Trapped and Confused: il cinema e gli ascensori per l’inferno


Varchi quelle porte e l’incredulità è sospesa, resta la fede, ce ne vuole tanta per chiudersi lì con sconosciuti che ansimano e puzzano, aspettando che un impulso elettrico ti elevi o ti deprima secondo i tuoi desiderata. L’ascensore, il suo moto verticale, è metafora dell’ovvio, del cinema e della vita, ma anche del sesso, l’ascensore come vagina dentata, porta grondante sangue dell’utero, oppure della coscienza, l’ascensore come confessionale per rimettere i peccati, espiarne il fio. Da sola nell’ascensore, come in una Panic Room, è Mrs. Hilyard, la protagonista di Un Giorno di Terrore – Lady in a Cage, di W.Grauman (1964), costretta all’inazione mentre fuori la sua casa è saccheggiata, la sua vita di madre schernita, fino alla fuga salvifica. L’ascensore affollato poi, il “crowded elevator” cantato dagli Incubus, è sintesi perfetta della follia, claustrofobia ed agorafobia che collidono. In questo non luogo, sospeso tra sacro e profano, Silvano Agosti colloca Nel più alto dei cieli (1977), come un The Descent per un gruppo di laici e religiosi che restano bloccati durante una visita in Vaticano, e scivolano in uno stato di allucinazione progressiva fatto di prevaricazione, perversione, antropofagia.

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Colpa del diavolo, probabilmente, o della malvagità umana, come sottintende l’olandese Dick Mass in De Lift, weirdissimo anni 80 (1983), dove l’ascensore medesimo è macchina di morte, decapita, mozza, stritola, animato da volontà non demoniaca ma artificiale, una sorta di circuito elettronico verde e gelatinoso come slime che rimanda alla nuova carne di Cronemberg. Mass firma anche Il remake americano (Down, 2001) e sposta l’azione a New York, dove 10 anni più tardi si ambienta anche Devil, diretto da John Dowdle, creato e prodotto da M.Night Shyamalan sullo spunto di un racconto popolare messicano. 5 estranei, apparentemente integerrimi ma con un passato di varia colpa, restano segregati in ascensore: il mondo esterno li guarda morire ad uno ad uno, attraverso le telecamere del circuito di sorveglianza, mentre un interfono difettoso permette di lanciare loro messaggi ma non di ascoltarne le invocazioni. C’è Hitchcock, c’è Agatha Christie, c’è la religiosità paranoide di Shyamalan, unita alla sua grande visione del cinema: è infatti il diavolo a compiere la mattanza, ma resta non visto dallo spettatore per due motivi, perché accompagna le esecuzioni con repentini blackout (Blackout, altro film su ascensori da paura, è del 2008) e anche perché si presenta sotto le false sembianze di una delle ospiti della cabina. L’ascensore come confessionale quindi, i crimini dei condannati scoperti dallo spettatore mediatamente, attraverso il detective che studia le immagini del circuito chiuso, fino all’outing finale in favore di demone e di macchina da presa.

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Ancora New York, Wall Street, 2011: 9 bloccati in ascensore, tutti invitati ad una festa esclusiva ai piani alti. E’ Elevator di Stig Svendsen, figlio illegittimo di Ballard prima di High Rise di Ben Wheatley. Scritto e diretto pensando a Hitchcock, gira seguendo tappe forzate e funziona, la tensione cresce, l’ossigeno all’interno del vano ascensore diminuisce, un congegno ad orologeria sta per esplodere. Dentro la trappola non può entrare chiunque, bisogna verificare la propria identità e controllare sulla guest list. Oltre a un discreto numero di squali della finanza di varia dimensione (il più grosso accompagnato da una delle bimbe più stronze mai viste al cinema), ad un paio di avvenenti donne in carriera e ad una security guard medio orientale, c’è un comico ebreo razzista che appena entrato sbraita per il sovraffollamento, difende i confini, insomma, vedendo terroristi ovunque. Razzismo, capitalismo, tradimenti saturano l’aria, rendendola irrespirabile e convincendoci ad appoggiare la politica del regista, sorta di demiurgo giustiziere: le voci provenienti dall’esterno, il suo occhio, le sue scelte, ogni elemento sembra beatificare la bomba, sola igiene del mondo, che monda dalle ingiustizie e porta riscatto e catarsi.

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E siamo ancora a New York nel 2013, per The Elevator: Three Minutes Can Change Your Life dell’italianissimo Massimo Coglitore. Produzione tedesca e cast anglosassone, un’opera prima che si affranca da monoteismi e sensi di colpa per inscenare un soft torture movie, dove un’insegnante psicopatica sevizia un noto presentatore tv per vendicare la morte di suo figlio, vittima di assassini trafficanti di organi umani. Il pretesto è evidentemente esile, il gusto grottesco per l’azione ed i riferimenti al trash del piccolo schermo rimandano direttamente a De la Iglesia. La macchina da presa resta dentro l’ascensore, attaccata ai volti, così vicino che il rantolo di uno smuove una ciocca di capelli dell’altra. Il gioco a due permette di approfondire la simmetria rovesciata dei punti di vista, e l’impiego di un caratterista top quale Burt Young conferisce lustro alla categoria dei vigilantes, sempre presenti nei film analizzati, vero elemento strutturale di questi racconti ascensoriali. Alla fine di questa breve corsa citiamo Four Stories of St.Julian (2010), e il cinese Lift to Hell (2013). Ed ora tocca a voi, salite, o scendete?

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[anche su Nocturno 166, dossier Trap them and kill them!, in edicola]

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