American Horror Story 6, premiere dikotomiko


In ghosts we trust. Se non ne puoi più di binge watching, se vuoi uscire dal ricatto della serialità, se sei nauseato da chi spaccia il piccolo schermo per grande schermo, amico, allora Brad Falchuck e Ryan Murphy hanno quello che fa per te. Televisione, purissima televisione, di qualità straordinaria, all’avanguardia nello stile e nei contenuti. Solo F. & M. potevano concepire un’antologia dell’horror articolata in più stagioni, indipendenti le une dalle altre ma cucite da un filo rosso (l’America, nazione fondata sul sangue). Solo F & M. potevano spernacchiare i guru del marketing e le esigenze commerciali di FX Channel, mantenendo il più stretto riserbo sulla loro ultima creatura e giocando ad anticiparla con dei veri contro-trailer, nessuna scena rappresentata ma solo  il numero 6, declinato ora in guisa di falce, ora come punto interrogativo. Solo F & M, infine, potevano infrangere la regola del Pilota, rilasciando una premiere asciuttissima nei 40 minuti di durata, a fronte dell’ora abbondante che per prassi caratterizza le intro delle serie più attese. Con queste premesse sovversive, il 14 settembre ha finalmente debuttato American Horror Story 6: My Roanoke Nightmare, come si legge negli intermezzi prepubblicitari, un incubo straordinario, i gatti F. & M. che torturano quei topi dei telespettatori americani.

 

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L’ambientazione, innanzitutto. I protagonisti (o presunti tali) innanzitutto, coppia interracial la cui bidimensionalità è oltre i limiti del posticcio: lui nero in media carriera, lei indie yogin nullafacente e dedita all’alcol (“rilassarmi è il mio mestiere”, dice ad un tratto), coppia di sposi in fuga dalla città violenta per rifugiarsi in una magione gotica, sperduta nel profondo Sud, e leccarsi le ferite rispettive. Coppia posticcia, come posticcio per scelta è il modo di rappresentarne le vicende: la forma è il falso documentario, il corto circuito tra fatti (che si presume) realmente accaduti e figuranti che inscenano il racconto, mentre i dolenti sposini ricostruiscono gli eventi in modalità intervista. Un format più che una forma, una tipologia morbosa di storytelling in cui si coniugano voyeurismo e diceria, uno sganassone alle real tv imperanti e alle loro ricostruzioni ultra-trash, orrendi delitti o sgangherati tradimenti, vicende storiche o inchieste giudiziarie, tutto tritato e servito come cibo spazzatura.

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Nel primo episodio, con la regia di Bradley Buecker e la sceneggiatura dei Padri Creatori, poco di buono è dato vedere sull’apocalissi che attende gli sposini, quel che è certo è che attraverso loro si mettono alla gogna vizi e tabù di un’intera società: lui, nero, ossessionato dal razzismo, lei, bianca, ossessionata da oscure presenze, poi c’è la sorella di lui, ex poliziotta dura ma farmaco-dipendente, incapace di sane relazioni familiari. Al momento ci sono solo loro 3, tutto il resto è Storia, con la S maiuscola. La serie infatti affonda le radici nell’humus della colonizzazione americana, è insomma un American Horror History, e trae l’orrore da vicende raccontate per secoli, forse realmente accadute, o forse no. Si fa riferimento alla colonia perduta dell’isola di Roanoke, un gruppo di coloni inglesi capeggiati da Sir Walter Raleigh, che sbarcò in North Carolina il 4 luglio (save the independence date!) 1583, sparendo nel nulla, letteralmente, 4 anni dopo. La missione è certificata da numerosi documenti, nulla invece è provato sulla causa della scomparsa misteriosa, c’è chi parla di uno sterminio perpetrato dai nativi, chi di una siccità improvvisa con conseguente nomadismo, chi della maledizione dei boschi del Sud.

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Spettri, demoni, o streghe, chiara metafora della cattiva coscienza dei colonizzatori anglosassoni, che ritornano in American Horror Story 6 nelle loro vesti d’epoca, muniti di torce e forconi, per terrorizzare la piccola borghesia contemporanea di cui sopra. Spiazzante però è che le apparizioni avvengano sì in forma tradizionale, con ectoplasmi che camminano nei corridoi, ma anche in forme più evolute ed intellegibili ai videodipendenti, tra spycam e tv a tubo catodico, non a caso infatti le protagoniste sono indotte dai sinistri eventi a guardare un agghiacciante video in VHS (!) e proprio le immagini incise su nastro sembrano, per paradosso o per contrappasso, provare che l’incubo è realtà fuori di ogni allucinazione. Non si tira un attimo il fiato per tutta la durata dell’episodio, il climax a nostro avviso è una grandinata di denti umani sulla casa, ma anche il sabba dei coloni, le vittime scalpate, o il Minoporco, corpo umano e faccia da porco, non sono da meno. La premiere è finita, noi restiamo incollati davanti al televisore spento, attendiamo gli ulteriori 4 episodi di disparata regia (il terzo è di Jennifer Lynch) consapevoli che la serie sarà una pietra miliare della storia della serialità, oppure sarà tutta uno scherzo, che è lo stesso.

[anche su Nocturno.it]

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