Elle, di Paul Verhoeven. Sempre sia lodato.


In principio fu il refresh. Pensate a The Social Network, di David Fincher: fu un film rivelatorio, dischiuse le porte sulla nuova percezione, brecciò il tempo definendolo come l’intervallo tra un aggiornamento ed un altro. Il refresh era un nuovo inizio, occorreva  che un altro Maestro indicasse il passo successivo, ci portasse per mano a guardare come viviamo in quei claustrofobici, cadenzati, compulsivi intervalli, privati di coscienza – del sé, della classe – ma liberi da ogni dubbio,  tra obsolescenza programmata e rinnovamento garantito. Un altro Maestro quindi è arrivato, Paul Verhoeven è arrivato, per insegnarci che la sola regola di sopravvivenza è la giocabilità, tutti dobbiamo giocare, ed essere giocabili. Elle.

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Elle è più di un film, è un manifesto, un atto d’accusa, una satira di costume, una carneficina, un’invettiva iconoclasta. È un universo antropocentrico, anzi, passatemi il termine, ginocentrico, imperniato su una colossale figura di donna, Elle, Michèle, lei, un’aliena, un organismo simbionte ospitato in un corpo (seppur magnifico) di vecchia, che per il cinema da botteghino è carne morta, non per Verhoeven che dalle carne morta è solito trarre l’umanistica dell’androide. La visione comincia diabolicamente, un gatto in primo piano, i suoi occhi non i nostri a guardare la brutalità ferina di uno stupro, i nostri occhi occlusi invece, le orecchie oltraggiate dai rumori del tremendo atto coitale. Si è già pienamente immersi nella grammatica del disturbante, ma quello che poi succede non è inquietante, è fuorviante: Michèle, elle, lei, si alza, si riassetta, si resetta, riavvia semplicemente il suo sistema operativo: pulisce i cocci dello stupro, fa schiumose sanguinolente abluzioni e va al lavoro.

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L’accaduto non è rimosso né cancellato, è una possibilità che si è realizzata, lei ci si è adattata. La capacità mimetica è un formidabile strumento di difesa per le specie animali remissive, non basta per le specie aggressive, ed Elle è femmina alfa, tra le ultime decane di una specie che fu o pensò d’essere dominante, la coltissima borghesia francese, qui incartapecorita, desublimata, annichilita. Elle non si mimetizza quindi ma si adatta, conosce la via per primeggiare: è il boss di una società di videogiochi, il suo successo più grande si chiama Chronos (il suo tempo fuor di sesto), un adventure game, un torture porn per cervelli lobotomizzati di ragazzini ingrifati, in cui la sua immagine stessa finisce catturata (e stuprata, e reificata) a seguito di un imprevisto attacco hacker. Una metafora chiara e grottesca dei mondi che girano attorno a lei, figura proteiforme, padre di un figlio bamboccione, spalla di un ex marito frustrato, amica di una mamma puerile, poi anche bambola gonfiabile di un collega fedifrago, e di nuovo preda per intrusioni e penetrazioni ad opera di ignoti.

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La chiave del successo è questa, riderci dentro perchè non si può riderci sopra, saper essere essere ora cervello ora corpo, soggetto distaccato dall’oggetto, giocare, giocare continuativamente, in multitasking, a più livelli, in più ruoli, da carnefice e da vittima, perché questo chiede la società degli uomini. A complicare ulteriormente il quadro c’è un passato terribile, la croce della vergogna, il cattolicesimo come monoteismo maschilista, custode e mandante di violenza e repressione. Michèle deride simboli e credenti, sprezzante si masturba guardando l’allestimento di un presepe ultrakitsch, ma è nelle pieghe di una fede esibita e di una sessualità repressa che si nascondono i suoi peggiori nemici, e allora Elle dovrà giocarci contro, come antagonista, come complice, come vincitrice, l’estensione del suo dominio passerà attraverso l’ennesima sua lotta. La fine della storia è in ossimoro con l’inizio, dove c’era la rottura dell’equilibrio ora pare esserci una nuova quiete, una generale e condivisa pacificazione, invece no, è tutto un fake, è un altro sberleffo, il gioco continua, ci sono ancora tante vite e tante morti a disposizione.

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Opera immensa, sospesa tra il miglior Fincher ed il miglior Haneke, un tableau vivant avanguardistico che è oltre il cibernetico, oltre il punk, oltre il contemporaneo nella rappresentazione materica di un’intera epoca. Mi ci sono perso, mi ci sono riconosciuto, mi ci sono dissolto. Sia lodato il Dio del cinema, sempre sia lodato.

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5 pensieri su “Elle, di Paul Verhoeven. Sempre sia lodato.

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