Io, Daniel Blake. Lui, Ken Loach: rage against the machine


Un cinema normale, di quelli con una sala e un film in programmazione. Più o meno quaranta persone sedute sulle poltrone e la sorprendente realizzazione – mia, a fine pellicola – che è ancora possibile andare al cinema, senza incazzarsi come una bestia schiumante per il comportamento incivile della platea. Silenzio totale per tutta la durata del film, nessun telefono che squilla, niente. Solo attenzione e rispetto. Per il cinema e per il film, chè sul grande schermo si proietta I, Daniel Blake. Palma d’Oro a Cannes e ottantesimo compleanno superato indenne, Ken Loach aveva deciso di smettere dopo Jimmy’s Hall. Ci ha ripensato, grazie al dio del cinema e a quello della lotta continua. Era legittimo temere un film leggero, didascalico, almeno in parte pacificato.

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Col cazzo. Ken il guerriero è più incazzato che mai, o almeno è tanto incazzato quanto lo era cinquant’anni fa.

Ken, insieme al suo fido sceneggiatore Paul Laverty, ha iniziato a covare la storia di Daniel Blake “grazie” alla tv, a quei programmi viscidi e seguitissimi che mettono sotto i riflettori persone deboli e vulnerabilissime, magari ricoperte di tatuaggi e sovrappeso, con problemi di dipendenza da alcol e droghe. Persone che vivono di sussidi statali. Un’immagine che infila nella testa del pubblico il concetto (falso e propagandistico) che troppi soldi vengono sprecati per far vivere questi soggetti, bisognerebbe cominciare a risparmiare: c’è la crisi, blah blah blah, e le solite puttanate che ne conseguono.

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Questa fastidiosa distorsione della realtà ha fatto da molla sotto il culo di Ken e Paul, che hanno iniziato un lungo e dettagliato lavoro di ricerca, da un lato ascoltando centinaia di storie personali tremende e toccanti, dall’altra cercando di vivisezionare un sistema – quello del welfare britannico – che è intricatissimo, frammentato, difficile da comprendere a tutti i livelli. Saltare avanti e indietro tra i due registri narrativi (ed escludere per forza di cose tante storie) era necessario, difficile e doloroso. Ma era l’unico modo di realizzare quello che la coppia voleva realizzare. Riuscendoci pienamente. Un film durissimo, tra i più duri e brutali dell’intera filmografia di Ken il guerriero. E non poteva essere altrimenti, se nella quinta economia del mondo un numero incredibile di persone deve preoccuparsi nel 2016 di trovare da mangiare, dove dormire e come ripararsi dal freddo.

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Un carpentiere vedovo, vicino ai sessanta, sopravvissuto ad un attacco cardiaco, ed una ragazza madre con i suoi due bambini. Sono i protagonisti, i soldati che loro malgrado sono costretti a combattere, non per vincere alcunchè, ma per sopravvivere al sistema, conservando quel che resta della loro dignità. Lo sguardo di Ken è quasi insostenibile se paragonato al cinema che riempie i multisala: dove una mamma in difficoltà viene spesso rappresentata come eroina che sacrifica i suoi bisogni per far mangiare i piccoli e commuovere il pubblico, chè è l’amore a tenerla in piedi. Ken guarda invece la realtà, che è sempre disturbante e sovversiva, sbattendoci davanti agli occhi gli effetti della fame su una madre. Una madre con il cuore pieno di amore e la pancia vuota. La fame vera, che ti fa perdere ogni inibizione e controllo.

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La guerra al welfare continua inesorabile a mietere vittime, con strategie diversificate: ad escludere migliaia di persone dai “privilegi” può bastare anche solo la scelta di rendere disponibili unicamente su internet i moduli e le procedure necessarie , visto che per molti – proprio come per Daniel Blake – è più facile costruire un’intera casa che accendere un computer.

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Spogliare il sistema, il liberismo, il capitalismo, dei suoi gingilli mediatici dovrebbe essere il compito primario di ogni artista attento alla società in cui vive. Ma pare che a farlo con la giusta intensità, semplicità e chiarezza (il film inizia con una telefonata tra Blake e una “professionista della sanità” che sentiamo mentre lo schermo è ancora nero: pochi minuti capaci di sputtanare tutte le catastrofiche conseguenze di ogni privatizzazione della sanità) sia rimasto solo un’ottantenne dal sorriso gentile.

kenkk

Sempre sia lodato.

 

 

 

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