Captain Fantastic, dove Viggo va a fare Angulo


Buongiorno compagni, buongiorno compagne, oggi cominciamo con una bella domanda retorica: qual è il lascito della controcultura progressista tutta, dal 1968 al World Social Forum incluso? Ho detto progressista, badate bene, e non di sinistra, o marxista, o democrat, per essere più onnicomprensivo possibile. La risposta al quesito, compagni e compagne, non soffia nel vento: il lascito giace per terra, è un cirro di polvere. Nichilismo è quello che resta, un altro mondo è impossibile. O così vogliono farci credere loro, le sentinelle semprinpiedi del capitalismo. Captain Fantastic, di Matt Ross.

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Per parlare di Captain Fantastic occorre parlare di The Wolfpack, lo straordinario docufilm del 2015 che in questo blog non ha trovato spazio, ma che ha attecchito nel nostro cervello come una perfida gramigna. The Wolfpack è la storia dei fratelli Angulo, 6 alienati di età e sesso diverso, costretti a vivere segregati in un appartamento del Queens a New York, così dalla nascita, vicini vicini, perché babbo Angulo, di origine india ed ex fricchettone, intendeva preservarli dall’orrore del mondo esterno criminale e vizioso e avido. Se non lo avete ancora fatto, guardate gli Angulo, sono umanità elevata alla n: cresciuti a pane e film e clausura, giocano a rappresentare Halloween, Pulp Fiction, Le Iene, sono freak nelle sembianze e probabilmente nel cervello, ma innocenti, virginei persino, e quando hanno l’occasione per uscire dalla gabbia di casa guardano tutti con i loro occhi, disturbati, esagerati, fuorviati. Lo zenit dell’opera è nel canto corale, quando gli Angulo brothers, in favore di camera, cominciano a zompare e a dimenarsi sulle note di Tarzan Boy. Dico, Tarzan Boy di Baltimora. A New York.

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Jungle life, I’m living in the open
Native beat that carries on
Burning bright, a fire that blows a signal to the sky
I sit and wonder, does the message get to you?

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Captain Fantastic, dicevamo. Che é Viggo Mortensen, l’icona Viggo Mortensen, un nome, un corpo, un marchio, un tutto. Io amo e seguo Viggo ovunque, anche nel deserto di Atacama, dove lo avevo lasciato errante come un walker nel metafisico Jauja di L. Alonso. Captain Fantastic è un Tarzan Boy, hippie tarzanico, anche nudo in full frontal, ritiratosi a vivere nelle foreste dell’Oregon (o del Maine, o giù di lì) con un commando di figli, 6 figli, di età e sesso variabile: lui li allena alla caccia all’arma bianca, li educa alle arti e ai mestieri, insegna loro a cantare, a suonare, a declamare il Bill of Rights, a pensare. Lo fa di imperio e con una pervicacia luddista, non c’è televisione né Internet nei boschi, nessuna scuola, ci sono libri in cui evidentemente il padre padrone si riconosce, così a memoria ricordo di aver visto I Fratelli Karamazov, o Lolita, o il fumetto Maus, robe così, non c’è Wallace, o Roth, o McCarthy, nemmeno Faulkner, che pure torneremo a citare alla fine del nostro sproloquio.

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La famiglia Fantastic è monca, manca la mamma, hippie anch’ella e pure buddista, ma straricca di nascita. Un bel dì la cara assente si suicida ed i genitori decidono di darle sepoltura cristiana, contro le disposizioni crematorie testamentarie, questo scatena le ire di Fantastic, che con la family gang lascia i boschi e parte per un viaggio attraverso la Land of Plenty, con l’obiettivo di sabotare il funerale. Il mezzo è un bus, ed è come se quello stesso bus che era cripta mortuaria in Into the Wild tornasse dagli inferi per sferragliare beffardo sull’asfalto delle Freeway nemiche. Il viaggio ovviamente è formazione per questi improbabili Flintstones, le seduzioni del capitalismo sono tante e melliflue e la famiglia, nelle sue varie individualità caratteriali, rischia di sgretolarsi sotto il peso di ciò che si deve e ciò che si può. E’ che Viggo Fantastic, come tutti i compagni e le compagne che sbagliano, ha accettato troppi compromessi, non ha mai, ad esempio, confutato il dogma anglosassone della proprietà privata – vive in un pezzo di foresta regolarmente acquistato -, così come crede del diritto al possesso di armi come forma naturale di autodifesa, ed è per questo essere pedissequo al sistema che il suo totem si intacca, si incrina, perde pezzi, fino alla sconfitta.

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Ecco, la sconfitta, la sconfitta tanto più gloriosa quanto più è rovinosa (come nel famoso detto scozzese), la sconfitta è la cifra in cui Captain Fantastic torna a trovare la sua più compiuta e meno schizofrenica dimensione, dando libero sfogo alla marginalità cui si è votato per egoismo o per incapacità. Abdicare, dimettersi, ritirarsi sembra l’unica soluzione, il soccorso arriva dal cuore e dall’ingegno dei suoi figli che tra Gesù e Barabba, tra un nonno liberal  un padre indie, secelgono inopinatamente il secondo, pur demansionato, demitizzato, devirilizzato, e portano a compimento la missione, trafugare il cadavere della mamma e portarlo a spasso, As I Lie Diyng, poi bruciarlo e disperderne le ceneri, in allegria, nel cesso di un non luogo.

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Momento altissimo questo, polvere alla polvere, in cui il nichilismo cosmico della cultura indie trova compimento, scatenando una tempesta di emozioni che anche noi, cinici della prim’ora, non siamo riusciti a controllare. Fuor di furore ideologico e di ambiguità iconoclasta, Captain Fantastic tocca il cuore con la sua ingenuità, che essa sia spontanea o posticcia non importa. Il regista Matt Ross dice di non essere sì ispirato ad alcun film in particolare, ma di avere la Pixar come faro delle visioni emozionali a cui si ispira. Allora guardatelo così questo Captain Fantastic, come un Inside Out in cui ogni persona è uno stato d’animo, e se proprio vi vien voglia di cantare qualcosa, non pensate a Bob Dylan, non a Joan Baez, nemmeno a Leonard Cohen o Manu Chao, pensate a quei coattoni dei Guns, e che dio (un dio qualunque) ve la mandi buona.

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