The Handmaiden, di Park Chan Wook. Let’s play master and servant!


Korine, Von Trier, Refn, Verhoeven, sono loro l’avanguardia nella rappresentazione della nuova donna, non più oggetto o soggetto ma avatar, personaggio giocabile in una realtà multilivello falsa come un videogame. A questa avanguardia va ad aggiungersi Park Chan-wook con questo suo ultimo The Handmaiden, ancora invisibile in Italia. Il film ha goduto di una vetrina prestigiosa come il Festival di Cannes e ha sbancato il box office nazionale (31 milioni di dollari incassati in sala, ottavo nella top ten del 2016), tuttavia si è perso nelle nebbie dell’oblio occidentale, vuoi per l’atteggiamento reazionario della critica, che lo ha marchiato come mero esercizio di stile (!), vuoi per le oggettive difficoltà di fruizione di un titolo che agli occhi dei più ha la tripla aggravante, è coreano, dura più di due ore ed è in costume. Liberamente (la libertà è ovvia, nel caso di Wook) tratto da una novella vittoriana inglese, per l’occasione ricontestualizzata, The Handmaiden è una storia di masters (mistresses) and servants: due donne, nobile o aspirante tale l’una, cameriera o aspirante ladra l’altra, e i loro destini incrociati al tempo dell’occupazione giapponese, la passione che le unisce e attraversa truffe, ricatti, abusi infantili, matrimoni riparatori, trattamenti sanitari obbligatori, fughe dall’antro degli orchi.

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Destini che si incrociano, ruoli che si rovesciano e si invertono a più riprese, così come i punti di vista attraverso i quali i fatti vengono narrati e guardati. Toni e colori da feuilleton per un’opera punk oltre i limiti dell’iconoclastia. Punk, infatti, è la scena più erotica dell’anno, una carie curata con un ditale in argento che la serva strofina sul dente malato della sua domina, rumore di metallo e di denti mentre i seni sussultano e gli sguardi si incrociano. Punk è la signora che sin dall’età puerile recita, declama racconti erotici ad una platea di infoiati giapponesi, fino a mettere in scena un amplesso ultrabondage sotto coercizione, sospesa in aria da un gioco di corde e legacci, avviluppata ad un manichino ligneo: il manichino, l’oggetto, sostituisce l’uomo, invece la donna è viva, carne e sesso. Punk è il cunnilingus liberatorio tra le due protagoniste, una rivoluzione di orgasmo e desiderio in aperta sovversione rispetto alle cultura dominante (giapponese) e dominata (coreana), a quel Sogno della Moglie del Pescatore di Hokusai che è xilografia ideologica di prevaricazione e brutalizzazione.

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Visioni eretiche, immagini erotiche attorno al quale Wook imbastisce tutto il suo video-gioco, un viaggio negli usi e costumi della Corea d’antan schiava e repressa in cui il fattor comune è la rottura delle apparenze, perché niente è quello che sembra, dai ruoli sociali, ai sentimenti, alle storie di vita raccontate e imbastite dagli stessi personaggi. Cadono, uno dopo l’altro, gli stereotipi della rappresentazione del passato, la rottura definitiva è suggellata dall’apocalisse finale, l’auspicata e divertentissima deriva gore, in cui i due maschi, il padre-padrone ed il mentore-lenone, gabbati e sconfitti, si fronteggiano a colpi di tortura verbale e fisica, tra dita tranciate e sigari avvelenati, mentre da un acquario una piovra mostruosa, l’occhio del regista, il nostro spirito guida, li guarda. Nello stesso periodo in cui è ambientato The Handmaiden, Kim Jee Woon ambienta il suo nuovo The Age of Shadows, altro genere cinematografico, ma stesso gioco di tradimenti e di manipolazioni, segno che l’inganno perpetrato dalla nascita di una nazione è sempre territorio prediletto dei visionari del cinema, più che degli storici.

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[anche su Nocturno.it]

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