starred in several Tarzan movies from 1939 to 1942. --- Image by © Bettmann/CORBIS

 

Tarzan, the Wasp Man.

Ora ve lo si conta noi com’è che andò, che cioè il buon Edgar Rice Burroughs, satiro da par suo, travisò per ironia l’accostamento animale, e definì Tarzan the Ape Man, l’uomo scimmia, mentre invece pensava a Tarzan the Wasp Man, dove il nome dell’insetto è acronimo per White, Anglosaxon, Preputial.  E’ infatti sul trionfo della mascolinità ariana che poggia l’intero suo racconto, e questa mascolinità resta il seme fertile per le miriadi di visioni che sul tema si sono succedute, da quelle a denominazione di origine controllata, sotto il copyright ERB Inc., a quelle apocrife, o per meglio dire eretiche, anche erotiche, di cui è piena la storia del cinema. Le pudenda dell’eroe, in agguato sotto il minuscolo slip di pelle felina, sono dunque il totem, la chiave di lettura con cui spiegare l’affinità del nostro ai primati, l’ostilità ai mandinghi indigeni, l’istinto omicida, l’indole predatoria ai limiti dello stupro o della brutalizzazione. Una questione di sesso, e insieme una questione di razza: come ha scritto mirabilmente Gail Bederman dell’università di Chicago: “razza e sesso non sono due categorie contrapposte, ma due modi di intendere una società, così strettamente complementari da non poter essere compresi separatamente. Negli USA, all’alba del 20° secolo, entrambi furono contaminati dalle teorie pseudodarwiniste che consideravano il colonialismo come la forma più naturale dell’affermazione della virilità del maschio americano”.

Toofani-Tarzan-1937

 

I am Tarzan, the killer of beasts and many black men.

Tarzan diventa la massima espressione del celodurismo razziale, un maschio alfa nuovo che sfida gli aborigeni sul loro terreno, il sesso, sublimandolo con sommo atto di civiltà per concederlo, dono monogamico coniugale, alla Jane eletta.  Pane – pene – per i denti delle culture più machiste e suprematiste del ‘900, tabu inscalfibile per Africani e Afroamericani: nella filmografia ufficiale o non autorizzata, così come nel mondo a luci rosse, non esiste traccia alcuna di Black Tarzan, un Tarzan nero non è mai esistito e forse non esisterà mai, a meno che Spike Lee non la pensi diversamente. “Quando mi hanno chiamato per il film Sheena, ero molto eccitata. Pensavo che sarei stata una donna Tarzan. Non era così. Ho scoperto che l’ideologia vieta un/una Tarzan nero/a. Ero, infatti, lanciata come l’antagonista . . . bene, la paga era buona, e ho accettato il ruolo comunque, ma ciò che mi confonde ad oggi è il fatto che Tarzan avrebbe passato la maggior parte della sua vita adulta senza sesso, nell’attesa di una principessa bianca caduta dal cielo… dobbiamo credere che non si è sfogato con una donna nera dalla giungla in tutto questo tempo? “. A parlare con cognizione di cause è France Zobda, la Contessa Zanda in Sheena – Regina della Giungla, intervistata nel documentario Investigating Tarzan (1996): in poche battute, la procace France afferma che è solo questione di razza, di sesso e di ideologia. Partiamo allora da qui per sovvertire il mito di Tarzan, appendiamolo alla liana a testa in giù e guardiamo come è stato lapidato dalla controcultura occidentale.

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The Pink Monster

La più riuscita opera di destrutturazione è dell’ipertrofico Jess Franco, con il memorabile Karzan contro le Donne dal Seno Nudo. Titolo italiano improponibile, che nell’originale versione francese era Maciste Contre La Reine des Amazonas (1973), dove il richiamo all’eroe dei peplum è giustificato dal fatto che il nome Tarzan è sotto copyright, mentre Maciste, evidentemente, vale quanto un Luther Blisset dell’avventura. Il film può apparire un pretesto per esibire il solito trionfo di tette e culi e giungle pubiche, ma ad un’analisi approfondita si rivela pregno di elementi significanti. Karzan è rappresentato come un avventuriero borghese del tardo Medioevo, di estrazione presumibilmente mercantile, che vive stabilmente in Occidente e viene chiamato a recarsi nel Continente Nero da un sedicente amico, alla ricerca di un tesoro perduto. Abbiamo detto Continente Nero, in realtà parliamo del Continente Verde, l’Amazzonia, patria di un’infoiatissima tribù di amazzoni. La traslazione dall’Africa al Sud America non è blasfema, se si pensa che lo stesso Burroughs nell’UrTarzan parlava di Africa “non come luogo reale, ma come archetipo di un luogo primitivo, dove niente era cambiato dalla comparsa del primo uomo sulla Terra, un posto deve l’uomo bianco potesse mettere alla prova la sua virilità superiore rivivendo al modo dei suoi avi “(Bederman).” Nel 1973 l’immaginario erotico dominante si volgeva quindi ai Tropici Latini, Arcadia abitata da una tribù di 33 Amazzoni dalle fattezze caucasiche, organizzate agli ordini di una regina ninfomane come una comune lesbofemminista: i figli maschi uccisi alla nascita, gli amanti uccisi dopo l’avvenuta inseminazione. Karzan viene subito fatto prigioniero e considerato, metonimicamente, come membro copulatore (“cerchiamo il mostro rosa che quando è provocato si rabbuffa, si ingrandisce, ci penetra”, ha a dire la regina) dell’intera tribù. La passione sfogata genera sentimenti e gelosie, per colpa del donatore di seme scoppia la guerra fratricida nella comunità, che viene anche attaccata da alcuni maschietti indios, ma alla fine periscono solo cattivi e cattive, l’ordine e la fecondità vengono ripristinate a colpi di orgia e “Karzan, vittorioso, può tornare donde era venuto, in cerca di nuove avventure, non meno erotiche”.

(EDITORS NOTE: Image contains suggestive content.)A poster for the pornographic film 'Jungle Blue', featuring a gorilla offering a banana to a naked woman, 1978. (Photo by Movie Poster Image Art/Getty Images)

Si torna in Amazzonia qualche anno più tardi, con Jungle Blue di Carlos Tobalina, regista latino di incerti natali, che allestisce una produzione ai limiti del pauperismo sperimentale: al posto dei titoli di testa, una malferma macchina da presa inquadra i nomi del cast (protagonista è tale John Length, John Lunghezza) direttamente sul poster originale del film! Il motore dell’azione è una Jane nordica e disinibita, che giunge in Perù alla ricerca del padre, ma dopo un’orgia di sesso e LSD viene convinta da una lesboamica a cercare il solito tesoro della solita tribù india. Navigando per le acque dell’immancabile rio si imbatte in Evor, pseudoTarzan superdotato (“Lui vive come un Adamo senza la sua Eva, aspettando la donna perfetta”), che per hobby o professione porta le bianche a conoscere le popolazioni locali, nel mentre mostrandosi pronto a possederle in varie guise. Jane viene gabbata dall’amica e presa in ostaggio, Evor fa per liberarla ma viene sparato a morte ripetutamente, e qui Tobalina fa del suo Tarzan un supereroe cristologico, capace di risorgere da morte certa e guarire con un infuso di erbe ed un bagno rigenerante nel fiume sacro. La pellicola è girata in montaggio alternato, gli esterni botanici si alternano agli interni orgiastici di una comitiva di hippie e indigeni arrapati, i sessi maschili sono ripetutamente colti nell’apice eiaculatorio. Come è sapientemente rimarcato da Third Eye Cinema, “C’è un’influenza evidente della Emmanuelle Nera di Joe D’Amato, con il footage del diario di viaggio e le interazioni sociali e carnali tra i protagonisti e nativi. Pur restando un prodotto girato alla buona ed a basso costo per il mercato take away del porno, il film evoca cult trash movies quali Tarzana, Kong Island, Piranha, mostrandosi precursore del cinema di Lenzi e Deodato nel genere travelogue-cum-adventure”.

tharzan

Nominato D’Amato, occorre balzare al suo dittico, Tharzan: la vera storia del figlio della giungla (1994), conosciuto anche come Jungle Heat o anche Tharzan X: Shame of Jane, ed al successivo Tharzan 2 – il Ritorno del Figlio della Jungla (1995). Il signore della giungla è Rocco Siffredi, chiamato l’Uomo Scimmia o semplicemente John, mentre Jane è la divina Rosa Caracciolo, all’anagrafe Rosza Tassi, Miss Ungheria 1990 e futura moglie dello Stallone Italiano. Tra i due l’alchimia è evidente, al servizio di una storia solida che si snoda tra i canoni della novella originaria – i film sono trai primissimi porno girati interamente in Africa –  e le trombate indoor e outdoor. Più che Adamo, il Tarzan di D’Amato pare un Emile decadente degli anni 90, turgido e ironico e malinconico da par suo, e grandi sono le prestazioni attoriali della coppia Siffredi-Caracciolo, corpi e anche anima al servizio dell’idea di cinema di Massacesi, controversa per definizione.

 

The Jungle Ladies Collection, Part One

“Controversial” infatti è l’aggettivo che con più frequenza accompagna le rece sui due Tarzan di D’Amato, valendogli l’inopinato accostamento al più inutile e patinato franchise ufficiale della saga, il Tarzan – the Ape Man di John Derek, con Bo Derek, il cui poster originale prometteva la visione de “La donna più bella del nostro tempo, nell’avventura più erotica di tutti i tempi”. Il colmo del contrappasso e della desublimazione: un Tarzan ufficiale, il terzo della storia con quel titolo, ma minus habens e prono al servizio della dea Bo. La preminenza del personaggio femminile è tale che Tarzan (il biondazzo esordiente Miles O’Keeffe), alla stregua di un megalomane hooligan invasore di campo, entra in scena quasi a metà film, metà domatore, metà Baywatch, riuscendo nella biunivoca impresa di salvare Miss Maglietta Bagnata dalle acque di un lago africano e dalle fauci di un leone in trepida attesa sulla battigia. L’elemento acquatico, fuor di metafora, è la vera prerogativa di quest’opera altrimenti ignobile: Tarzan e Jane nel fiume, nel lago, nella mangrovia, sugli argini, sotto le abluzioni rituali. Un film liquefatto, più che liquido , che vive nei venti muniti finali, quando la Derek desnuda  viene lavata – appunto – e infarinata in doggy stile reiterato per l’orrido sacrificio tribale, per poi essere salvata e continuare tette al vento fino alla fine, mimando preliminari con il muto energumeno salvatore ed il di lui Scimpanzé, tanto che, si dice, la ERB Inc. abbia preteso il taglio di una scena in cui il primate parrebbe succhiare l’ambito capezzolo di Bo. La vulgata vuole che questo Tarzan abbia originato la rivincita delle tarzanidi, il profluvio di visioni similari con una dominatrix della giungla invece del vetusto omaccione: alla già menzionata Sheena-Regina della Giungla andrebbero aggiunte, tra le altre, la distopica She (1982), la barbarica Hundra (1983), la sciamanica Gwendoline (1984). In realtà, già nel 1980 c’era stato Tanya’s Island, una sorta di Travolti da un Insolito Destino della Wertmuller, con un gorillone nelle veci di Giannini ed una super pin-up della scuderia di Prince, Vanity, nelle (s)vesti della Melato. Quanto a nudità esibita fronte-retro ed a rapporti belluini, Vanity surclassava Bo, ma la lentezza della pellicola e la stolida pretesa di autorialità consegnarono Tanya all’oblio eterno, quello stesso oblio che avviluppa The Mistress of the Ape (1979), sexploitation girato dallo specialista Larry Buchanan con profluvio di immagini di accoppiamenti e violenze carnali.

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The Jungle Ladies Collection, Part Two

In principio fu Luana, forse, poi Samoa, Tarzana, Gungala e via ricordando. Parliamo delle jungle lady create sul finire degli anni 60 dal nostro glorioso cinema di genere. In Luana, la Figlia della Foresta vergine, di Roberto Infascelli (1968), la protagonista Mei Chen (“la più bella selvaggia apparsa sugli schermi”, strillavano) gironzolava per la giungla con capelli lunghissimi occulta-seni, senza capriccio e senza costrutto.  Altra faccenda per Samoa, Regina della Giungla (1968), e Tarzana, Sesso Selvaggio (1969), interpretate rispettivamente da Edwige Fenech e Femi Benussi. Entrambi i film erano un ibrido tra avventura e sexy commedia sentimentale, volti a titillare l’immaginario salgariano nazional popolare con una miscela di tette ed esotismo: Edwige, agli albori del suo mito, restava però compressa in un due pezzi che strideva con l’ambientazione tribale nel Borneo, a differenza di Femi che in terra d’Africa si mostrava, topless e perizoma, nell’atto di cavalcare elefanti e parlare con gli animali come un santo d’antan. Di Tarzana in particolare va ricordato il famigerato e grottesco urlo che ne preannuncia l’epifania, oltre allo slogan del film, così politicamente scorretto all’oggi, che invita gli spettatori a correre a “vedere le avventure selvagge dell’animale più bello e infido della giungla”, la donna, ca va sans dire. A questi film va aggiunta la trilogia di Gungala: La vergine della Giungla (1967), diretto da Romano Ferrara, La Pantera Nuda, diretto da Mr.Cannibal Deodato, e Zan Re della Giungla, diretto da Manuel Caño su script di Umberto Lenzi. Gungala è sempre Kitty Swan, all’anagrafe Kirsten Svanholm, attrice e cantante danese con fattezze da sueno latino.  In chiusura di questa Italian Jungle Lady Collection va menzionato Karzan, il Favoloso uomo della Giungla (1972) di Demofilo Fidani, con Simonetta Vitelli a interpretare Shiran, la silvicola consorte dell’eroe.

gungala

 

Shames in the Jungle

E ‘giunto il momento di terminare il nostro viaggio nella giungla oscura, la liana si è spezzata, cadiamo rovinosamente su Tarzoon, Shame of the Jungle (1975), lungometraggio animato firmato dai francesi Picha e Szulzinger. Il povero Tarzoon, con la voce di Johnny Weissmuller jr., appare qui come un ebete, pusillanime ipodotato, incapace di soddisfare l’insaziabile June ma pronto a salvarla quando viene rapita dai cazzi giganti agli ordini della plurimammellare regina Bazonga. Il viaggio alla ricerca di June è strampalato, Tarzoon deve vedersela con una tribù di voraci cannibali, gli Uomini Molare poi accetta un passaggio alato da un hippy americano sbronzo, alla fine riesce nell’impresa, e vivranno per sempre infoiati e contenti. L’animazione ricorda il caro Jacovitti, indulge in dettagli trash e splatteroni, ma la pellicola è nel complesso dimenticabile, non fosse per la raffigurazione dell’Africa come un grande corpo di donna con l’Africa Nera posizionata a mò di pube.

Tarzoon,_Shame_of_the_Jungle

Tarzoon visse una seconda vita nel 1979, quando venne importato e distribuito in Gran Bretagna negli Usa con il titolo di Jungle Burger, con dialoghi modificati e al doppiaggio il clan del Saturday Night Live (John Belushi e Bill Murray su tutti). Il tempo è scaduto, mancano ancora all’appello millanta Tarzan apocrifi, dal primo dei molteplici made in India (Toofani Tarzan, 1936) al Tarzan mandarino (The Adventures of Chinese Tarzan, 1939), dal turco (Tarzan Istambulda, 1952) al giappo (Buruuba, 1955), dal russo (Tarzan des Mers, 1962, forse l’unico caso di signore della giungla anfibio come Aquaman) ad un embrione di Tarzan giamaicano stoppato durante le riprese dalla sempre vigile Erb Inc. (Tarzan and the Jewels of Opar, 1964), e poi ancora legioni di Tarzanoidi spagnoli, tedeschi, francesi, italiani. Tra questi anche lo sgangheratissimo Tototarzan (1950), forse il primo film sul tema in cui appare, per volontà esplicita o svista della censura, una fugace tetta en plen air, quando il redivivo Tototarzan strappa alla giunonica Adriana Serra la veste leopardata. Ma quant’è forte Tarzàn, ma quanto strilla Tarzàn, Tarzan, Zan Zan.

[anche su Nocturno num. 164, ora in edicola]

 

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