Krisha, di Trey Edward Shults. il film meraviglia del 2016.


Io non sono un profeta. Lo vorrei essere, è vero, ma non lo sono, non posso esserlo. Resto comunque alla ricerca, è il senso di colpa che mi anima, la sensazione di perdere qualcosa, di indulgere nell’effimero mentre nella polvere giace la rivelazione. La mia abilità, consentitemi, il mio talento, è nel trasformare l’ansia dell’errore in edonismo, nel cercare il piacere sublime della visione, per scacciare il peccato del non saper guardare. Stavolta, amici, il miracolo è avvenuto, sono stato premiato, ben oltre i miei meriti. Stavolta, amici, io ho visto la Luce. Krisha, di Trey Edward Shults.

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Un film hipster, girato completamente in interni, ambientato nel giorno del Ringraziamento, con un cast improvvisato di parenti tutti esordienti, un budget da colletta della Caritas, un regista neofita, una durata irrisoria. Krisha è tutto questo, con tutto questo potrebbe essere per me il manifesto dell’Anticristo, tutto quello che non sono e non voglio vedere. Potrebbe essere un clone di altri film che già erano cloni di altri film, un subclone, l’ennesima certificazione del decesso di certo inutile cinema indie. Potrebbe essere un’istantanea su celluloide opaca della residua  borghesia americana, jewish ed upper class, che si illude di rappresentare l’inifinitamente grande con un racconto infinitamente piccolo.

No.

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Krisha è Cinema, il cinema dei nostri anni, è una storia universale, è l’inizio folgorante della carriera di un grande regista. E’ la distopia raccontata nella più reazionaria delle società, la famiglia, è l’avvizzito albero dell’anzianità dai cui rami pendono – perfidamente, genialmente – le scimmie della dipendenza, dall’alcol, dalle anfetamine, dai parenti. La storia è di quelle semplici e tratte da fatti verosimilmente accaduti, in prima persona al regista ed ai suoi: una vecchiaccia transfuga torna all’ovile per una festa comandata, dopo anni di tossica latitanza. E’ un corpo decadente, estraneo, negletto per scelta propria  da tre generazioni di consanguinei, spiccano tra essi la di lei madre, magnifica ottuagenaria in carrozzella, ed il di lei figlio, studente traumatizzato cuore di zia. Krisha fluttua in casa come un fantasma, ad intervalli sparisce in stanza per sconvolgersi di pillole e vino, non riesce a permeare quella patina così resistente di ostilità, guarda gli sprazzi di quieto vivere come imbambolata davanti ad un acquario di pesci finti, intanto si consuma nell’invidia per la felicità (o la difficile serenità) altrui. La situazione è esplosiva, la bomba è innescata, l’esplosione è il tacchino, il pingue tacchino eviscerato e ripieno, la vittima sacrificale che si schianta al suolo con profluvio di sughi ed umori. Niente può essere più come prima, semplicemente perché non c’è un prima a cui tornare, ci sono mondi lontanissimi e non convergenti, la causa del distacco è così remota da essere dimenticata e mai menzionata, evidenti e sempiterne restano le conseguenze.

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Questa la storia, su di essa il film, la visione del mondo di Trey Edward Shults, l’illuminato, che utilizza linguaggi profani per un family drama, inquadra Krisha come Refn con Bronson o One-Eye, la muove come la vecchia anfetaminica di Aronofsky, la priva di speranze come von Trier con le sue vittime, utilizza la dissonanza della colonna sonora per precipitare la routine in una atmosfera nera, horror persino. Io guardo oltre l’iniziale stupore, resto disturbato, commosso, atterrito perché non ci sono le endorfine dell’empatia a proteggermi da ciò che vedo, ci sono continue violente sollecitazioni al mio cinismo, alla mia ironia. Ove queste parole non siano sufficienti a precipitarvi nella compulsione, sappiate che Krisha, invisibile e ignorato in Italia anche dai migliori ha vinto il Taormina Film Festival, ha trionfato pure a Denver, Reykjavik, ha conquistato l’Independent Spirit Award e il SXSW di Austin. Secondo il caro alwaysgoodmovies.com, “con la robusta dose di follia che avvolge scenari usualmente placidi, questo film così intenso sa essere cupamente divertente e genuinamente inquietante. E’, infatti, di levatura superiore”. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

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