Under the Shadow. Cosa resTeheran degli anni 80.


Che belli i cari vecchi tempi, quando Saddam era l’amico e l’Ayatollah era il nemico. Meraviglioso, quando la guerra era la sola igiene del mondo, contro il vibrione dei Fedayn che impestavano trincee e curve da stadio. Ah, l’eco di una sepolta grandeur, quando l’Italia era protagonista, spie, servizi segreti e il supercannone che avrebbe raso al suolo Teheran! Si era all’imbrunire degli 80, gli anni glitterati, e mentre l’Occidente produceva copiosamente un immaginario bolso e bamboccione, nella Persia dorata la storia volgeva all’imbrunire, calava il sipario, si stendevano veli impietosi, le ombre si allungavano. Under the Shadow, di Babak Anvari.

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Che è un film su una rivoluzione culturale all’acme di un conflitto totale. Involuzione culturale sarebbe meglio dire, perché il radicalismo fomentato riuscì a spazzar via un’intera classe dirigente, lo scià ed i suoi accoliti, e pure la borghesia colta ed europeista che lo fiancheggiava: non sappiamo né vogliamo dire se questo fu un male o un bene, ciò che rileva è che le forze della reazione si coalizzarono in una guerra dei sessi prima ancora che di religione. Furono le donne, ovvio, a pagare il fìo più elevato, private dei diritti, della libertà, per finire anche dell’identità, costrette a diventare fantasmi sotto lenzuola nere, imprigionate nel chiuso delle famiglie come in un incubo senza fine. Under the Shadow racconta di Shideh, giovane madre, nel compimento della sua transizione verso la sparizione. Giovane madre e bella pure, aggrappata all’edonismo reaganiano attraverso il nastro di una VHS clandestina, perché Jane Fonda in tv insegna l’aerobica che è come una danza rituale di libertà.

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È costretta dentro le mura domestiche, non può studiare per presunti reati politici, non può uscire perché piovono bombe irachene e c’è da proteggere sua figlia, mentre il marito medico va al fronte per più non tornare. La casa è piena di spettri di vite possibili, frustrazione e nevrosi angariano gli spazi, poi ci pensa un missile, un bel supermissile, a devastare il palazzo e a spalancare le porte dell’inferno. I condomini, scrupolosamente intrisi di nuovo senso civico, coprono il buco nel terrazzo con un grande velo nero – nell’Iran di Khomeini, il velo nero è la panacea di tutti i mali -, ma non basta, la guerra è entrata, e la guerra è un demone antico come il mondo, un djinn nella fattispecie, che i civili esorcizzano con croci di nastro adesivo alle finestre o sulle crepe (per difendersi dalle schegge di un’esplosione, dicono). Sono vane difese, non esiste resistenza, il nemico è proteiforme, è ovunque, permea, si intrude, si incunea, vìola, prevarica. Ha le fattezze di un maschio ottuagenario il demone, poi diventa una femmina senza volto sotto un velo, donna virtuosa contro donna licenziosa nell’Iran di Khomeini, la megera inganna e ghermisce l’infanzia, niente gli è precluso, nemmeno l’ultimo sacro fano del rifugio antibombe, la cantina, the basement. Shideh è aggredita nella sua intimità più profonda, vacilla la sua razionalità, vacilla il vincolo della sua maternità, cerca scampo fuori dalle mura, a girl walks alone at night, ma trova ovunque demoni, guardiani della rivoluzione, non può esporsi o girare scoperta perché questo, dicono, è il peggiore dei mali, o forse la causa stessa dei mali, la maledizione del djinn che aleggia su figli e orfani, intere generazione cancellate e sterminate senza un perchè, nei secoli dei secoli.

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E’ l’apocalisse, sono stati di allucinazione progressiva, aerobica ballata davanti ad una tv spenta, libri volanti, telefoni che parlano dall’altrove, luci che vanno e vengono, un velo, un immenso velo nero, che sembra ricoprire l’ntero mondo,  poi diventa poltiglia grumosa nera di pece, che avviluppa le gambe e trascina giù come sabbie mobili.  La salvezza, ove sia possibile, passa attraverso la remissione e la sottomissione all’ordine nuovo, la fuga dalla capitale distrutta verso il clan patriarcale del marito de cuius, ma non è salvezza, è solo l’ultimo atto della transizione, il demone ha preso la testa della bambola ed anche il libro, la parola scritta, cancellando il ricordo documentale della Storia.

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Film di una potenza inusitata e quasi insostenibile, apparecchia una visione intrisa di simboli e di suggestioni con una semplicità rara, sa abbagliare e stupire, lasciando lo spettatore stordito come dopo un bombardamento, con la vista offuscata dai lampi delle esplosioni e dalla polvere. la regia di Anvari è un velo che si squarcia sull’orrore, sia lodato il Dio del cinema,sempre sia lodato.

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3 pensieri su “Under the Shadow. Cosa resTeheran degli anni 80.

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