Insidious: Wan, two, three!


Antichrist non avrebbe mai visto la luce senza il successo di Saw. Parole di James Wan e Leigh Whannell, che oltre ad essere una coppia di stronzi arroganti, per di più australiani (Wan è di origini malesi, in realtà), sono rispettivamente un regista e uno sceneggiatore dotati di quel particolare talento che permette di realizzare film che costano un milione di dollari e incassano cento volte tanto. E’ successo con Saw, ed è successo ancora con Insidious. Dall’estetica del delitto – e dalla non desiderata attribuzione di paternità per la nascita del torture porn – allo spavento old style e alle case infestate? Non esattamente, chè qui l’unica casa infestata è la Blumhouse, infestata dallo stesso particolare talento di Wan e Whannell. Subito, mentre scorrono i titoli di testa di Insidious, l’occhio dello spettatore è stimolato a perlustrare il perimetro dello schermo, e continuerà a farlo senza tregua per merito delle riprese lente ansiogene e avvolgenti di Wan, alla ricerca di dettagli inquietanti e presenze orrorifiche. Le immagini che scorrono sono come istantanee in movimento, scattate in bianco e nero dentro la casa: lampade, ombre, sagome, angoli e anfratti, con le estremità che sfumano nelle tenebre. Il meccanismo è innescato, l’inganno di trovarsi nel genere “case infestate” funziona (al punto di non fare troppo caso ai nomi del cast che scorrono, dai quali si sollevano i doppi di ogni lettera e sfumano via, come gli spiriti che abbandonano i corpi durante i viaggi astrali), la tensione palpabile cresce e continuerà a crescere man mano che il film prosegue. Parte del merito va all’impeccabile comparto sonoro: la musica è composta principalmente di suoni provenienti da violini e organi, e calza alla perfezione con l’impianto visivo old-school del film, raggiungendo picchi agghiaccianti grazie all’inserimento della canzoncina Tiptoe through the Tulips.

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James Wan ha visto il suo primo film horror quando aveva sei anni, era Poltergeist. Insidious è il Poltergeist della mia generazione, ha detto lo stronzo arrogante. Dopo la sequenza di apertura, siamo dentro la casa, e dentro la reale, realissima, normalità di una famiglia media: mamma Renai (Rose Byrne, una bellezza fragile e interprete perfetta) e figlio indossano lo stesso pigiamino antieros, la mamma si sveglia e guardando il maritino Josh (Patrick Wilson, come sempre impeccabile e capace, come sa chi ha visto Hard Candy, di donare estrema ambiguità ai suoi personaggi) addormentato sbadiglia, tre figli da accudire e passione zero, un sacco di scatole in giro a testimoniare un trasloco appena compiuto. E questa perfetta normalità viene turbata da una serie di eventi sottilmente inquietanti, che poi costituiscono il bignami dei clichè del sottogenere haunted houses nel cinema horror (non mancano nemmeno le applicazioni delle altre leggi non scritte: la mamma vede cose, il papà non le crede, ai piccoli la casa nuova non piace; con una variante sorprendente, visto che quando la mamma e moglie implora il maritino di andar via da quella casa, lui accetta. Non capita certo spesso in un film di case maledette…). Ma la penna di Leigh Whannell ha creato una sceneggiatura con i controfiocchi, servendo a Wan la materia prima che permette al regista di cambiare registro, due, tre volte (con uno spirito simile allo Shyamalan di Signs, ma con esiti opposti), trascinando il pubblico su sentieri oscuri e inaspettati: non è la casa ad essere infestata, i traslochi sono inutili, chè l’insidia malevola possiede Dalton, uno dei pargoli. Possession movie, quindi? Nì. Se un demone proveniente dall’inferno si fosse tuffato nel corpo e nello spirito di Dalton ci troveremmo al cospetto di un classico del filone. Ma i due stronzi arroganti non sono soltanto appassionati dei classici come Poltergeist. Questi due sono anche in grado di partorire idee originali inserendole in un contesto collaudatissimo.

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Per merito di Lorraine (Barbara Hershey) che è la madre di Josh, a venire in soccorso della famigliola è la medium Elise – la scream queen Lin Shaye, omaggio vivente al Nightmare di Craven – insieme ai suoi ridicoli collaboratori e con mezzi tecnici ultraweird, a indagare l’incubo e svelare l’arcano: Dalton è un viaggiatore astrale a sua insaputa, è capace di fluttuare nottetempo – o sotto ipnosi – nell’Altrove, meta agognata di ogni esperienza extracorporea, fermata intermedia tra qui e l’inferno, ed è proprio in quel non-luogo che lo spirito di Dalton è rimasto intrappolato mentre un demone, dal look talmente camp che pare provenire dalla serie Scream Queens, insieme ai suoi scagnozzi infernali, cerca di impossessarsi del corpo del ragazzino, per tornare a spargere sangue terreno. Luci basse, ombre e oscurità a manetta, creature terrificanti, per una dimensione visionaria e immaginifica, di una potenza visiva impensabile in un film dal budget così basso. Questa parte del film, che è anche un po’ action e un po’ comedy, è stata dileggiata da molti, in realtà è la parte più coraggiosa e psicotica, qui Wan non ha paura di osare, scivolare nelle paludi della serie b, del weirdo, del popcorn movie, destreggiandosi con stile ed eleganza sorprendenti. La creazione dell’Altrove rappresenta il colpo migliore messo a segno dalla coppia di stronzi, è l’idea che ogni potenziale creatore di franchise cinematografici vorrebbe avere. Insidious è in definitiva estremamente realistico, originale pur riallacciandosi alla tradizione, terribilmente spaventoso nel senso più puro della parola. Ed è anche divertente.

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“Quando ho realizzato il primo Insidious, il mio stato d’animo era più o meno questo: oh, i soldi sono finiti, perciò il film finisce qui. E dopo un po’: ok, adesso devo ottenere altri assegni e finirò di raccontare la storia”. Per Wan le parole sono importanti, e se sequel doveva essere, ecco che il secondo capitolo inizia esattamente dove era finito il primo, subito dopo l’assassinio di Elise per mano di un Josh tornato dall’Altrove posseduto, dopo un intro flashback che mette subito le cose in chiaro: l’infante Josh era a sua volta un piccolo viaggiatore astrale, la medium Elise era già intervenuta allora. Oltre i confini del male: Insidious 2 rinuncia alle derive visionarie (forse per le troppe e ingiuste critiche?) e si concentra sulla storia, rincorrendo una non esaltante parvenza di “normalità” che non si addice molto all’universo costruito con entusiasmo scatenato nel primo capitolo. E’ quasi una benedizione, quindi, la massiccia e disturbante presenza di whatthefuck nello script: gli spaventi sono sempre fortissimi e le apparizioni demoniache fanno saltare sulla sedia chiunque, le incongruenze logiche passano tranquillamente in secondo piano. Il resto è ancora una volta una valanga di clichè adoperati con passione sincera e mestiere solidissimo, ma pur sempre già visti e stravisti centinaia di volte (bisogna aggiungere Shining nella lista dei classici dai quali Wan e Whannell attingono idee e ai quali indirizzano gli omaggi). Eppure, nelle mani di Wan, le scale che scricchiolano e i pianoforti che suonano da soli fanno paura oggi esattamente come cinquant’anni fa, e la nuova location – ovvero la casa di Lorraine – diventa un labirinto popolato da fantasmi a iosa e minacce nascoste. Anche stavolta la sceneggiatura – seppur stesa in evidente stato febbrile – mette a segno ottimi colpi, con un utilizzo onirico dei paradossi temporali funzionale alla storia e che fanno venire in mente Interstellar (come nel primo Insidious, dove l’oscuro regno del male poteva essere una sorta di tesseratto dell’orrore), complicando le dinamiche dell’Altrove e le interazioni con il nostro mondo. La prova di Patrick Wilson nei panni di un Josh dai due volti è mozzafiato, arricchita dall’alchimia ambigua ed emozionante con Renai/Rose Byrne. Partito con il budget “enorme” di 5 milioni di dollari, il secondo capitolo del franchise ne ha incassati più di 160. E Jason Blum gongola, ancora una volta.

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Nel terzo capitolo di Insidious James Wan è assente, impegnato sul set di Fast and Furious 7, eccezion fatta (oltre che per l’assegno staccato nella veste di produttore) per un significativo cameo nel quale è il direttore di un teatro seduto in platea ad esaminare i provini delle aspiranti attrici, ma la sensazione è che se ne stia lì ad esaminare in realtà il lavoro di Whannell che lo sostituisce alla regia. Si tratta di un prequel incentrato sulla figura di Elise, che qualche anno prima delle vicende narrate nei primi due film, vive segregata in casa e non ne vuole più sapere di sedute spiritiche e creature maligne, a causa della morte del suo amato marito. Il suo torpore dolente è scosso dall’arrivo di Quinn, una ragazza convinta di ricevere segnali e messaggi dalla sua mamma morta di cancro. Quinn, la sua famiglia, i suoi amici sono presentati in maniera semplice e monodimensionale, tutti privi di backstory esattamente come il fantasma cattivone di turno, ricchissimo di tratti distintivi nell’aspetto ma assolutamente misterioso riguardo il suo passato e le sue motivazioni. Questo permette al regista di concentrarsi su eventi e spaventi. Il resto del plot procede col pilota automatico, Elise torna in azione (il tono della pellicola si avvicina a quello di una origin story di supereroi) e fa squadra per la prima volta con i due ghostbusters improbabili che, scommettiamo, avranno presto l’onore di uno spin-off, e scopre che ovviamente lo spirito che tenta di insidiare Quinn non è affatto quello di sua madre.

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Sono tanti i lutti in questo film, l’elaborazione dei quali – certo, con metodi poco ortodossi – costituisce la malinconica anima dello script, con un eccesso di sentimentalismo che è il punto più debole del film. La regia di Whannell tenta di ottenere gli stessi effetti di Wan, circoscrivendo minacce e tensione all’interno di quattro mura – la stanza di Quinn – e amplificando la vulnerabilità fisica della ragazza che ha entrambe le gambe ingessate per un incidente, ma gli esiti sono inferiori e a rischio sbadiglio, quello che manca qui è proprio il talento di Wan, capace di spaventare a morte e divertire nel giro di pochi minuti. Apprezzabile invece, l’ennesima variazione visiva sul tema dell’Altrove, più freddo, livido e popolato di spettri differenti come un luna park agghiacciante, o come afferma il regista una discarica per scorie di malvagità. E’ il capitolo più costoso, ben 10 milioni di budget, e ha finito per incassarne “soltanto” poco più di 100. La storia sicuramente non finisce qui, il franchise nato e cresciuto all’ombra del PG-13 continuerà a prosperare, nonostante l’assenza di sangue e tette. E nonostante un livello di qualità progressivamente discendente. Perchè il salvagente costituito dalle ottime idee del primo capitolo basta e avanza per creare altri episodi, tenuto anche conto della scarsa concorrenza nell’horror mainstream. E il signor Blum può continuare tranquillamente a setacciare i festival alla ricerca del prossimo regista al quale affidare 5 milioni. Per ricavarne 200.

 

[anche in Nocturno num. 164, Dossier Blumhouse: La Fabbrica degli Orrori, ancora in edicola, somewhere]

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